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L'atomo della propaganda... Ritorno al Nucleare a tappe tra il 2035 e il 2050

La scelte (ottimistiche) del Governo si scontrano con problemi di sicurezza irrisolti

di Vito Rosiello


È arrivato il via libera della Camera al disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, con 155 sì, 86 no e 8 astenuti. Con l’approvazione dell’Aula di Montecitorio, il provvedimento, presentato a ottobre scorso su iniziativa del Governo per rilanciare il nucleare sostenibile, passa ora all’esame di Palazzo Madama. Il governo ha avviato formalmente il percorso che dovrebbe riportare l’energia atomica nel mix energetico nazionale. Gli obiettivi dichiarati prevedono l’installazione di circa 0,4 Gigawatt di capacità nucleare entro il 2035 e oltre 7 Gigawatt entro il 2050.

Il ritorno del nucleare nel dibattito energetico italiano, dopo quasi quarant’anni dall’abbandono dell’atomo e a quindici anni dal secondo referendum che ne ha confermato il rifiuto, si sta consolidando attorno a una narrazione politica precisa: piccoli reattori modulari, gli Small Modular Reactor (SMR), future tecnologie di quarta generazione, tempi rapidi di implementazione, sicurezza migliorata e un contributo decisivo alla decarbonizzazione entro il 2035–2050.

Tuttavia, se si confrontano queste affermazioni con i dati tecnici disponibili e con lo stato reale del settore a livello internazionale, emerge un quadro molto più complesso, segnato da incertezze tecnologiche, costi elevati e problemi ambientali strutturali tutt’altro che risolti.

La strategia viene presentata come una risposta alla crisi energetica, alla necessità di ridurre le emissioni di CO₂ e alla crescente domanda di elettricità generata dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro gli annunci istituzionali e gli ambiziosi obiettivi fissati per il 2035 emergono interrogativi che riguardano la maturità delle tecnologie, la sostenibilità economica degli investimenti e la capacità dell’Italia di affrontare questioni irrisolte come la gestione delle scorie nucleari e l’individuazione dei siti idonei.


Il "futuro" nei reattori SMR

Per coordinare il progetto è stata costituita Nuclitalia, una società partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, incaricata di valutare le tecnologie disponibili, costruire una filiera industriale nazionale e individuare le soluzioni più adatte al contesto italiano.

La narrazione governativa presenta il nucleare come una componente essenziale della transizione energetica. Tuttavia, molti esperti sottolineano come le tempistiche indicate appaiano estremamente ottimistiche rispetto allo stato reale delle tecnologie oggi disponibili e alla complessità dell’iter autorizzativo necessario per la costruzione dei nuovi impianti.

In proposito, i piccoli reattori modulari SMR vengono spesso descritti come il “nucleare del futuro”. In realtà si tratta di una versione ridotta delle centrali nucleari tradizionali a fissione. La principale differenza rispetto ai grandi impianti consiste nella dimensione e nel metodo di costruzione: i moduli vengono prodotti in fabbrica e successivamente assemblati sul sito di installazione. La potenza di ciascun reattore varia generalmente tra 100 e 300 megawatt, contro i 1.000-1.600 megawatt delle centrali convenzionali.

Secondo i promotori della tecnologia, la produzione industriale in serie dovrebbe consentire una riduzione dei costi e dei tempi di costruzione. Tuttavia, questa promessa deve ancora essere verificata su larga scala. Ad oggi, gli SMR realmente operativi nel mondo sono pochissimi. La Cina dispone del primo impianto commerciale collegato alla rete elettrica, mentre la Russia utilizza reattori modulari installati sulla nave nucleare Akademik Lomonosov. Nei paesi occidentali, la maggior parte dei progetti si trova ancora nella fase di sviluppo, autorizzazione o costruzione.


Il nodo dei costi e la gestione delle scorie

Uno degli argomenti più utilizzati dai sostenitori degli SMR riguarda la presunta convenienza economica rispetto alle grandi centrali nucleari. I dati disponibili raccontano però una realtà più complessa. Il costo stimato per un singolo impianto da 300 Megawatt oscilla tra uno e tre miliardi di euro. Le prime realizzazioni hanno inoltre evidenziato consistenti aumenti di spesa rispetto alle previsioni iniziali.

Negli Stati Uniti, il progetto NuScale Power, spesso indicato come modello di riferimento per il settore, è stato cancellato dopo che il costo previsto era triplicato. Anche altri programmi internazionali hanno registrato ritardi pluriennali e incrementi di budget.

Il costo dell’energia prodotta dagli SMR rimane oggi superiore a quello dell’eolico e del fotovoltaico. Il vero vantaggio del nucleare non risiede infatti nella convenienza economica, ma nella capacità di fornire energia continua e programmabile indipendentemente dalle condizioni atmosferiche. Resta però aperta una domanda fondamentale: vale la pena investire miliardi di euro in una tecnologia che non ha ancora dimostrato pienamente la propria competitività industriale?

Uno degli aspetti più controversi del dibattito riguarda la gestione dei rifiuti radioattivi. Contrariamente a quanto spesso suggerito nella comunicazione politica, gli SMR producono scorie nucleari come qualsiasi altro reattore a fissione. Il combustibile esausto rimane altamente radioattivo e richiede sistemi di confinamento sicuri per periodi estremamente lunghi.

Studi internazionali hanno evidenziato che, a causa delle dimensioni ridotte del nocciolo, alcuni modelli di SMR potrebbero persino generare una quantità maggiore di materiali radioattivi per unità di energia prodotta rispetto alle grandi centrali tradizionali. In Italia il problema assume una rilevanza ancora maggiore: a quasi quarant’anni dalla chiusura delle centrali nucleari, il Paese non dispone ancora di un deposito nazionale definitivo per le scorie già esistenti. La localizzazione del sito continua a incontrare forti resistenze politiche e territoriali. In questo contesto, l’idea di costruire nuovi reattori senza aver prima risolto la questione dello smaltimento dei rifiuti radioattivi appare una contraddizione difficilmente ignorabile.


La quarta generazione: tecnologia rivoluzionaria o promessa lontana?

Parallelamente agli SMR, il dibattito si concentra sempre più sui cosiddetti Advanced Modular Reactor (AMR), i reattori modulari di quarta generazione. Queste tecnologie utilizzano sistemi di raffreddamento innovativi basati su piombo liquido, sodio liquido, sali fusi o gas ad alta temperatura. I loro sostenitori affermano che saranno in grado di aumentare significativamente la sicurezza degli impianti e di ridurre il volume delle scorie attraverso il riutilizzo del combustibile esausto.

La quarta generazione rappresenta senza dubbio una delle frontiere più promettenti della ricerca nucleare. Tuttavia, la maggior parte di questi sistemi esiste ancora sotto forma di prototipo o di progetto dimostrativo.

La Cina è l’unico Paese ad aver raggiunto risultati industriali significativi. Russia e Stati Uniti stanno investendo miliardi di dollari nello sviluppo di reattori avanzati, mentre l’Europa procede con maggiore lentezza e frammentazione. Anche in questo caso, dunque, la distanza tra le potenzialità teoriche e l’applicazione commerciale su larga scala rimane considerevole.

Infine, c’è la fusione nucleare: produrre energia dalla fusione dell’idrogeno, come avviene nel Sole. Sono in corso vari progetti nel mondo, ma la tecnologia è ancora in fase sperimentale. Gli esperti prevedono che una produzione industriale non arriverà prima della seconda metà del secolo.


L’Italia tra rischio sismico e consenso politico

La situazione italiana presenta criticità specifiche che distinguono il Paese dalla maggior parte delle altre nazioni impegnate nel rilancio nucleare. L’Italia si trova in una delle aree geologicamente più attive d’Europa, caratterizzata da elevata sismicità e dalla presenza di vulcani attivi. A ciò si aggiunge un’alta densità abitativa, che rende particolarmente complessa l’individuazione di siti idonei per nuove centrali.

Esiste poi un elemento politico che continua a pesare sul dibattito: due referendum popolari hanno sancito il rifiuto dell’energia nucleare da parte dell’elettorato italiano. Sebbene il contesto energetico sia profondamente cambiato rispetto al passato, il tema continua a dividere l’opinione pubblica e le forze politiche. Il rischio è che la questione venga affrontata più come una battaglia ideologica che come una scelta energetica basata su dati, costi e benefici effettivi. Il ritorno del nucleare rappresenta una delle più importanti scommesse energetiche della politica italiana contemporanea. La crescente domanda di elettricità, la necessità di ridurre le emissioni e la ricerca di una maggiore indipendenza energetica rendono comprensibile l’interesse verso nuove tecnologie atomiche.

Tuttavia, l’entusiasmo politico sembra spesso procedere più rapidamente della realtà industriale. Gli SMR sono ancora lontani da una diffusione commerciale significativa, i costi restano incerti, le scorie continuano a rappresentare un problema aperto e il deposito nazionale italiano non è ancora stato realizzato. Più che una soluzione immediata alla crisi energetica, il nucleare appare oggi una scommessa di lungo periodo, che richiede investimenti enormi, tempi di realizzazione lunghi e un consenso politico e sociale ancora tutto da costruire.

Per questo motivo, il dibattito non dovrebbe limitarsi agli slogan favorevoli o contrari all’atomo. La vera questione riguarda la capacità del Paese di valutare con realismo costi, benefici e rischi di una scelta destinata a influenzare il sistema energetico nazionale per i prossimi decenni.

 

 

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