La Stanza del pensiero critico. L’Europa davanti alle sue paure
- Savino Pezzotta
- 1 giorno fa
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Aggiornamento: 8 ore fa
di Savino Pezzotta

Di tanto in tanto, una domanda angosciosa torna a bussare, ostinata, alla porta della nostra coscienza civile: quanto potrà resistere l’idea di Europa che abbiamo cercato di costruire, pur tra mille limiti, come baluardo di democrazia, pace e cooperazione tra i popoli? Non è una domanda retorica. È la domanda che un continente maturo, stanco e spesso smemorato dovrebbe avere il coraggio di porsi ogni mattina.
Viviamo in un mondo circondato da regimi autoritari che non si vergognano più della loro natura. E, dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti — un tempo faro imperfetto, ma reale di democrazia — sembrano oscillare verso una forma di autocrazia politico-tecnologica, dove la forza conta più della legge, e dove figure come Peter Thiel assumono un ruolo simbolico e culturale inquietante.
Chi è Peter Thiel, e perché conta?
Peter Thiel è un imprenditore e investitore statunitense, cofondatore di PayPal e tra i primi finanziatori di Facebook. Ma soprattutto è un ideologo della tecnologia come strumento di potere politico, convinto che la democrazia liberale sia troppo lenta, inefficiente, incapace di governare la complessità del mondo contemporaneo. Da anni sostiene che la libertà economica e tecnologica debba prevalere sulla partecipazione democratica, e che il futuro appartenga a élite tecnocratiche capaci di “decidere” più che di “rappresentare”. È un pensatore radicale, che immagina modelli politici post-democratici, fondati su piattaforme, algoritmi, zone autonome, e su una concezione della forza come criterio di ordine. Il fatto che una figura così influente possa proporre — e trovare ascolto — per un nuovo modello politico non è un dettaglio. È un segnale. Un sintomo. Un avvertimento.
Può l’Europa tornare a essere un centro?
La domanda è scomoda, ma necessaria. Può l’Europa tornare a esercitare quel ruolo che l’Occidente — nel bene e nel male — ha avuto nel difendere la democrazia, la libertà, il pluralismo? Può farlo in un mondo che parla il linguaggio della forza, della deterrenza, della tecnologia come strumento di dominio?
La risposta non è scontata. Perché oggi l’Europa sembra aver imboccato una strada che rischia di contraddire la sua stessa promessa originaria: il riarmo. Non si tratta di negare la necessità di difendersi. Ma di interrogarsi sul senso politico e culturale di questa scelta. Perché ogni euro investito nella deterrenza è anche un euro che trasferisce potere ai complessi militari e tecnocratici, rafforzando logiche verticali, opache, spesso sottratte al controllo democratico.
E allora la domanda diventa ancora più urgente: la deterrenza è davvero una garanzia di pace o è, al contrario, una spinta al riarmo generalizzato? E la cosiddetta “pace preventiva” non rischia forse di essere un ritorno mascherato alla vecchia dottrina della “guerra giusta”?
Il rischio di una deriva culturale
Il vero pericolo non è solo economico o militare. È culturale. È la possibilità che l’Europa, nel tentativo di imitare le logiche di potenza altrui, perda se stessa, rinunciando alla sua vocazione più profonda: essere un laboratorio politico fondato sulla dignità della persona, sulla cooperazione, sulla pluralità delle culture, sulla forza del diritto contro il diritto della forza. Se l’Europa accetta di parlare solo il linguaggio della potenza, allora ha già perso. Perché non potrà mai competere con chi della potenza ha fatto la propria identità. Forse la vera sfida è un’altra: trasformare la fragilità in progetto politico. Rivendicare che: la pace non è ingenuità, ma lavoro quotidiano; il pluralismo non è debolezza, ma ricchezza; la democrazia non è un lusso, ma un bene comune da difendere con la stessa determinazione con cui altri difendono i loro arsenali. La pace come questione esistenziale.
L’Europa può ancora essere un centro, SI!. Ma solo se avrà il coraggio di non imitare i modelli che la circondano, e se saprà dire, con voce chiara, che la sua forza non sta nei missili, ma nella capacità di tenere insieme differenze, generazioni, popoli. Solo se saprà costruire una sicurezza che non sia militarizzazione, ma giustizia sociale, coesione, diritti, diplomazia, responsabilità ecologica.
La domanda angosciosa rimane. Ma può diventare una domanda generativa. Perché ogni crisi è anche un invito a scegliere chi vogliamo essere. E forse, oggi più che mai, l’Europa deve tornare a essere ciò che ha promesso di essere: non un impero tra gli imperi, ma un’idea tra le idee. Un’idea che vale la pena difendere.













































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