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Afghanistan, troppo facile sparare oggi su Conte

di Menandro|

Le affermazioni su Afghanistan e dintorni del nuovo maître à penser della politica estera italiana, Giuseppe Conte, non sono passate inosservate. Conte, infatti, ha fatto bingo al rovescio, guadagnandosi le critiche dell’intero emiciclo parlamentare, dalla destra alla sinistra, passando per il Movimento Cinquestelle da lui diretto. La sua idea di ragionare con i talebani per costruire un corridoio umanitario è stata giudicata un’esternazione improvvida. Ma se disturbi tutti, potresti aver colpito nel segno. Il che lo rende, per la prima volta, simpatico. E ciò umanamente spiega anche il suo dispiacere di politico dilettante, che sostiene d’aver posposto sempre ogni forma di vanità personale per dare valore e credito “all’uno vale uno”, ingenua ed esiziale dottrina degli annebbiati. Non è piacevole per nessuno finire nel tritacarne mediatico della polemica. Ma per Conte la sensazione spiacevole è diventata poi insopportabile (ma spiegabile), quando si è presentificata l’ultima cattiveria con il sembiante di Beppe Grillo. Chi ha piallato stavolta il guru stellato dal suo blog? In sintesi, Conte e Di Maio, trattati all’insegna di “yesman” al servizio degli Usa in politica estera. Un’accusa che non è passata inosservata nel movimento e fuori: Grillo è uno specialista della materia, un autentico sterminator per come ha gestito il dissenso a colpi di espulsioni e scomuniche. Il che per alcuni versi (modesti, sia chiaro) rende Grillo più simile alla mentalità dei talebani che ai democratici alla Biden, e per effetto transitivo più che comprensibile alla lettura che ne può dare Conte per l’esperienza acquisita negli anni. Chi meglio di lui ha conosciuto l’umoralità di Grillo e la sua personalissima interpretazione dello Statuto dei Cinquestelle? Dunque, chi meglio dell’ex Presidente del Consiglio è nella condizione di intercettare una psiche complessa e ambivalente come quella talebana che se da un lato promette rispetto per gli individui, dall’altro omaggia il prossimo di scatti sanguinari contro avversari politici e donne impegnate nelle professioni, sempre nel nome della Sharia? Nessuno è perfetto e all’imperfezione non si può che rispondere con il dialogo. In alternativa c’è la guerra. Un’altra. E qui entra in gioco la fiducia illimitata che ha Conte nella capacità di migliorarsi, la sua lungimiranza nel camminare sulle sabbie mobili della politica estera anche con un’uscita che ai più è sembrata fuori luogo e fuori tempo, quasi ingenua se comparata alla complessità dello scenario geopolitico. In fondo, però, che cosa hanno prodotto gli Usa, Nato e alleati vari in vent’anni di controllo dell’Afghanistan, se non uno sfacciato fallimento? L’opposto di Giuseppe Conte che, sfruttando la lotteria per palazzo Chigi organizzata dal movimento stellare, da avvocato sconosciuto alle masse si è ritrovato al vertice di due governi con maggioranze opposte. Non soddisfatto, si è messo al comando del movimento-partito che lo ha inventato, ha sbalzato di sella il suo fondatore ed è una stampella della maggioranza Draghi. Ora, anche se non sarà proprio un genio della politica, una anche minima capacità di apprendimento e ragionamento a 360 gradi gliela si vorrà accreditare? Se in politica estera parla Luigi Di Maio, su cui grava ancora un fitto mistero sulle competenze specifiche che lo hanno portato alla Farnesina, perché non può esprimersi anche chi del ministro degli esteri è il capo politico? Certo, conta anche che cosa si dice. Ma il Segretario di Stato Usa, Antony Blinken, non ha forse esternato concetti simili, seppur attenuati da pacchi di vaselina che gli americani non esitano ad introdurre nei discorsi quando sono in chiara difficoltà? Qualcuno all’interno delle grandi cancellerie europee e non si è forse scandalizzato dell’esito dei colloqui di Doha? Anche loro tutti “yesman”? Ai più va ricordato che Giuseppe Conte è lo stesso che fino all’arrivo del nuovo “innamoramento” degli italiani, cioè al febbraio scorso quando al Colle è salito per il giuramento Mario Draghi, era al top dei sondaggi. La semplicità del suo lessico (e l’ufficio stampa di Casalino), con quella originale musicalità di uomo della Capitanata (è originario della provincia di Foggia) che ha risciacquato i panni in Arno, gli ha garantito fan, supporter, molteplici e trasversali segni di condivisione. E come non ripassare alla moviola le scene dell’estate 2019, con tutte quelle teste che in un ramo del Parlamento annuivano sincronicamente ad ogni sua parola scandita contro Matteo Salvini… All’epoca, Conte era servito a tutti: eroe per quanti erano terrorizzati all’idea di diventare proprietà del padrone della Lega; “traditore” ideale, in attesa di fare i conti alla scadenza naturale della legislatura, per chi del centro destra in competizione e moderato, era altrettanto consapevole che il ducetto Matteo l’aveva fatta fuori dal vasino. Italiani ingrati? No, semplicemente come lo sono da secoli: coraggiosamente opportunisti.

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