La Pace prima di un augurio, deve diventare responsabilità
- Savino Pezzotta
- 31 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
di Savino Pezzotta

C’è un punto che il dibattito pubblico continua ostinatamente a eludere: la pace non è una concessione tattica né il risultato di un equilibrio armato, ma un dovere politico e morale. E, nel caso italiano, è anche un vincolo costituzionale. Ogni discussione sulla guerra in Ucraina che prescinda da questo dato fondamentale rischia di trasformarsi in una gestione tecnica della violenza, non in una ricerca autentica di pace.
Le trattative in corso tra Stati Uniti, Ucraina e Russia mostrano con chiarezza questo limite. Si discute di garanzie militari, di zone smilitarizzate presidiate da truppe, di deterrenza futura. Ma una pace fondata sulla minaccia di un nuovo intervento armato è una contraddizione in termini. È una tregua condizionata, fragile, destinata a essere infranta non appena cambieranno i rapporti di forza.
L’Europa, in questo quadro, appare politicamente smarrita. Invece di proporsi come soggetto autonomo di mediazione e di costruzione della pace, si è progressivamente ridotta a un ruolo ancillare: retrovia militare, finanziatrice della guerra, cassa di risonanza di decisioni prese altrove. La sua incapacità di avanzare una proposta diplomatica forte, credibile e distinta rivela una crisi profonda del progetto europeo come spazio di pace.
Ancora più grave è la posizione dell’Italia. Il nostro ordinamento non lascia spazio ad ambiguità: l’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non si tratta di una formula retorica, ma di un principio fondativo della Repubblica, nato dalle macerie del Novecento e dall’esperienza della guerra totale.
Eppure il governo italiano ha scelto una linea di sostanziale allineamento militare, riducendo la propria azione politica a un sostegno automatico alle strategie belliche e all’aumento strutturale della spesa militare. La pace viene evocata nei discorsi ufficiali, ma nei fatti viene rinviata, subordinata, svuotata di contenuto. Non si promuovono iniziative autonome di cessate il fuoco, non si costruiscono spazi di dialogo multilaterale, non si investe seriamente in diplomazia, cooperazione, mediazione internazionale.
Questa deriva non è neutra. Normalizza l’idea che la guerra sia uno strumento inevitabile, che la sicurezza coincida con l’armamento, che il diritto internazionale possa essere sospeso in nome dell’emergenza. È una logica pericolosa, perché prepara il terreno a un conflitto permanente, in cui la pace diventa solo una pausa tra una guerra e l’altra.
Anche il dibattito sulle cosiddette “garanzie di sicurezza” mostra tutta la sua ambiguità. Estendere impegni militari vincolanti significa accettare che la pace si regga sulla disponibilità a combattere ancora. Ma una pace autentica non nasce dalla promessa di intervenire militarmente, bensì dalla rinuncia preventiva alla violenza come linguaggio politico. Senza questo salto di qualità, ogni accordo resta precario.
Preoccupa inoltre l’idea che la stabilità possa essere raggiunta attraverso una rapida normalizzazione economica senza giustizia. Revocare sanzioni, riaprire i flussi energetici, reintegrare la Russia nei circuiti occidentali senza affrontare le responsabilità dell’aggressione significa trasformare la pace in una transazione. Anche qui, l’Italia e l’Europa sembrano più attente agli equilibri economici che alla coerenza etica e giuridica delle proprie scelte.
La pace, invece, richiede un’altra grammatica. Richiede il cessate il fuoco come priorità assoluta, la protezione dei civili, il riconoscimento delle vittime, il rispetto del diritto internazionale. Richiede un’Europa che torni a essere progetto politico e non apparato militare. Richiede un’Italia capace di dare attuazione concreta alla propria Costituzione, non solo di citarla.
Essere pacifisti oggi non significa essere ingenui o indifferenti alle aggressioni. Significa rifiutare la menzogna secondo cui la guerra sarebbe l’unico linguaggio possibile. Significa affermare che la sicurezza vera è sicurezza umana, sociale, energetica, climatica, non solo militare. Significa ricordare che la pace non è un premio per i vincitori, ma un diritto dei popoli.
Finché la pace verrà pensata come un problema di forza e non di giustizia, resterà fragile. Finché il governo italiano continuerà a muoversi entro un orizzonte di guerra “POSSIBILE ”, tradirà lo spirito della propria Costituzione. La pace non è un lusso né un’utopia: è una responsabilità politica. E oggi, più che mai, è una scelta che va fatta controcorrente.













































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