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Migranti, schiavismo e caporalato: al bivio della prossima tragedia


Mentre sfilavo ieri, sabato 6 giugno, ad Amendolara, ho incontrato una macchina di lavoratori del Bangla. Erano completamente avulsi su cosa stesse accadendo, stavano andando a lavorare come se niente fosse successo, come se tra noi e loro ci fosse uno scarto di una enormità tale come quello di due mondi paralleli. Eppure, qui, quattro lavoratori migranti, quattro braccianti - Waseem Khan, pachistano di 29 anni, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi,19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni - sono stati uccisi e i loro corpi dati alle fiamme.

In lontananza vedevo un palco di astronauti appena atterrati con bandiere al vento che recitavano la parte di chi ha messo piede per la prima volta sulla Luna. Mentre tornavo ho pensato che ieri dovevamo restare tutti in silenzio e che su quel palco nessuno avrebbe dovuto parlare, e ho pensato che nemmeno noi dovevamo accendere le casse del nostro furgone. Ieri, dovevamo misurarci tutti davanti al nostro fallimento. Restare in silenzio e misurarci con la durezza di una incapacità così grande che dovrebbe obbligarci a cambiare, a riflettere sulla inconsistenza delle nostre azioni rispetto al tema del lavoro migrante. Invece, invece domani e lunedì. E tutto torna come prima. Tra qualche settimana o mese un altro bracciante morirà e qualcuno dirà le solite frasi. Invece che discutere sull'unica cosa che andrebbe fatta: organizzare lo sciopero sociale del lavoro migrante e la rete di mutualità necessaria per supportarlo per modificare la legge Bossi-Fini, si continua sulla stessa strada dandoci appuntamento al bivio della prossima tragedia.

Male direi. Molto male.

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