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In viaggio a Srebrenica, cuore e mente all'11 luglio 1995


di Marco Travaglini

La strada da Tuzla a Srebrenica è tutta a curve e tornanti e si snoda, per la maggior parte, nel territorio della Republika Srpska di Bosnia. Oltrepassata la periferia urbana di Tuzla, all’improvviso il paesaggio cambia. C’è molto verde, con boschi e prati. S’attraversano piccole borgate contadine con i segni del conflitto ancora evidenti sui muri delle case. Si percepisce la povertà tra i panni stesi, i mucchi di letame secco e le stoppie. Unica presenza quasi continua, oltre il ciglio della strada, sono le lapidi di irregolari cimiteri. Le indicazioni stradali sono in cirillico. Da molti anni, praticamente tre decenni, in questo angolo di Balcani non si spara e non si muore più, ma la cappa di diffidenze, rancori e odio resta appiccicata all’animo delle persone. Del resto è difficile perdonare ciò che appare imperdonabile nel fondo delle coscienze di chi ha subito i torti e le violenze peggiori.

Le distanze assumono una dimensione concreta, fisica se si pensa a quella mostruosità d’ingegneria istituzionale rappresentata da una Confederazione di due repubbliche basata sulle differenze etnico-religiose: da un lato la Federazione di Bosnia Erzegovina a maggioranza croato-bosniaca, dove la religione musulmana è maggioritaria, dall’altro la Repubblica Srpska (per alcuni “la piccola Serbia” di Bosnia) di religione prevalentemente ortodossa. Due mondi che faticano a comunicare, quando non si guardano in cagnesco. Due realtà separate, come mi capitò di leggere in un reportage dell’ecologista Terra News, “da una linea invisibile lunga più di mille chilometri. Non è mai segnalata, eppure ha un nome ben preciso: si chiama Ielb, Inter-entity boundary line, e ricalca più o meno fedelmente il fronte di guerra del 1995”.

Da quel momento in poi, il confine tra i due stati confederati non ha più avuto alcun bisogno di essere indicato. Tanto lo conoscono tutti: è rimasto scolpito in ogni ruga, in ogni memoria. La Ielb è la stessa linea che trent’anni fa, quel maledetto 11 luglio del 1995, i bosniaci in fuga cercarono disperatamente di raggiungere, passando per i boschi. Dall’altro lato c’era il territorio libero di Tuzla, controllato dall’armata repubblicana bosgnacca, e quindi la salvezza. Per migliaia quella speranza restò un irraggiungibile miraggio e vennero uccisi in quella marcia della morte dalle truppe paramilitari serbe sguinzagliate sulle loro tracce dal generale Ratko Mladić, il boia condannato all’ergastolo dal Tribunale internazionale dell’Aja insieme all’altro criminale di guerra, Radovan Karadžić. Di lui si ricordano frasi agghiaccianti come “le frontiere sono sempre state tracciate col sangue e le nazioni delimitate dalle tombe”.

Nell’ordinare la strage di Srebrenica Mladić raccomandò ai propri uomini di uccidere solo gli uomini perché “le loro donne devono vivere per soffrire”. Di quegli uomini, ragazzi e vecchi, sono rimasti i nomi impressi nell’enorme lapide di pietra che circonda la grande pagoda del memoriale di Potočari . E’ lì il cuore di tutto e lì stiamo andando. In autobus ci mette quasi tre ore a coprire una distanza di circa cento chilometri che separa la località da Tuzla. Sono da poco passate le undici del mattino e fa molto caldo. Tra le file delle steli bianche e verdi delle lapidi s’aggirano anziane donne. Camminano sotto il sole, ognuna con la sua bottiglietta d’acqua in mano. Si rimane sbalorditi dal senso di pace e dal silenzio. S’avverte appena il brusio, sommesso, della preghiera di un gruppo di musulmani raccolti con il loro mullah sotto la grande cupola della moschea all’aperto.

Una lapide porta inciso incisi i nomi di molte località e un numero: 8372. E’ quello delle vittime, macabra contabilità ipotizzata quando venne aperto il memoriale. In realtà la cifra più attendibile è di oltre diecimila morti. Si attraversa la strada per visitare l’ex-fabbrica delle batterie che fu la base dei caschi blu dell'ONU, luogo dove si consumò la pulizia etnica nei giorni della vergogna. Il contrasto è netto. Se fuori fa caldo e la luce è accecante, dentro fa freddo ed è semibuio. La fabbrica, pur mantenendo gli ambienti originali con i grandi capannoni, è diventata un museo. Sui muri ci sono le fotografie dell’assedio di Srebrenica, dei militari, delle fosse comuni.

Alcuni pannelli raccontano le storie di alcune delle vittime e accanto, dentro delle teche di vetro illuminate, ci sono gli oggetti personali che sono stati trovati accanto ai loro corpi. Ciò che resta di un orologio, un pacchetto di sigarette, un anello, un piccolo quaderno. Oggetti semplici, quotidiani, che fanno parte delle storie semplici di vite spezzate. Sui muri ci sono ancora le scritte e i disegni osceni dei militari olandesi. Gli stessi che avevano il compito di proteggere gli sfollati e non alzarono un dito. Ci sono anche due video. Il primo mostra quello stesso cortile nel primo pomeriggio dell’11 luglio 1995. È ingombro di automezzi carichi di anziani, donne e bambini attorniati da paramilitari serbi e caschi blu olandesi. Le donne vengono separate dagli uomini con la collaborazione degli stessi caschi blu, impauriti da una possibile reazione. Poi i maschi spariscono per sempre nei boschi e le donne vengono selezionate: quelle più giovani sono portate all’interno, dove si trovava la “infertivno dom” , la stanza dell’inseminazione, corredata dalle scritte che sui muri celebrano orari e protagonisti di ogni stupro.

Viene voglia di voltare lo sguardo ma gli occhi rimangono incollati alle immagini. Quelle donne, ferite e coraggiose, sono le stesse donne che per tanti anni hanno atteso e sperato di ritrovare il corpo dei loro cari, ostinandosi a visionare ogni reperto rinvenuto nelle fosse comuni e l’esame del dna. E’ grazie a loro se tutto ciò oggi può essere raccontato.

Al loro dramma il Tribunale dell’Aja non ha mai riconosciuto un indennizzo di guerra poiché quel genocidio, si è detto, fu opera di singoli e non del governo serbo. Ed eccoli, nel filmato del documentario, i “singoli”: dagli Scorpioni, truppe paramilitari d’assalto, le milizie di Mladić, l’osceno macellaio assassino di Srebrenica.

Si filmano da soli, in preda a un delirio di onnipotenza, per testimoniare le loro nefandezze. Si vedono mentre inseguono i fuggiaschi nei boschi, puntando le armi su una fila di bosgnacchi disperati. Sanno cosa fare: prendono un uomo alla volta, lo portano in mezzo alle frasche, gli sparano.

Nel filmato si comprende bene la loro richiesta prima di ogni esecuzione: “guarda per terra”. Poter non guardare in faccia la propria vittima, hanno spiegato gli psicologi, è ciò che serve anche al più duro dei criminali per resistere allo stress di una mattanza. In questo caso di un genocidio. E’ una richiesta allucinante: “abbassa gli occhi e muori. Muori, ma non guardarmi”. Le immagini scorrono, incollando lo sguardo allo schermo. Il silenzio si fa ancora più assordante. Di tanto in tanto un rumore metallico lo spezza (basta appoggiarsi o inciampare in qualche struttura per provocarlo e amplificarlo nel vuoto di questi enormi scatoloni di ferro e cemento), facendoci sobbalzare.

L’atmosfera è pesante e la tensione diventa palpabile, densa. Un grumo di emozioni s’accumula e fatica a sciogliersi. Non sono pochi tra i presenti quelli che, pur cercando in qualche modo  di mascherarlo, non reggono allo stress emotivo e piangono. In fondo è un atto liberatorio, un modo per espellere il veleno inoculato negli animi da queste immagini che non sono tratte da un film, ma dalla testimonianza, diretta e cruda, di una realtà violenta e arrogante. Mi sembra di udire la voce profonda e un poco rauca di Giovanni Lindo Ferretti. Ne immagino la faccia scavata, senza età mentre canta quasi salmodiando in Memorie di una testa tagliata.

Parole che fanno riflettere a Srebrenica: “Chi è che sa di che siamo capaci tutti, vanificato il limite oramai. Vanificato il limite, sotto occhi lontani, indifferenti e bui… Pomeriggio dolce assolato terso, sotto un cielo slavo del Sud. Slavo cielo del Sud non senza grazia”. Un limite oltrepassato, calpestato, negato con un cinismo paragonabile solo alla pianificazione nazista dell’Olocausto. E tutto questo cinquant’anni dopo. Segno che la storia non insegna davvero nulla nonostante ci offra un’infinità di cose sulle quali riflettere. Quando si esce dai capannoni sotto il sole caldo e accecante sono quasi le tredici. E’ come s’uscisse da una tomba. Gli sguardi sono persi, attoniti, provati. Tanti salgono sul pullman ammutoliti. Difficilmente dimenticheranno ciò che hanno visto.

Si passa veloci dal centro di Srebrenica, si svolta e si torna indietro, costeggiando il grande cimitero dove ci sono ancora tombe provvisorie. Secondo i precetti musulmani, le steli di legno verde devono anticipare di un anno la lapide definitiva in marmo bianco. Ma sopra ognuno di quei legni verdi, c’è un nome e un cognome. E ci sarà qualcuno che, finalmente, potrà ritrovarsi lì per piangere un padre, un marito o un figlio. Ci si lascia alle spalle, silenziosi, il cuore della memoria rimossa dell’Europa, mentre il sole s’avvia con lentezza esasperante verso il tramonto a ovest. Nella nostra stessa direzione. A poche centinaia di chilometri, oltre l’Adriatico, c’è l’Italia. Non troppo lontana e ugualmente europea, anche se pare un altro mondo.       

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