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Processi Mezzaroma e Lucano, strane asimmetriche condanne

Aggiornamento: 5 mar 2023

di Menandro

Massimo Mezzaroma, 49 anni, imprenditore ed ex presidente del Siena Calcio, rinviato a giudizio nel 2018 per bancarotta fraudolenta patrimoniale, è stato condannato a tre anni di reclusione. Il Siena calcio è fallito nel dicembre del 2015 con debiti per 60 milioni di euro di euro. All’imprenditore, il Tribunale di Siena ha concesso le attenuanti generiche che hanno così attenuato la richiesta di cinque anni avanzata il 22 luglio scorso dal pubblico ministero, aveva chiesto una pena di 5 anni. Massimo Mezzaroma appartiene ad una famiglia altolocata di Roma, con storiche, solide e preziose relazioni sociali e finanziarie. Suo padre, Pietro (ex presidente della Roma calcio nel 1993 con Franco Sensi al vertice), ha fondato il gruppo Pietro Mezzaroma&Figli. Non un gruppo qualunque: fa parte della storia capitolina, terreni, mattone e cemento, per aver costruito interi quartieri della capitale. Massimo è cugino di Marco Mezzaroma, presidente dell’Unione Sportiva Salernitana 1919, cognato del presidente della Lazio Claudio Lotito (ha sposato la sorella di Marco, Cristina), che a sua volta controlla una quota rilevante della società campana. Mimmo Lucano, 63 anni, per quasi tre lustri (dal 2004) sindaco di Riace in provincia di Reggio Calabria, uomo dal modesto se non inesistente conto corrente bancario, è stato condannato dal Tribunale di Locri alla pena di 13 anni e 2 mesi di reclusione. I suoi avvocati lo hanno definito un “uomo povero”, economicamente. Una condizione che non ha impietosito il pubblico ministero se al termine della requisitoria aveva chiesto per lui una pena di 7 anni e 11 mesi. Non di meno i giudici che gli hanno quasi raddoppiato la pena, condannandolo per i reati di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, peculato, concussione, turbativa d’asta, falsa ideologico e abuso d’ufficio. In altre parole, il Tribunale di Locri ha giudicato Mimmo Lucano, simbolo dell’accoglienza e del rilancio di Riace, un genio del crimine di grande spessore, di gran lunga superiore a quegli stessi mafiosi contro cui Mimmo Lucano combatte da una vita. Apprendendo la sentenza, la reazione a caldo che si è diffusa e registrata tra numerosi concittadini di Lucano, commentatori e politici è stata di sconcerto, se non di autentico turbamento per la severità mostrata dai giudici di Locri. Uno sconcerto in parte derivati da precedenti pronunciamenti della magistratura. La Corte di Cassazione aveva, infatti, annullato l’ordinanza di custodia cautelare per assenza di “comportamenti fraudolenti” dell’indagato. E nell’ottobre del 2018, a ridosso dell’inchiesta, il gip aveva rigettato la richiesta di arresto avanzata dalla Procura per “vaghezza e genericità del capo di imputazione”. Ora non si può fare a meno di comparare le sentenze di Mezzaroma e di Lucano. E non si può fare a meno di notare la strana asimmetria tra chi ha subito una condanna (lieve) per un comportamento fraudolento che ha generato un sprofondo “rosso” certificato e contabilizzato fino all’ultimo centesimo di euro, cui è seguito il fallimento di una società calcistica, e la pesante condanna inflitta a chi non ha prodotto squilibri nei bilanci (miseri) del suo comune, si è speso disinteressatamente per dare un senso vivo e reale alla convivenza sociale con l’inserimento e integrazione di centinaia di migranti e di cambiare il volto alla comunità di Riace destinata a decadenza irreversibile. Il 3 settembre del 1982, quando a Palermo il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa fu ucciso dai corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, apparve la scritta “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”. Non facciamo che ciò accada per Mimmo Lucano.


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