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Osservando i nostri tempi


La cura è una passione e un'immersione senza risparmio

di Domenico Cravero


La pratica di cura conosce l’angoscia dei ragazzi al limite e dei pazienti di cui si fa carico. È il lavoro psichico sulla sofferenza personale che spinge e sostiene una persona verso la professione d’aiuto. Essa richiede un intenso sforzo psichico per avvicinare il groviglio agitato e dolorante che abita chi soffre. Questo accompagnamento agita l’operatore fino a sconvolgerlo nel suo vissuto emozionale e a trascinarlo nei territori meno stabili della sua stessa persona. Solo imparando a convivere con tali stati emozionali, l’operatore può utilizzare pienamente il suo dispositivo professionale. L’operatore agisce attraverso le forme vitali della sua persona, il suo desiderio di cura e gli strumenti di cui dispone. Egli può curare la sofferenza psichica grave solo immergendosi senza risparmio dentro la propria anima, fino a raggiungere le aree di scissione del Sé. Là incontra analoghe condizioni psichiche del paziente. Tra i due si crea un punto di estrema vicinanza, anche se non si stabilisce mai un contatto. Il setting abita, infatti, uno spazio simbolico. Le sue forme vitali e l’atteggiamento complesso del sentire l’altro, producono personificazione, ma stabiliscono anche una separazione. L’operatore usa il lavoro su di sé (l’autoanalisi) per risalire dalla sua scissione. Il paziente risale con lui; il primo conosce la strada, il secondo lo segue.

L’operatore è una persona che si è preso cura di sé perché ha trovato un setting (una équipe di formazione, il lavoro psicoterapico e spirituale su di sé, un’organizzazione in cui sentirsi a casa). Nella sua introspezione ha iniziato a pensare a sé diversamente e la capacità di accoglienza attraverso la sua professione è stata così forte che le sensazioni di trasformazione lo hanno motivato a rimanere per sempre in contatto intimo con quel dolore. Un operatore che ignori il proprio dolore psichico non ha alcuna possibilità di essere di aiuto, così come se non sperimenta il piacere di sentirsi rigenerato nella relazione di aiuto, ha scarsa probabilità di continuarla. La relazione d’aiuto è un’arte che nasce dalla passione dell’operatore. Il transfert, infatti, è la funzione terapeutica meno definibile e più rischiosa. È evidentemente un’espressione dell’irriducibilità dell’affetto.

Donald Winnicott, infatti, ha spostato l’attenzione dall’analista che interpreta a quello che crea un ambiente affettivo, ove accogliere. Il transfert è un moto del cuore prima di essere un dire, un tormento della passione prima di essere chiarezza di parola. La professione di operatori di persone molto sofferenti si vive nella propria interiorità emozionale quando si avverte l’”insostituibile” importanza di chi ha in cura e si “sentono” i “pazienti” come “necessari” alla propria vita. Nessuna tecnica potrà mai funzionare senza questo tormento nell’anima dell’operatore. La cura è una passione. “Quanta nostalgia di adolescenza, quanta delicata passione, bisogno struggente di adolescenza ci vuole per far sentire a un ragazzo in difficoltà che con noi vale la pena tentare di farcela” (Baldini T., Ragazzi al limite,2011 p. 137).

L’operatore, sequestrato dalla passione per la vita, trova le strade più naturali e immediate per entrare in comunicazione attraverso la sua interiorità emozionale, nelle forme vitali del suo essere e agire. La generazione interpersonale tra paziente e terapeuta, tra utente e operatore (tra genitore e figlio) è possibile solo se anche l’operatore è disposto a riesaminare la sua vita, a mettere in discussione le sue certezze, a mantenere una posizione decentrata tra sé e il paziente. In questo spazio trova modo di rivedere tutto se stesso. La passione, indispensabile per l’incontro, richiede un serio lavoro dell’operatore su se stesso. Egli ricorre a propri ricordi e affetti, all’autoanalisi, al controtransfert. Non si espone, infatti, verso i pazienti aldilà delle regole prescritte, ma neppure collude con la rimozione dell’affetto. Il setting è lo spazio e il tempo dati dalla presenza dell’operatore. L’ambiente della terapia e dell’abilitazione incarna nelle forme vitali dei soggetti, sia gli affetti di chi aiuta, sia quelli di chi viene aiutato. L’affezione dell’uno influenza quella dell’altro e insieme co-determinano un campo comune. L’operatore (il clinico, l’abilitatore, l’educatore, il genitore, ognuno con la sua specifica responsabilità) crea luoghi in cui l’angoscia, muta, agita o somatizzata, può essere accolta, espressa e ascoltata. Questa creazione è il primo ed essenziale passo della cura.

 

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