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Caso Rogoredo: tra macerie sociali e feticismo penale

di Nicola Rossiello


Rogoredo, Largo Redaelli visto dal cavalcavia Pontinia. @Franzfumaga-Opera propria su Wikipedia
Rogoredo, Largo Redaelli visto dal cavalcavia Pontinia. @Franzfumaga-Opera propria su Wikipedia

Al di là delle parabole verbali - inevitabili - di cui è stato protagonista, e ancora lo sarà nei prossimi giorni, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi sul caso Rogoredo, non si può non osservare, tutt'altro che divertiti, ma più preoccupati, le "veroniche" sulla vicenda del vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, l'uomo del Ponte e dell'Italia che verrà.

Punto primo, e fondamentale, è l'analisi delle modalità d'approccio con cui il titolare delle Infrastrutture è solito descrivere il Quartiere delle città, cioè il luogo in cui si registrano fatti delittuosi. Ebbene, il quartiere è sempre inserito in un perimetro emergenziale, di qui l'immediata opportunità di propaganda particolarmente vantaggiosa, cioè un serbatoio di consenso estratto direttamente dal degrado sociale. Così, oggi, quella di Rogoredo è una periferia ridotta a laboratorio per esperimenti di ingegneria della paura, dove il nemico è il soggetto debole: lo scenario perfetto per chi ha già guidato il Viminale e aspira a ritornarvi. Del resto, è il dicastero-guida della scelta identitaria della Lega, nella quale la sicurezza non è protezione sociale, ma specchio della propria filosofia muscolare attraverso le divise.

Oggi quella filosofia si è estesa a tutti o quasi gli azionisti della compagine governativa e nasconde i vuoti sulle questioni dell’economia e dello sviluppo, vuoti colmati dai numeri delle statistiche letti parzialmente o distorti ai quali non si contrappone alcuna proposta credibile, ma solo riflessi condizionati e propaganda. Ma l’emergenza securitaria in servizio permanente effettivo rimane il fiore all'occhiello della visione politica della Lega a trazione Salvini.

Il cortocircuito comunicativo del leader di quello che una volta era il Carroccio - parola storica oramai desueta nel vocabolario leghista - ha toccato l’apice tra il 2024 e in questi ultimi giorni. Solo due anni fa si inaugurava la FS Security Academy che consacrava Rogoredo come "modello di eccellenza" bonificato. Oggi, invece, quel luogo torna ad essere un contesto di scontro e sangue. Appena è caduto il velo delle frasi fatte sul decesso di Abderrahim ’Zack‘ Mansouri, il ministro ha ripreso ad alimentare le tensioni e non è stato tenero verso la magistratura e acriticamente apologetico verso le divise. È un garantismo asimmetrico nel quale una mano protegge il braccio armato, l'altra condanna preventivamente l'emarginato, in questo caso l'agente Carmelo Cinturrino, e lo Stato di diritto è piegato a fini politici.

In questi giorni l’architettura della "legittima difesa" si è schiantata contro il muro delle evidenze, con i pesanti interrogativi correlati alla pistola giocattolo e ventitré minuti di agonia dello spacciatore senza soccorsi. In un attimo, l'eroe della narrazione è stato considerato un individuo da scaricare, ingombrante per la macchina del consenso.

Tuttavia, non ci si può sottrarre dal notare che lo scudo penale istituito con il nuovo decreto sicurezza - stranamente non ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale a tre settimane dall'approvazione del Consiglio dei ministri - in questo frangente non è più tutela, ma è un’anomalia costituzionale nella quale l'uso delle forze di polizia è strumentalizzato a fini comunicativi. La divisa che dovrebbe garantire neutralità perde del suo valore costituzionale e si trasforma a gadget elettorale, nel quale il ritmo dei social sovrasta quello delle leggi e del giuramento che le si deve.

Il caso Rogoredo rivela l’evidenza della questione ovvero degli agenti che si ritrovano nel tritacarne mediatico per supplire all'assenza di una politica autentica. Così l'esercizio muscolare rimane, ancora una volta, l'unica opzione a una deriva socio-economica che non si sa né fronteggiare, né governare. Per contro, dietro le dichiarazioni di vicinanza ai poliziotti si sono sviluppate soltanto once di cinismo e affermazioni retoriche per coprire zero investimenti, contratti impietosi e dignità lavorativa calpestata; uno "zero" colmato soltanto dalla promessa di una copertura politica che scade non appena si spegne la luce dei riflettori mediatica.

L’uso personalistico della divisa non produce sicurezza, ma solo tensione sociale e trasforma i poliziotti, agli occhi dei cittadini, nei terminali esecutivi di un'ideologia dell'esclusione. L'opposto di ciò che afferma dal 1° gennaio 1948 la nostra Costituzione.


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