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Guerra ai "pescecani" di guerra, la pace come valore universale

Il movimento pacifista non si è spento, né si è smarrito

di Gianni Alioti

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Il paradosso della conseguenza è sempre dietro l'angolo. Ma non per questo è un nemico. Sembra infatti che una coltre di silenzio sia caduta sulle manifestazioni di pace, prima e dopo lo sciopero generale del 3 ottobre, con migliaia e migliaia di persone in piazza come non si vedeva da tempo, “senza orario e senza bandiera”, se non quella palestinese. Ma non è così. Anzi. Permane, una solidarietà e una compassione diffuse verso le vittime civili di Gaza, e di tutte le guerre, non ultima quella in Ucraina che ha rivelato una doppia devastante verità per un popolo che soffre nelle città e nelle trincee, mentre il governo Zelensky (ri)mostra il volto della corruzione. Così come, rimane alta in una parte dell'opinione pubblica lo sdegno per la complicità di molti governi (tra cui il nostro), delle istituzioni europee e di molte imprese private nell’economia del genocidio israeliano.

In realtà le manifestazioni non sono del tutto cessate, seppure siano diminuite per intensità e portata. E le prossime settimane sono cariche di nuove mobilitazioni, compresi due scioperi generali promossi il 28 novembre dalla USB e dagli altri sindacati conflittuali (il termine “di base” mi sembra improprio) e il 12 dicembre dalla CGIL. Il baricentro delle lotte si è certamente spostato verso la questione sociale, stressata in negativo dalle scelte del Governo che si muovono dentro i vincoli restrittivi delle politiche di bilancio e un’economia di guerra (l’orizzonte imposto dalle decisioni condivise in ambito UE e Nato), che prevede come unica politica espansiva quella del riarmo e dell’aumento delle spese militari.

Ma tutto ciò ha a che fare con le tante guerre in corso (compresi i genocidi a Gaza, in Sudan, in Repubblica Democratica del Congo e in Nigeria) e con i fabbricanti d’armi, che come diceva spesso papa Francesco, sono quelli che ci guadagnano. E per averne conferma basta vedere l’andamento delle loro azioni in Borsa e la crescita dei loro ricavi e delle loro esportazioni verso paesi direttamente in guerra o coinvolti in conflitti armati esterni (come, ad esempio, Israele in Palestina, Libano, Siria e Iran; gli Emirati Arabi Uniti in Sudan; l’Arabia Saudita in Yemen; la Turchia in Libia, Iraq e Siria ecc.). Per non parlare della remunerazione dei propri azionisti attraverso la moltiplicazione dei dividendi.

Su tutti questi temi, così come sull’illusione che l’aumento delle spese militari e l’espansione delle industrie che producono armamenti possano avere ricadute positive sull’economia e sull’occupazione, in queste settimane sono in corso centinaia di incontri a livello locale, alcuni programmati nell’ambito di iniziative promosse sia a livello nazionale dalle ACLI (Carovana - Costruiamo la Pace), da Sbilanciamoci e Rete italiana Pace e Disarmo (Carovana per un’economia di pace), dalla campagna Stop ReArm Europe (Comuni per la Pace e contro il riarmo), sia da realtà associative presenti nei diversi territori.

E nei territori cresce la volontà di conoscere, dove si vive, quanto si è coinvolti nella produzione ed esportazione di armamenti, nella logistica della guerra e nella ricerca scientifica e tecnologica finalizzata a un uso militare. C’è voglia di sapere per poter agire consapevolmente per non essere ingranaggio della guerra. In questo l’azione diretta dei portuali di Genova ha fatto scuola. E se non c’è la forza per l’azione collettiva, si riscopre l’obiezione di coscienza come diritto individuale e la possibilità di agire come consumatore e risparmiatore critico. In questo caso aderendo a campagne di boicottaggio o a quella contro le “banche armate” per una finanza etica.

Sono le proposte, insieme alla difesa strenua della Legge 185/90 per il controllo in Italia delle importazioni, esportazioni e transito di materiali di armamento, che regolarmente emergono da ogni dibattito, compreso l’ultimo promosso dalla storica Associazione Mutuo Soccorso di Bergamo di sabato scorso, 8 novembre, cui ho partecipato. 

Mi è capitato (e mi capiterà ancora) di essere invitato in presenza (a volte in collegamento on line) come relatore a diverse di queste iniziative. E, nonostante siano spesso in orari complicati o nelle giornate di sabato o domenica, in tutte ho riscontrato una notevole partecipazione e attenzione. A dimostrazione di un interesse di molti a essere persone informate e consapevoli su questioni decisive per il proprio futuro, con uno sguardo molto critico verso il ruolo dei media mainstream, ma non accontentandosi dei soli social.

Ciò mi conferma il perché, malgrado l’intensa propaganda radio-televisiva per convincerci della necessità del riarmo in preparazione alla guerra con la Russia (per “preservare la pace”), la maggioranza delle persone in Italia sia contraria a questa retorica e, soprattutto alle conseguenze devastanti dell’aumento delle spese militari. Significa che c’è una società civile che agisce, si mobilita e vuole discutere e un’opinione pubblica, più ampia, cosciente che questo gigantesco aumento di spesa militare è incompatibile con il mantenimento del welfare e dei sistemi di istruzione e di salute pubblica, costruiti dopo la Sseconda guerra mondiale con tanta fatica e indimenticabili lotte.

 

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