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Bettazzi e Berlinguer, quando era il "dialogo" a dare impulso alla conoscenza


di Marco Travaglini



Nel pomeriggio di oggi, martedì 18 luglio, nel Duomo di Ivrea si terranno i funerali di monsignor Luigi Bettazzi, morto domenica scorsa alla soglia dei cento anni, un secolo di vita che avrebbe raggiunto il 26 novembre prossimo. Alle 15,30 il rito sarà celebrato dal cardinale Arrigo Miglio, arcivescovo emerito di Cagliari, ordinato sacerdote proprio da Bettazzi nella diocesi di Ivrea nel 1967 e suo successore nel 1999, nominato vescovo da papa Giovanni Paolo. Sarà una cerimonia di grande impatto emotivo per la comunità eporediese credente e non, che ha proclamato il lutto cittadino a testimoniare una ininterrotta vicinanza per monsignor Bettazzi, a sua volta capace di una vicinanza sociale sempre assistita dalla sua volontà fede che lo ha reso uno dei protagonisti del secolo breve, coraggioso nel rompere schemi finalizzati unicamente alla divisione delle persone e a battere luoghi comuni, e fino all'ultimo di quello attuale. Marco Travaglini racconta uno degli episodi che nella seconda metà degli anni Settanta rese celebre, e scomodo, monsignor Luigi Bettazzi: la lettera al Segretario generale del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer.


Con la morte di Monsignor Luigi Bettazzi è scomparso l'ultimo testimone del Concilio Ecumenico Vaticano II, vescovo di Ivrea per un terzo di secolo, fondatore e presidente di Pax Christi, autore di importanti studi e fautore del dialogo anche con i non credenti. Luigi Bettazzi era una delle più autorevoli voci fuori dal coro in un paese che tende sempre più a diventare conformista. Impegnato sul fronte pacifista con iniziative dirompenti come fu certamente la marcia per i diritti umani che si tenne a Sarajevo nel 1992, un evento che offre l'idea di quanto credesse nell'efficacia della nonviolenza. Tra le tante iniziative che intraprese va ricordato il gesto inusuale e coraggioso (una lettera aperta...) che suscitò reazioni contrastanti, speranze ma anche critiche a Bettazzi quando scrisse all'allora segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Era il luglio del 1976. Due anni dopo il referendum sul divorzio. La lettera iniziava così:


"Onorevole, Le sembrerà forse singolare, tanto più dopo le ripetute dichiarazioni di vescovi italiani, che uno di loro scriva una lettera, sia pure aperta, al Segretario di un partito, come il suo, che professa esplicitamente l'ideologia marxista, evidentemente inconciliabile con la fede cristiana. Eppure mi sembra che anche questa lettera non si discosti dalla comune preoccupazione per un avvenire dell'Italia più cristiano e più umano".



Berlinguer rispose subito con un biglietto privato e pubblicamente, dopo un anno, nel 1977, dalle colonne di Rinascita , con delle puntualizzazioni e dei riconoscimenti importanti verso l'esperienza religiosa. In tredici fitte cartelle dattiloscritte Berlinguer scriveva :


"Le posizioni assunte e i comportamenti seguiti dal Pci lungo diversi decenni fino ad oggi, penso dovrebbero portarLa a riconoscere, Signor Vescovo, che l'insieme di essi costituisce la valida garanzia che nel Partito comunista italiano esiste ed opera la volontà non solo di costruire e di far vivere qui in Italia un partito laico e democratico, come tale non teista, non ateista e non antiteista; ma di volere anche, per diretta conseguenza, uno Stato laico e democratico, anch'esso dunque non teista, non ateista, non antiteista".


Berlinguer presentò il suo partito come laico e aperto a tutti i valori, non indifferente al fatto religioso. Riconobbe che l'essere ispirati da una fede religiosa è "una condizione che può stimolare il credente a proseguire il rinnovamento in senso socialista della società". Un'apertura concreta. Allora si ruppe, anche grazie a Monsignor Bettazzi, un muro di incomprensioni e di preconcetti e si chiarì quale poteva essere il percorso comune di credenti e non credenti di fronte alle sfide poste all'umanità. Un carteggio importante, segno di una volontà di dialogo vero, rispettoso delle diversità, ma anche attento a ciò che poteva unire. Oggi quel "terreno comune" è nelle emergenze nuove: i problemi posti dalla globalizzazione selvaggia, il modello di sviluppo, la questione ambientale, le nuove ingiustizie, i conflitti e la pace sempre minacciata, l'immigrazione, i

problemi legati alla bioetica. Grandi questioni sulle quali è impossibile che non ci possa essere un terreno di impegno comune per tutti "gli uomini di buona volontà".

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