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Elezioni e riduzione d'orario di lavoro


di Dunia Astrologo

Il tema della riduzione dell’orario di lavoro è dibattuto da anni e da diverse prospettive. Ultimamente è diventato oggetto di specifiche proposte (in vero assai generiche) di alcuni partiti in vista delle prossime elezioni.[1] Bisogna intendersi: mi riferisco alla riduzione dell’orario di lavoro “istituzionale”, previsto per legge e preso come punto di riferimento dai contratti nazionali.

In Italia, si sa, esso è di 40 ore settimanali con una estensione massima consentita a 48 ore; i contratti collettivi di lavoro, poi, possono modificare massimi e minimi. Per esempio: nella PA sono di norma 36 le ore lavorative. In genere poi si parla di orario settimanale ma vi sono variazioni e differenze settoriali nella durata dei periodi di ferie e di permessi. Insomma, un quadro assai articolato.


La situazione nel mondo

Il confronto con altri paesi, europei e non, ci dice che in media 40 ore è lo standard, ma che alcuni paesi come Germania e Francia hanno formalmente orari più corti e ci sono differenze notevoli sul numero effettivo di ore lavorate a livello annuale. Contro ogni stereotipo, quindi, i lavoratori italiani lavorano in media più ore di quelli tedeschi (1669 h/anno contro le 1349 h/a) e in genere della media dei lavoratori europei (che è di 1566h/a), ma un po’ meno di quelli americani, che arrivano a macinare 1791 ore di lavoro ogni anno. Una sintesi interessante dei dati OCSE relativi a questo tema si trova in un articolo di Mauro del Corno, apparso qualche giorno fa sul Fatto quotidiano (https://d (https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/08/18/ridurre-lorario-di-lavoro-in-italia-si-sta-in-fabbrica-e-in-ufficio-piu-che-in-germania-e-francia/6765266/ata.oecd.org/emp/hours-worked.htm). Naturalmente queste cifre mettono insieme situazioni contrattuali molto diverse, valutando le quali si arriva a constatare un divario molto più contenuto tra ore effettivamente lavorate nei diversi paesi, ma ci aiutano a capire che dove la produttività del lavoro è più alta, minore è l’utilizzo di forza lavoro.

In un altro recente articolo, Pietro Garibaldi su La Stampa (https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2022/08/20/news/la_sterile_disputa_sullorario_corto-6935090) ripercorre i tentativi spesso frustrati di introdurre l’orario corto (giornaliero, settimanale o annuale) in diversi paesi. Il più completo e importante fu quello francese, con la legge Aubry che, secondo alcuni studiosi, comportò di fatto effetti contrari a quelli sperati: l’occupazione che sembrava dovesse crescere invece diminuì, la soddisfazione dei lavoratori fu mediamente scarsa (maggiore per le donne che per gli uomini, però).


Le prospettive in Italia

Non esaminerò i motivi per cui in Francia l’orario corto non ebbe successo. Più interessante mi sembra chiedersi se sia possibile immaginare seriamente di ridurre l’orario di lavoro anche in Italia, a fronte di una produttività del lavoro cronicamente più bassa di quella dei nostri competitor, anche d’oltralpe. E perché si dovrebbe auspicare? E, soprattutto, perché una proposta del genere sta tanto a cuore alla sinistra, in Italia come in altri Paesi?

L’idea di fondo è che una riduzione generalizzata dell’orario lavorativo possa porre le condizioni non solo per aumentare il benessere di chi un lavoro ce l’ha, ma per consentire a molte persone in più di lavorare, proprio in una fase dell’economia occidentale in cui l’occupazione sembra declinare tendenzialmente, al netto degli effetti della pandemia (https://www.oecd.org/employment-outlook/). Insomma si tratta di inverare il vecchio slogan delle manifestazioni sessantottine: “Lavorare meno, lavorare tutti”.

Ma si può dire davvero che quello slogan fosse solo ideologico? Non lo credo. La discussione deve incentrarsi sulle condizioni nelle quali un orario più corto può avere realmente un effetto redistributivo dell’occupazione e queste, nonostante lo scetticismo del prof. Garibaldi, credo sussistano nella situazione in cui il progresso tecnico porti ad un innalzamento della produttività del lavoro i cui effetti non vengano convogliati esclusivamente verso i profitti ma verso l’uso di un maggior capitale circolante, ovvero sul monte salari.

Mi è tornato alla mente un capitolo di un vecchio testo di Sylos Labini [2] in cui si esamina analiticamente il processo che porta alla disoccupazione tecnologica e in cui si constata, con Keynes, che anche in un sistema dinamico, in sviluppo, una quota di disoccupazione esisterà sempre, senza per altro costituire un problema per la presenza di meccanismi di welfare, resi possibili dall’aumento generale della ricchezza. E che con l’introduzione di innovazioni tecnologiche il rischio della disoccupazione (sostituzione dei lavoratori con le macchine) esiste solo se nel sistema non si produce un aumento della domanda.


Sviluppo tecnologico e redistribuzione della ricchezza

La discussione attuale, dopo sessant’anni, è in fondo sempre la stessa, anche se lo scenario tecnologico è mille volte più complesso. Il progresso che ci aspettiamo viene dall’introduzione di sistemi di intelligenza artificiale e di alta automazione nei campi più disparati della produzione di beni e servizi, e certamente comporterà espulsione dal mercato del lavoro di frange di lavoratori direttamente sostituibili dagli algoritmi o dalle macchine. Ma ciò che è assai probabile è che nuovi sistemi produttivi creino, stimolino o rispondano a nuovi bisogni come stiamo già vedendo da non pochi anni, incrementando la domanda ma ingrossando soprattutto, in modo esponenziale, i profitti delle imprese. Il tema è: bisogna fare in modo che il progresso tecnico produca una redistribuzione di opportunità e benessere.

Accorciare gli orari di lavoro a parità di retribuzioni, a partire dai settori a più alto e rapido sviluppo tecnologico, può essere una risposta di politica economica straordinaria in questo senso. Anche per un effetto sociale molto importante, quello di liberare tempo di vita, sottraendolo alle logiche del sovra sfruttamento tecnologico - di cui lo smart-working si sta rivelando uno dei fenomeni più inattesi, assieme al cosiddetto lavoro per le piattaforme - che comporta una disponibilità indefinita alla produzione, H24, soprattutto ma non solo per i cosiddetti lavoratori della conoscenza. Un modo per porre argini a quella alienazione del lavoro di cui Marx vedeva chiaramente la natura, senza poterne immaginare le attuali cause tecnologiche.

Non prenderei quindi sottogamba le proposte di PD, 5S e Alleanza Verdi Sinistra, chiedendo però loro di precisarla, spiegando in che modo concretamente si potrebbe attuare.



Note


[1]Segnatamente il Movimento 5Stelle (ProgrammaM5S_politiche2022.pdf),

l’Alleanza Verdi Sinistra (https://verdisinistra.it/programma-alleanza-verdi-e-sinistra/) e il PD (https://www.partitodemocratico.it/wp-content/uploads/FIN-PROGRAMMA_INSIEMEPERUNITALIADEMOCRATICAEPROGRESSISTA_160822.pdf) [2]Paolo Sylos Labini “Oligopolio e progresso tecnico” Einaudi 1967, Parte seconda, pp.178-214

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