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Giappone, il viaggio che comincia prima di arrivare: Tokyo e il primo impatto

di Ivano Barbiero


C’è un momento preciso in cui il viaggio in Giappone comincia davvero. Non coincide con l’atterraggio, né con l’uscita dall’aeroporto. Arriva prima, molto prima, quando il tempo smette di avere un senso preciso.

Si parte da Milano, si fa scalo a Hong Kong, si arriva a Tokyo. Ma la distanza non è soltanto geografica. È una distanza mentale. Durante il volo le ore si allungano, si sovrappongono, si confondono. Si mangia quando non si ha fame, si dorme senza riuscirci davvero, si guarda l’orologio e non si capisce più che ora sia. Parti alle 12,45, dopo tre quarti d'ora ti danno il menù e c'è scritto cena e colazione. Possibile? Poi ti portano da mangiare e appena hai finito, spengono le luci e oscurano I finestrini. Gli asiatici si raggomitolano nelle coperte e dormono. E io? Scelgo un film che duri tre ore abbondanti, Avatar, anche se l'ho già visto.


Arrivano le 23, almeno per il nostro orologio; le luci si riaccendono e ti servono la colazione. A quel punto ti rassegni e mangi. Guardi sconfortato i due orologi che ti sei messo ai polsi e sospiri. Poi si atterra, a Hong Kong, e si è già nel giorno dopo. Il corpo resta indietro, la città no. Rinunci a guardare i tuoi orologi che dovevano, potevano essere i tuoi punti di riferimento. 




All’arrivo, prima ancora di Tokyo, c’è il gruppo. Ventisette italiani, con abitudini prevedibili: si parla, si commenta, si cerca subito un punto di riferimento. È una forma di rassicurazione. È il modo in cui ci si orienta quando si entra in qualcosa di sconosciuto. Ma basta poco per capire che qui il contesto è diverso.

La prima sorpresa è il silenzio. Non il silenzio assoluto, ovviamente, ma una qualità diversa del suono. Nell’aeroporto, nei treni, nelle file, le persone parlano poco e a bassa voce. Nessuno invade lo spazio dell’altro, nessuno si sovrappone, nessuno alza il tono. Non è freddezza, e nemmeno distacco. È una forma di educazione interiorizzata, che non ha bisogno di essere dichiarata.

Il gruppo lo percepisce subito. E quasi senza accorgersene si adegua. Le voci si abbassano, i movimenti si fanno più misurati. Non perché qualcuno lo imponga, ma perché qui le regole non sono visibili. Sono già dentro i comportamenti.


Il trasferimento verso l’hotel è il primo contatto con un sistema che funziona senza spiegarsi. Gli orari sono rispettati, i passaggi sono fluidi, non ci sono attriti. Non si vedono controlli, ma tutto è sotto controllo. È un ordine che non si esibisce, ma si manifesta.

Il giorno dopo, Tokyo comincia a mostrarsi. O meglio: si lascia attraversare.

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