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Decreto Zan, il merito della Chiesa

di Michele Ruggiero |

Comincia a farsi largo, dopo giorni di passione sul decreto Zan, il dubbio della ragione. Non è mai troppo tardi. Dall’energico intervento della Santa Sede a piedi giunti sull’attività legislativa dello Stato Italiano, spiegato con il timore di un pregiudizio al Concordato firmato nel 1984 che modificava i Patti Lateranensi del 1929, si sono inanellati furori politici, crociate intellettuali, giuridiche, paraideologiche e di tutto un po’, mescolati nell’abituale calderone con cui si diluiscono le questioni scottanti nel nostro Paese. Ma, soprattutto, si è fomentata una lotta di trincea per difendere il valore della nostra laicità che ha dato l’impressione di tradire una rabbia sopita e distruttiva, una voglia antica di resa dei conti per reali e presunti torti del passato, una sorta di soddisfazione da una posizione di forza nell’ordinare “ai preti”, per dirla in parole povere, “fatevi più in là, non contate più niente in casa nostra, siete in minoranza”. Ora, che i cattolici praticanti in Italia siano in minoranza rispetto alla popolazione è acclarato, ma ciò rimane un dato statistico che necessariamente non ne influenza in maniera direttamente proporzionale la presenza nella vita sociale, nell’etica, nella morale e nell’economia, senza che ciò renda il nostro Paese uno Stato confessionale. E non potrebbe essere altrimenti. Lo spiega la Storia, che non potrà essere cancellata da nessun decreto legge, perché ha dietro sé la forza dei vissuti di migliaia di anni e di milioni e milioni di coscienze. Se ne deduce che i cattolici (tutt’altro che monolitici al loro interno) e dunque la Chiesa Cattolica che ne è la guida spirituale, hanno il diritto di sollevare qualunque tipo di obiezione finalizzato all’esercizio della convivenza civile e al rispetto dei diritti civili e religiosi, previsti dalla nostra Costituzione. Ciò che è accaduto con le riserve espresse sul Dll Zan, anche se forma e stile con cui si è avviato il confronto non sono stati dei migliori ed hanno contribuito a pregiudicare l’iniziale serenità che deve accompagnare questioni delicate e scivolose. E di questo si è mostrato avvertito il segretario di Stato della Santa Sede, monsignor Pietro Parolin, presule refrattario all’ostentazione dell’immagine oltre che misurato nelle parole, che si è limitato ad una precisione dialogante: la preoccupazione della Chiesa per un tema universale come è la libertà di opinione. Preoccupazione peraltro espressa anche dalla sponda laica, da ampi settori progressisti, da comuni cittadini, forse non con la necessaria convinzione per il timore inconscio di tradire una battaglia di principio comunque dovuta e non rinviabile. Ma la legittimità della battaglia, resa ancora più forte dalla legge anti Lgbt (acronimo che indica le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender), del premier ungherese Viktor Orbàn, non deve mettere in secondo piano eventuali contraddizioni che anche il nostro sistema democratico può partorire. Rendiamo dunque merito alla Santa Sede e ai cattolici italiani di aver sollevato il dubbio sull’articolazione complessiva del decreto Zan. Guardata in retrospettiva è una stata una scelta di impegno civico e di coraggio al proprio interno che ha spuntato – non lo si scrive con malizia – anche le unghie ai settori più retrivi della Chiesa cattolica, agli avversari di Papa Francesco, agli epigoni lefebvriani che sognano una chiesa medioevale destinata a diventare piccola e invisile. L’opposto del messaggio evangelico.

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