SETTIMANA FINANZIARIA. In allarme gli imprenditori Usa
- a cura di Stefano E. Rossi
- 26 set 2025
- Tempo di lettura: 4 min
a cura di Stefano E. Rossi

Estere o non estere, questo è il dilemma negli Usa: se siano più le imprese straniere a soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa politica trumpiana o le company statunitensi, che vanno incontro a un mare di affanni, senza poter porre loro fine? Morire, dormire, sognare forse …un nuovo american dream.
Dazi: colpiti anche farmaceutici, mobili e camion
Confidando nel perdono di Shakespeare, nessun’altra espressione meglio di questo incipit, riesce ad interpretare il dubbio assillante di chi si sta risvegliando dall’ultimo sogno americano: saranno davvero le società estere a perdere di competitività rispetto a quelle nord americane o avverrà il contrario? La trasposizione della frase shakespeariana nell’attualità è ogni giorno sempre più calzante.
L’allarme tra gli imprenditori è ai massimi livelli. Tra le cause ci sono l’aumento dei prezzi delle materie prime, lo sfaldamento della catena di approvvigionamento, i rischi sulla tenuta dei consumi interni. Il risultato è la sospensione di molti investimenti strategici da parte delle medie imprese Usa che operano nei settori tradizionali. L’incertezza è crescente. A produrla sono le scelte adottate sul commercio estero dal Presidente Trump, talvolta improvvisamente punitive, altre volte inaspettatamente assolutive. Così, mentre ci si arrovella in questi pensieri, arriva un nuovo annuncio sui dazi. Da ottobre verranno ulteriormente colpiti i farmaceutici con un rotondo +100%, i mobili (+50%) e i camion (+25%).
Trump corre in soccorso dell'amico Milei
Però, nello stesso giorno di questo annuncio, il Segretario al Tesoro Usa dà una notizia di segno contrario. È il sostegno economico (annunciato da tempo) per 20 miliardi di dollari all’Argentina, dell'amico di Trump, il presidente Milei. Ma non solo. La Casa Bianca ha anche azzerato per un bimestre al Paese sudamericano i dazi sui cereali, sollevando non pochi malumori tra i produttori di soia statunitensi. Tutto questo, a una settimana di distanza dall’accordo con la Gran Bretagna, il Tech Prosperity Deal, che vale 150 miliardi di sterline di investimenti americani in tecnologia e 7.600 nuove assunzioni nel Regno Unito. Le intenzioni dichiarate, cioè quelle di favorire la crescita dell’occupazione e sostenere la produzione industriale nazionale, appaiono nei fatti disattese, quando non producono effetti immediati negativi.
I fondamentali dell’economia Usa tengono bene. Nessuna sorpresa è arrivata dall’inflazione, che sale come previsto del +2,7%. La crescita dei consumi è debole ma c’è (+0,6%). Vengono diffusi anche i dati aggiornati ad aprile sui risparmi, aumentati del 5,7% (su base annua). Infine, la sezione di Atlanta della Federal Reserve ha pubblicato la stima di crescita del Pil americano: +3,9%. Stupisce tutti che, in un quadro tutto sommato così favorevole, l’occupazione non salga di conseguenza e continui a deludere le aspettative. Le ipotesi sulle cause di questo vengono individuate nel freno a mano alzato dai dazi.
Proseguono gli accumuli di scorte di petrolio
Il cambio euro dollaro si ferma di nuovo a 1,17. Anche l’oro in settimana replica un andamento orizzontale e chiude a 3.778 dollari l’oncia.
Il petrolio greggio sale improvvisamente a 66,4 dollari al barile per poi ripiegare a 65,5. Si potrebbe spiegare con un movimento di breve periodo dovuto all’accumulo delle scorte della Cina, perché gli indicatori di medio lungo periodo ne vedrebbero il prezzo in discesa. Infatti, il rapporto trimestrale sulle commodities stilato da Intesa Sanpaolo Research spiega come l’eliminazione graduale dei tagli alla produzione da parte dell'OPEC stia determinando il più ampio accumulo di scorte degli ultimi dieci anni. Più alto perfino del periodo della pandemia Covid, che fece crollare consumi e prezzi. Di conseguenza, il calo della domanda rispetto all’offerta non potrà che riflettersi nella discesa del prezzo.
Pregevole la considerazione d’esordio del report della prima banca italiana: il ruolo delle materie prime si allontana da quello di semplici input dei processi produttivi, diventando vere e proprie risorse strategiche utili per minacciare, indebolire gli avversari o al contrario ridurre la propria vulnerabilità verso decisioni politiche ed economiche di paesi terzi.
Borsa Italia: Cucinelli perde quota
Piazza Affari, da una settimana all’altra, è una borsa piatta. Però Cucinelli non resta nel gruppo e precipita sulle rivelazioni della società di investigazione finanziaria Morpheus Research. Un’indagine durata tre mesi avrebbe svelato pesanti violazioni dell’embargo russo. L’impresa italiana della moda smentisce e annuncia azioni penali. Ma dalle risultanze del rapporto l’accusa è grave. Negli ultimi tre anni sarebbero riprese le esportazioni in Russia, i cui consistenti flussi di pagamento avrebbero preso strade alternative per eludere i controlli. Le triangolazioni finanziarie sono quelle classiche: la Cina, l’Iran o l’Estonia. Ovviamente il condizionale sull'inchiesta è d’obbligo. Il crollo del titolo no.
Continua il calvario di Amplifon. Da inizio anno, è il calo peggiore tra le azioni quotate: -43,98%, dei quali -7,01% solo questa settimana. Non si è più ripresa dal declassamento dello scorso fine luglio da parte di Bank of America e adesso ha ripreso a scivolare verso il basso. Il settore risente dell’ingresso disruptive (destrutturante) di nuovi concorrenti, dotati di tecnologie alternative avvincenti, ma da mettere pur sempre alla prova di lungo termine dei mercati di sbocco. Vedremo chi la vincerà.
Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB
I Tori: Leonardo +6,34%, Saipem +6,09%,
Gli Orsi: Cucinelli -18,21%, Mediobanca -7,92%
FTSE MIB: +0,01% (valore indice: 42.646)
I presenti commenti di mercato rivestono un esclusivo scopo informativo e non intendono costituire una raccomandazione per alcun investimento o strategia d’investimento specifica. Le opinioni espresse non sono da considerare come consiglio d’acquisto, vendita o detenzione di alcun titolo. Le informazioni sono impersonali e non personalizzate.











































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