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Il coraggio del passato e le paure del presente, ma che Paese vogliamo diventare ?

di Menandro|

Ci sono ricordi che non sbiadiscono mai. Per milioni di italiani, uno di questi è la data del 16 marzo del 1978. Era ieri 43 anni fa: l’onorevole Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, fautore del compromesso storico con il Partito comunista italiano, veniva sequestrato dalle Brigate rosse e la sua scorta annientata dal tiro incrociato dei terroristi. L’agguato avvenne a Roma, in via Fani.

Via Fani, 16 marzo 1978

Ai primi soccorsi non rimase che constatare la morte del responsabile della sicurezza e amico del presidente Moro, il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi (52 anni), dell’appuntato dell’Arma Domenico Ricci (42 anni), degli agenti di Pubblica sicurezza Raffaele Iozzino (24 anni), Giulio Rivera (24 anni). Respirava ancora il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi (30 anni), agonizzante, cessò di vivere durante il trasporto all’ospedale. Un altro passato altrettanto importante, perché ad esso direttamente e indirettamente si collega la strage di via Fani, è il 17 marzo del 1981. Quarant’anni fa la scoperta a Castiglion Fibocchi, in provincia di Arezzo, dell’archivio della Loggia massonica segreta P2 (Propaganda 2) controllata da Licio Gelli, uomo potente, influente, sodale dai “camerati” delle centrali internazionali del terrorismo nero, un passato di volontario fascista nella guerra civile spagnola e qualche anno dopo, nel 1944, con la divisa nera della Repubblica di Salò. Dagli archivi spuntarono 962 nomi. Quel vaso di Pandora scoperchiato dalla Procura di Milano conteneva le vite (e non è azzardato dire che Gelli le tenesse nelle sue mani) di personaggi illustri, eccellenti che formavano una immensa ragnatela, deputata a controllare lo Stato.

Licio Gelli

E non soltanto il nostro. Uno stato nello Stato: politici, magistrati, imprenditori, giornalisti, militari, agenti segreti, una corte che chiedeva e sosteneva Licio Gelli, gran tessitore di trame eversive, ultima in ordine di apparizione nelle carte di giudici, anche la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. Due date, due momenti drammatici in cui l’Italia seppe reagire con grande fermezza. Il 16 marzo dalle fabbriche e dagli uffici uscirono spontaneamente operai, impiegati e tecnici. Ad essi si unirono semplici cittadini. Nelle grandi città si formarono cortei e si manifestò nelle piazze. Alcuni giornali mandarono nelle edicole un’edizione straordinaria. Il Paese mandò un chiaro segnale di reazione contraria al delirio di chi pretendeva di farlo precipitare nel caos. Il 17 marzo, la reazione fu civica e lucida. La parte sana, quella maggioritaria dell’Italia, il Presidente Sandro Pertini in testa, disse un chiaro no a quel putrido mondo e si schierò accanto ai magistrati contro quel sottobosco di manovre sordide, oscure, di ricchezze accumulate con il ricatto e con la violenza, in cui erano alleati anche i poteri mafiosi. Ora, il Paese, in questo 17 marzo che segna i 160 anni della sua Unità dopo le guerre del Risorgimento, si ritrova dinanzi a date destinate a diventare altrettanto storiche, che ricorderemo negli anni a venire: sono i nostri giorni, in cui si rischia di precipitare nella paura e nel panico dopo i decessi messi in relazione (affrettata) con il vaccino Astrazeneca. Morti che vanno accompagnate con il silenzio più profondo che richiede il dolore, ma anche con la serenità e la forza d’animo di chi guarda alla vita perché soltanto la vaccinazione può assicurarci il futuro. Facciamo in modo che questi giorni, con il concorso di tutti, medici, scienziati, uomini di governo e cittadini, non debbano impallidire al confronto del nostro passato.

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