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  • Menandro

Eia! Eia! Eia! Alalà! Son tornato, no... siamo tornati

di Menandro


Puntuali come la morte, i pronipotini in stile caricaturale del Regime fascista sono tornati dove tutto è cominciato, a Predappio, luogo cult dell'entroterra romagnolo, dove venne concepito il futuro duce, Benito Amilcare Andrea Mussolini.

Nel Centenario della Marcia su Roma, il comune di Predappio, dove sono conservate nella cripta di famiglia le spoglie di Benito Mussolini, fucilato dai partigiani il 28 aprile del 1945, non poteva sfuggire così all'obolo periodico di consegnare alle cronache l'ennesimo raduno di nostalgici in fez in piazza Sant'Antonio. Ieri, complice anche la bella giornata di sole che faceva risplendere il ricordo di imprese antiche, quando sui colli fatali di Roma la "Grande proletaria" di pascoliana memoria annunciava la nascita del suo Impero, più di duemila persone, compresi gli spagnoli della Falange (soci di diritto di queste ammucchiate in orbace anche in ricordo di antiche ospitalità offerte agli estremisti neri negli anni della Strategia della tensione), si sono radunate sognando di rimettere in riga il nostro Paese ammalato di democrazia.


Al canto di "Faccetta nera", colonna sonora d'accompagnamento alla schiacciante superiorità delle nostre armi su poveri abissini nella guerra del 1935, abissini per di più gasati con l'iprite sfruttando il prezzo del gas, all'epoca particolarmente conveniente, la folla immersa nel più totale deliquio si è sprecata nel marziale e più igienico saluto romano (non certo in polemica con le restrizioni annullate per la pandemia) sprezzante del rischio denuncia per apologia del fascismo e rincuorata dalla tonante voce d'oltretomba "Me ne frego!".

Un motto, per la verità o rubato o preso in prestito (dipende dalla versioni) al poeta-soldato Gabriele D'Annunzio, fra i numerosi altisonanti e iperbolici costato però all'Italia distruzioni, lutti, fame, perdita della dignità (delazioni di ebrei consegnati ai lager nazisti e tanto altro ancora...), effetti "collaterali" che puntualmente scompaiono nella narrazione apologetica che, all'opposto, privilegia la bufala che "il fascismo ha fatto tante cose buone".[1]

Ora, l'analisi si biforca tra se considerare quei pronipotini o idioti (neppure utili) o pericolosi sovversivi (massa di manovra) che sognano di rilucidare il Regime con i suoi simboli in attesa che dall'alto arrivi il segnali di via libera, dando magari l'assalto al 25 Aprile, dopo aver preparato il terreno con i rifiuti delle più alte cariche istituzionali. Analisi oziosa, perché si sa bene per esperienza storica che sono e potranno essere tutto e il contrario di tutto. La questione vera rimane la ferita non ancora curata del Fascismo nel nostro Paese che si trascina dietro la mortificazione di ritrovarci a chiedere a persone che non credono intimamente nella democrazia di offrirci rassicurazioni sulla loro fedeltà alla Costituzione e alla condivisione degli ideali nati dalla Resistenza.

E diventa persino grottesco, se non pura ipocrisia, ricordare Loro che sono dove sono grazie alla democrazia conquistata e ritrovata, perché Loro al potere, il loro potere, ci sarebbero arrivati comunque, senza dover ringraziare i democratici. Anzi. I democratici li avrebbero spediti in galera e davanti al plotone di esecuzione, come il Regime fascista fece per tutto il Ventennio. Quindi, non perdiamo tempo a inseguire chimere. Confidiamo nell'avvicendamento fisiologico generazionale per ricostruire un tessuto civico che dia valore al rifiuto di qualunque forma di totalitarismo e che diventa patrimonio non divisivo della nazione, in cui patrioti siano ritenuti coloro che hanno sacrificato la loro vita per la libertà e non personaggi da operetta, tutto slogan, canzonette e medagliette. E, se è possibile, si dia al senso di patria la visione dell'Europa unita.


[1] Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone, Bollati Borighieri

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