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La brutta fine dei nanetti che rinnegarono Biancaneve

di Menandro|

Al Paese apparve chiaro fin dalle prime schermaglie per l’elezione al Colle: i nanetti, leader superbi, volevano dimostrare di essersi ripresi il Potere. Di essere diventati uomini tutto d’un pezzo: “Il Presidente lo decidiamo noi” era il motto chiaro, forte, roboante, che sgorgava da dichiarazioni a getto continuo, che tracimava come le esondazioni dei fiumi in piena dietro a mascherine che almeno risparmiavano al cittadino comune il fastidio di quel ghigno a lungo trattenuto. Da troppi mesi, infatti, i nanetti erano costretti ad abbozzare, a deglutire l’amaro calice che quotidianamente versava loro un fattore dalle buone maniere e da altrettante buone letture, gratificato nel mondo e dintorni da ottime referenze e attestati di stima, ma, comunque, un praticante della politica. Per la verità, ai nanetti l’amaro calice non piaceva anche per altri motivi che trascendevano dal gusto: dopo i primi sorsi, provavano una sorta di stordimento, una perdita di conoscenza che finiva per escluderli da qualunque decisione del fattore educato, al punto da sospettare nei rari momenti di lucidità che li si volesse sedare o narcotizzare per ridurre al minimo sindacale, ma nel rispetto dei principi democratici, la loro presenza nel Paese. “Potrebbero risultare dannosi per il futuro di un piano chiamato Pnrr”, era il commento più gettonato che si accreditava all’opinione del fattore. Ma con il cambio d’inquilino al Quirinale, i nanetti sapevano di avere, finalmente, l’occasione di giocare in grande (pensare in grande l’avrebbero fatto in un secondo tempo, un po’ come per le riforme…) e prendere due piccioni con una fava, come si suole dire: liberarsi del fattore-padrone ed emendarsi anche dalla rispettabile Biancaneve. La stessa che negli ultimi anni li aveva oscurati con la sua grazia e la sua leggiadria e sottratto loro la scena con innato garbo e un linguaggio moderato in cui grammatica e punteggiatura non apparivano mai un optional, tanto da meritarsi la gratitudine della platea internazionale e riscuotere profusioni d’amore dai suoi concittadini. Ma si sa, tra tutti i peccati capitali, l’invidia è quello più distruttivo… Non a caso Biancaneve, nella sua modestia, aveva preannunciato il suo addio, il suo desiderio di uscire in punta di piedi per dare alla fiaba un finale istituzionale, nel rispetto della Costituzione. Ma con le pagine in bianco e tutte da scrivere, i nanetti hanno cominciato a sbroccare: ad uno mancavano i verbi, ad un altro i sostantivi, ad un terzo gli articoli e aggettivi e, per la serie non c’è mai fine al peggio, il Brontolo della compagnia, quello più acculturato, aveva scoperto di avere tutto, persino gli avverbi, ma di non saper mettere assieme nulla. Una débâcle priva di attenuanti. Fu così che i nanetti salirono al Colle per fare mea culpa alla pacata e inossidabile Biancaneve. I nanetti erano visibilmente frustrati e paradossalmente più divisi di quanto le loro stesse parole dicessero. Ma Biancaneve, nella sua infinità magnanimità, fece finta di nulla e si limitò a guardarli dall’alto verso il basso, non per svalutarli, ma costretta, sia chiaro, come sempre dalla perdonabile insufficienza degli altrui centimetri. L’imperdonabile, infatti, è ben altro.

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