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Il mio ricordo dell’intensa e appassionata vita di Franco Marini

di Adriano Serafino|

La lunga e intensa vita politica e sindacale di Franco Marini è stata ben ricordata nei commenti di questi giorni. Il mio ricordo si sofferma su come l’ho conosciuto nella mia vita di sindacalista nella Cisl, sono iscritto dal 1959, e nei miei vent’anni, nella Dc della corrente di Carlo Donat-Cattin. Più volte Franco Marini raccontando la sua vita, la sua gioventù, le sue scelte poneva la domanda retorica: “Come potevo non essere democristiano?”. Con questa franchezza di idee e di orgoglio dell’appartenenza si confrontava e scontrava con tutti. Con la stessa determinazione che avevano, in quei tempi, molti dirigenti sindacali dell’altra sponda che si ponevano: “Come potevo non essere comunista?”. Marini è stato sempre così, anche quando non era facile fare il moderato e il democristiano nel sindacato, nella Cisl. Questa è la solida immagine che mi resta più impressa della sua missione e penso che sia rimasto sempre con “il cuore” di sindacalista anche quando nel 1992 venne eletto parlamentare, poi segretario del Partito Popolare, all’epoca di Mani Pulite che travolse i principali partiti storici. Il suo lungo cammino nei partiti lo portò alle soglie del Quirinale nel 2013, per succedere a Giorgio Napolitano. Di certo è tra i non numerosi sindacalisti che hanno conseguito grandi successi anche in politica.

Pierre Carniti

È stato un cislino con un’idea del sindacato ben diversa da Pierre Carniti e non ne ha fatto mistero fin dal giorno in cui gli succedette a segretario generale della Cisl, affermando “…non parliamo di eredità… che possono essere anche scomode”. Aveva un’idea del conflitto sociale e di quello all’interno delle organizzazioni di massa (partito e sindacato) ben diversa anche da Carlo Donat Cattin che sostituì all’inizio degli anni ’90 alla guida di Forze Nuove. Donat-Cattin, che ben lo conosceva, pronunciò un “riconoscimento-rimprovero” per come costruiva alleanze e cordate, preferendo l’agire dietro le quinte senza dare neanche il tempo all’avversario di accorgersi che gli aveva dato scacco matto. “Franco è uno che ti uccide col silenziatore”, è una frase di Donat Cattin che ho ascoltato, anzi, se la memoria non mi tradisce, disse “un killer”. Non so chi abbia coniato il termine “Lupo marsicano” ma forse si riferiva a questa attitudine. Difficile dire se per Marini esistesse una priorità tra il “cuore democristiano” e il “cuore cislino”. Probabilmente la sintesi che costantemente ricercò contribuì non poco a creare i presupposti negativi per gestire la “governance” della Cisl e il suo enorme organigramma di sindacalisti a tempo pieno con pratiche verticistiche e con normalizzazioni fatte con “il silenziatore”. Nel dopo Marini, il “silenziare il dissenso” è diventata prassi comune nella Cisl per la gran parte dei segretari generali a vari livelli, in nome di un’auspicata “coesione” unitaria, a fronte delle drammatiche vicende del post referendum 1985, sancita con il patto e l’avvicendamento Carniti-Marini che formalmente doveva consentire “l’espressione del pluralismo”, ma così non è stato. E ciò ci porta inevitabilmente ad osservare la Cisl di questi ultimi anni, in cui anche a causa della progressiva degenerazione di quel patto Carniti-Marini, l’auspicata coesione si è mutata nella preoccupante variante dell’unanimità interna, anzi meglio dire unanimismo, che anziché essere sintesi di un processo dialettico anche a volte spigoloso, manifesta un vulnus per la democrazia interna, sfociando nel conformismo e nella conservazione del potere di governo dell’organizzazione fine a sé stesso, trasformandosi nei fatti in una corporazione, un corpo intermedio chiuso e autoreferenziale, corruttibile al suo interno in contrasto alle idealità e finalità dichiarate. Un esito che penso faccia soffrire ancora, ovunque sia, il cuore cislino di Franco Marini.

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