La nonviolenza e la "nuova" violenza che attraversa il lavoro
- Savino Pezzotta
- 16 ore fa
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di Savino Pezzotta

Siamo abituati a considerare la nonviolenza come parte esclusiva delle strategie pacifiste, un linguaggio da corteo o da trattato etico. È un errore che paghiamo caro. La nonviolenza non è un settore, né un’etichetta, né un capitolo confinato nella storia dei movimenti: è una strategia di vita, un modo di stare in un mondo attraversato dalla violenza, dalle guerre, ma anche da un modo di lavorare. Questo esige un nuovo modo di fare sindacato: si tratta di integrare nelle forme usuali del conflitto nuove prassi e oltre le solite questioni si tratta di aggiungere una nuova attenzione alla violenza che attraversa le forme del lavoro, l’introduzione delle tecnologie digitali e in particolare dell’Intelligenza Artificiale.
Oggi la violenza nel lavoro e nella sua organizzazione raramente si presenta con i tratti del passato. Non è più il capo che sbatte i pugni sul tavolo, né l’urlo nel reparto o la minaccia esplicita. Oggi è più sottile, silenziosa, difficile da nominare. Si manifesta come una notifica, un turno modificato all’ultimo momento, un algoritmo che stabilisce chi è “performante” e chi no. Non colpisce direttamente, ma orienta; non punisce apertamente, ma isola; non ferisce in modo visibile, ma consuma lentamente, come una pressione costante.
L’organizzazione digitale del lavoro ha reso i processi più rapidi, efficienti, misurabili. Ma anche più fragili. Le piattaforme scandiscono i ritmi, le dashboard consentono di visualizzare i dati in modo chiaro e conciso, migliorando il processo decisionale, registrando ogni gesto, i sistemi di valutazione riducono la persona a un indicatore. Non serve più il rimprovero: basta un punteggio basso. Non serve un controllo diretto: è sufficiente un software che monitora ogni pausa. Non serve un conflitto aperto: è sufficiente la percezione continua di essere osservati, valutati, sostituibili.
Eppure, proprio in questa solitudine programmata, accade qualcosa che nessun algoritmo riesce a prevedere. Un collega che scrive “ci penso io”, un altro che segnala un cambiamento nascosto nelle procedure. Una chat che diventa spazio di sfogo e di consiglio. Una battuta condivisa in videochiamata che interrompe la retorica della performance e restituisce umanità. La nonviolenza è la capacità di proteggere i più fragili senza trasformare la fragilità in colpa. È la scelta di non restituire umiliazione con umiliazione. È il rifiuto di abbandonare chi non regge i ritmi imposti. È la decisione di trasformare la rabbia in parola, la paura in solidarietà, la sofferenza in rivendicazione. È un modo di abitare il nuovo mondo del lavoro che non rinuncia al conflitto, ma lo governa; non evita la tensione, ma la orienta; non si sottrae alla lotta, ma la rende più lucida ed efficace.
In un mondo del lavoro che corre più veloce dei corpi che lo abitano, la nonviolenza può diventare un’infrastruttura. È ciò che consente di restare umani dentro sistemi che ci vorrebbero le persone al lavoro , i dipendenti misurabili, prevedibili, sostituibili. È il modo per ricordare che il lavoro non deve ferire, né umiliare, né dividere.
Si può ripartire da qui: da un messaggio, da un gesto, da un respiro condiviso. Da una forza silenziosa che non si lascia addomesticare. Da una nonviolenza che non è rinuncia, ma progetto. Un progetto che afferma, con semplicità e determinazione, che un altro modo di lavorare è possibile — e che, giorno dopo giorno, è già in costruzione.













































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