L'Editoriale della Domenica. "Buona Pasqua, sì, ma ridiamo vero significato alle parole"
- Alberto Scafella
- 5 apr
- Tempo di lettura: 3 min
di Alberto Scafella

Buona Pasqua, se ne abbiamo ancora il coraggio. C’è un modo facile di dire “Buona Pasqua”: automatico, innocuo, quasi educato. E poi c’è quello difficile. Quello che pesa. Quello che, oggi, somiglia più a una presa di posizione che a un augurio. Perché la Pasqua, quella vera, non è mai stata una festa rassicurante. È, prima di tutto, uno scandalo. Racconta il sacrificio, l’ingiustizia, la violenza, la morte. Solo dopo, e non per automatismo, ma per rottura, arriva la Resurrezione. Ma noi abbiamo saltato il passaggio scomodo: vogliamo la luce senza attraversare il buio. Pretendiamo la rinascita senza accettare la ferita. E così restiamo sospesi: senza croce e senza resurrezione.
Intanto, fuori dalle nostre liturgie sempre più leggere, il mondo continua a fare il suo mestiere, che è quello di ricordarci la realtà. Le guerre non fanno più notizia: si consumano. Ai confini dell’Europa, nel cuore di terre che
non fanno audience, il dolore è diventato routine. Scorre nei notiziari tra una pubblicità e l’altra, perde forza, smette di indignare. Non perché sia meno grave, ma perché ci siamo abituati. È qui che l’augurio pasquale si incrina. Dire “pace” rischia di suonare come una formula stanca, un riflesso condizionato. La parola è rimasta, il contenuto si è dissolto. E forse non è un caso.
Nel frattempo, la politica, tutta, senza troppe eccezioni, si muove altrove. Non nella profondità, ma nella superficie dell’opportunità. A destra come a sinistra, la Pasqua diventa un passaggio comunicativo: una foto, una dichiarazione, un messaggio calibrato. Non un momento di verità, ma di posizionamento. Tutto è consenso, tutto è tattica. E c’è di più. La politica ha ormai imparato a strumentalizzare ogni cosa: perfino la pace, perfino la Pasqua. Parole che dovrebbero unire diventano strumenti di divisione, slogan da campagna elettorale, materia per una propaganda spesso becera, costruita più per raccogliere voti che per indicare una direzione. La pace evocata nei discorsi pubblici raramente coincide con scelte coerenti; la Pasqua celebrata nei messaggi ufficiali raramente comporta un’assunzione di responsabilità. È un linguaggio svuotato, usato e consumato come tutto il resto.
Le contraddizioni sono evidenti, ma non scandalizzano più nessuno. Si invocano radici cristiane, identità, tradizione, e poi si ignorano sistematicamente le parole più esigenti di quella stessa tradizione: limite, sacrificio, responsabilità. Dall’altra parte, si celebrano diritti e progresso, e spesso si perde il senso del dovere, della misura, della concretezza. Il risultato è una politica che parla molto, promette troppo e incide poco. Una politica che non disturba, e proprio per questo non serve.
E nel mezzo c’è il Paese reale. Quello che protesta, spesso a ragione, per il costo della vita, per l’erosione del potere d’acquisto, per le difficoltà quotidiane. Ma è lo stesso Paese che non rinuncia a nulla. Che vive dentro un consumismo diventato riflesso automatico. Si lamenta e compra. Critica e consuma. Non è solo una contraddizione economica: è una crepa morale.
In questo rumore di fondo, resta quasi isolata una voce. Quella di Papa Leone XIV. Una voce che insiste su parole fuori moda: essenzialità, giustizia, conversione personale. Non come slogan, ma come condizioni. Ed è proprio questo il problema: è una voce scomoda, perché chiede coerenza in un tempo che vive di ambiguità. Allora sì, forse ha ancora senso dire “Buona Pasqua”. Ma solo a certe condizioni. Solo se si accetta di restituire peso alle parole.
Buona Pasqua, a chi non si accontenta delle versioni semplificate della realtà.
A chi non si abitua alla guerra come se fosse un dato naturale.
A chi pretende dalla politica meno narrazione e più verità.
A chi non accetta che anche la pace e la Pasqua vengano ridotte a strumenti di propaganda.
A chi, anche immerso nel rumore del consumo e delle contraddizioni, continua ad avvertire che qualcosa non
torna.
Perché la Pasqua, prima di essere una celebrazione, è una domanda.
E oggi, più che mai, è una domanda che evita risposte facili.
Buona Pasqua !?













































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