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Riforma fiscale: una proposta di unità per Cgil, Cisl e Uil

di Aldo Celestino


Da alcuni anni a questa parte stiamo assistendo ad una divisione profonda tra le organizzazioni sindacali e ciò costituisce un grave motivo di preoccupazione sia per le lavoratrici e i lavoratori, ma credo, e temo, anche per la qualità della democrazia nel nostro Paese. L'incapacità delle diverse dirigenze di trovare un punto di incontro, elaborare una strategia condivisa e definire obiettivi comuni, pur avendo il dovere etico, sociale e politico di tutelare gli stessi interessi dei lavoratori, mette in luce una fragilità sia politica, sia strategica.

Operare divisi non solo indebolisce l’impatto e l’efficacia simbolica delle mobilitazioni, ma finisce per avvantaggiare le controparti e alimentare il distacco dei lavoratori dal sindacato stesso. In un contesto storico segnato da forte precarietà, inflazione crescente, disuguaglianze accentuate e riforme dal pesante impatto sul mondo del lavoro, la frammentazione non è segno di pluralismo bensì di miopia politica, come ha sottolineato ripetutamente nella sua rubrica "La Stanza del pensiero Critico" e altri interventi su questo sito Savino Pezzotta, per anni Segretario generale della Cisl. Senza unità, la voce dei lavoratori perde forza e le rivendicazioni diventano meno incisive. La scelta di dividersi in modo così vistoso, accompagnata dalla strumentalizzazione mediatica e dalle contrapposizioni alimentate dalle varie fazioni, finisce per favorire in particolare le strategie del Governo che ha mostrato più di una debolezza sul piano della programmazione industriale e, di riflesso, sull'occupazione di qualità e per quella giovanile.

Ora avanzo un tema che può costituire un terreno comune per praticare l’unità d’azione tra CGIL CISL UIL. Si tratta dell’annosa questioni fiscale, su cui indirettamente è intervenuto proprio oggi Rocco Artifoni con un suo articolo.[1] E la questione fiscale può costituire davvero il punto di approdo per l’unità d’azione del sindacato.

Come è possibile finanziare il Welfare senza le risorse necessarie se il bilancio dello Stato presenta un debito oramai insostenibile? Nel contempo, le necessità aumentano in ragione del fatto che la popolazione invecchia ed i bisogni degli anziani crescono. Infine, ci domandiamo se questo paese dispone della ricchezza necessaria per fare fronte alle impellenti necessità della popolazione?

Imperativo, a mio parere, oltre a ridurre alcune spese, come quelle militari (o a razionalizzarne con una larga intesa europea), è aumentare le entrate dello Stato per poter finanziare lo stato sociale, in particolare sanità, scuola e pensioni.

Tra le nuove entrate indispensabili la prima proposta è la patrimoniale. Essa è ampiamente fattibile, nonostante la timidezza o la paura dei sindacati e dei partiti di sinistra, perché in Italia la ricchezza è presente ed è concentrata nelle mani del 10 per cento della popolazione che detiene il 60 per cento della ricchezza totale. All'opposto, come si può riscontare dalle statistiche e dall'ultimo rapporto Oxfam, in Italia vige "la disuguaglianza, la legge del più ricco", con una crescita sbilanciata che premia il 5 per cento più ricco delle famiglie in grado di accaparrarsi il 91 per cento della nuova ricchezza nazionale, oltre 2.000 miliardi di euro dal 2010 al 2025, lasciando le briciole alla percentuale restante.

Ci sono diverse proposte sul tavolo. Il problema non è tecnico, ma  è politico, perché occorre forza e coraggio. Può andare bene l’ipotesi della CGIL di una patrimoniale con aliquota dell’1% per i patrimoni superiori ai due milioni di euro, che significa coinvolgere poco meno di 500mila contribuenti su 43 milioni. Essa garantirebbe un gettito annuo di 26 miliardi di euro. La viscerale ostilità della Presidente del Consiglio a una patrimoniale fa capire ampiamente che la sua posizione, e quella della destra, è apertamente rivolta alla difesa di quel 5 per cento della popolazione. Fa comprendere inoltre ai 43 milioni di contribuenti italiani che la destra di Meloni ha come obiettivo quello di aumentare il carico fiscale complessivo a loro destinato. E soprattutto a smantellare lo Stato sociale. 

Un altro problema  molto grave è la tassa di successione (ricchezza non guadagnata ma ereditata) che in Italia è il più basso d’Europa. Con un’aliquota del 4% oltre un 1 milione di euro per i figli/figlie  e il 6% oltre 100mila euro per fratelli/sorelle garantisce un gettito ridicolo, solo lo 0,005 % del PIL. Toccare la ricchezza concentrata in poche mani è un imperativo, non solo di giustizia, ma un atto di democrazia. Pensiamo, ad esempio, che le banche hanno registrato 165 miliardi di profitto nell’ultimo triennio, grazie anche a una politica di riduzione del personale, raramente contrastata dai sindacati. Aggiungo che nel 2024 la ricchezza dei miliardari italiani è aumentata di 61,1 miliardi di euro – al ritmo di 166 milioni di euro al giorno – raggiungendo un valore complessivo di 272,5 miliardi di euro detenuto da 71 individui.

Per contro il fenomeno della povertà assoluta mostra in Italia un quadro  di grande preoccupazione. Oggi poco più di 2,2 milioni di famiglie, per un totale di 5,7 milioni di individui, versano in condizioni di povertà assoluta. Non dispongono in concreto di risorse mensili sufficienti ad acquistare un paniere di beni e servizi essenziali per vivere in condizioni dignitose.

La seconda proposta è una tassazione fortemente progressiva, in controtendenza rispetto alla politica fiscale di questo governo (solo tre aliquote e la flat tax al 15%). Ricordo che nel 1974 le aliquote erano 38 e quella marginale era del 72%. Non a caso  in quegli anni in Italia eravamo in presenza di una maggiore equità tra ricchi e poveri ed il ceto medio stava meglio rispetto alla situazione attuale, come più volte ricordato da Anna Paschero nei suoi articoli.  

Non va dimenticato rispetto al sistema fiscale fortemente distorsivo il nodo del fiscal drag. Tra il 2023 e il 2024 lo Stato ha incassato 25 miliardi di euro in più di tasse, pur senza averle aumentate. È il cosiddetto “fiscal drag”: quando gli stipendi nominali crescono per effetto dell’inflazione, si finisce in una fascia di reddito più alta e si pagano più tasse, anche se il potere d’acquisto reale resta fermo o addirittura cala. In media, ogni lavoratore ha versato circa 2.000 euro in più. E rispetto al 2021, i salari reali sono ancora 9 punti sotto l’inflazione, cioè 3.000 euro in meno all’anno, quasi 9.000 euro di perdita cumulata. Per questa ragione, il Governo dovrebbe da un lato restituire il fiscal drag, e dall’altro ripristinare la restituzione automatica del drenaggio fiscale quando l’inflazione supera il 2%, così come prevedeva la legge 28/2/del 1989 n. 154.

Il combinato disposto delle due azioni produrrebbe due grandi effetti. Primo, l'aumento significativo delle entrate; secondo, una maggiore giustizia sociale con una progressiva lotta alla povertà, come recita l’art 3 della Costituzione che richiede, nel secondo comma, di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

La giustizia fiscale è un problema gravissimo e non è problema di oggi, anche se oggi si è aggravata, infatti risale almeno agli ultimi 25 anni. Questo dunque è il momento giusto di indicare un terreno comune e unificante con l’obiettivo di arrivare al bene comune. 

Un proverbio africano, citato poco tempo fa dal presidente Mattarella, dice. “se vuoi andare veloce corri da solo, se vuoi andare lontano vai con qualcuno”.


Note

[1]https://www.laportadivetro.com/post/fisco-debito-le-promesse-tradite-della-nostra-costituzione

[2]https://www.laportadivetro.com/post/tagli-agli-investimenti-aumento-della-pressione-fiscale-il-segreto-per-ridurre-il-debito-pubblico; https://www.laportadivetro.com/post/l-editoriale-della-domenica-evasione-fiscale-recuperata-c-è-qualcosa-che-non-torna


 


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