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Kabul 2021: subalterni ai talebani come nel 1938 a Monaco, ai piedi di Hitler

di Menandro|

Il 5 ottobre del 1938, alla Camera dei Comuni, Winston Churchill si rivolse senza parafrasi al primo ministro britannico Chamberlain, commentando l’esito della Conferenza di Monaco: “Dovevate scegliere tra la guerra ed il disonore. Avete scelto il disonore e avrete la guerra”, disse il discendente del Duca di Marlborough, avvertendo che per i popoli europei era non la fine, come si sosteneva all’unisono nelle capitali del Vecchio Continente, ma l’inizio di un incubo. E gli eventi del 1° settembre 1939 lo avrebbero confermato. Pochi giorni prima, tra il 29 e 30 settembre 1938, i governi totalitari di Italia e di Germania, e parlamentari di Francia e di Gran Bretagna, si erano ritrovati a Monaco per scongiurare il ricorso alle armi. Risultato raggiunto, scrisse con cinica soddisfazione condivisa la stampa sia di regime fascista e nazista, sia delle democrazie occidentali, queste ultime egoisticamente convinte che a pagare il prezzo della pace dovesse essere la Cecoslovacchia, agnello sacrificale dell’accordo. Nel giro di pochi mesi, boemi e slovacchi, si ritrovarono smembrati dai vicini golosi (Ungheria e Polonia) e costretti a cedere alle mire espansionistiche di Hitler, che nella primavera del 1939 ordinò alla Wehrmacht di marciare su Praga. Sfruttando la politica di accomodamento e di mediazione che si fondava sulla menzogna elevata a promessa e sulla debolezza delle democrazie occidentali, il dittatore nazista aveva conquistato la Mitteleuropa (l’Austria era stata annessa nel marzo del 1938), facilitato l’avvento della dittatura franchista in Spagna e finanziato una politica di costituzione e sostegno di partiti filotedeschi in numerosi paesi europei che gli avrebbe garantito allo scoppio della guerra o la formazione di “quinte colonne” o di “governi satelliti” nella sua orbita. Analogie e similitudini. Prima nei colloqui di Doha tra Stati Uniti e talebani, poi nei giorni imminenti la presa di Kabul da parte dei fondamentalisti, quel lontano copione si è a grandi linee ripetuto. Non vale sostenere che i soggetti sono diversi, diversi il teatro di guerra e lo scenario geopolitico. A risaltare e a emergere ancora una volta è la riproposizione della menzogna elevata a sistema e spacciata da ambo gli schieramenti come ideale e positiva soluzione finale. Ma come negli affari c’è sempre uno che compera e un altro che vende, negli accordi forzati c’è chi dalle bugie ottiene un vantaggio e chi per calcolo è disposto a privarsene pur di nascondere sottotraccia il suo vero obiettivo. Nel 1938, l’Impero Britannico e la Francia di Daladier puntavano al “quieto vivere”, un modo elegante per occultare la pavidità. La storia si è incaricata di spiegare l’esito di quell’infimo calcolo. Ora, fine agosto 2021, qual è l’obiettivo dell’America di Joe Biden? Qual è il fine supremo per il quale il presidente Usa si è inimicato la Nato e i suoi alleati, mostrando accondiscendenza al nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan dominato dai sunniti? Per quale ragione la Casa Bianca si siede (lontana da occhi indiscreti) a dialogare con i talebani, pur sapendo che senza l’atteggiamento fermo che compete ad una grande potenza non saranno i cordoni umanitari (necessari) ad evitare il sacrificio di migliaia di afghani che in vent’anni hanno collaborato con il contingente armato, con le divise italiane, inglesi, francesi, tedesche? In ultimo, perché ha scelto di fomentare e assecondare il caos nelle città afghane con un disimpegno affrettato, convulsivo, funzionale soltanto a slatentizzare la violenza delle milizie talebane che si avvicinano di ora in ora a stringere d’assedio, a strangolare, l’aeroporto di Kabul in prossimità del 31 agosto, data d’addio all’Afghanistan delle truppe Usa? Dinanzi al cinismo che gli Stati Uniti assumono come marchio di fabbrica ogni qualvolta si tratta di risolvere le “priorità” mondiali con la forza, non è difficile ipotizzare che nel mirino di Biden e del Pentagono vi possa essere il nemico di sempre, l’Iran di Ali Khamenei su cui pendono le sanzioni economiche riproposte dall’amministrazione Trump nel 2018. Un’eventuale destabilizzazione dell’Iran a guida sciita è vista con interesse da altri Paesi del Golfo. E sulla scacchiera geopolitica di quell’area, in cui il doppio, triplo gioco è all’ordine del giorno per conquistare anche il pur minimo vantaggio su amici e nemici, non deve stupire l’arrivo a Washington del “miglior amico” degli Usa, del premier israeliano Naftali Bennett che avrà una serie di colloqui con Biden ed esponenti dell’amministrazione americana. Ma, soprattutto, non deve stupire la dichiarazione del capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano Aviv Kohavi, secondo cui le forze armate di Tel Aviv stanno accelerando i piani operativi per colpire il programma nucleare iraniano, alla luce della “marcia” della Repubblica islamica verso l’atomica e lo stallo dei negoziati tra Washington e Teheran sul nucleare. Che cosa si prepara allora per il Vicino Oriente, l’area del Golfo, del Centro Asia? In che cosa verrà trascinato l’Occidente, che marcia diviso (o in apparenza tale) e deprivato di una politica comune, con i suoi leader cui non rimane che cucirsi addosso l’immagine delle crocerossine a Kabul? Come nel 1938 non esiste alternativa, se non un’altra guerra. L’unica incertezza è dove.

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