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Ucraina, il primato della diplomazia

di Michele Ruggiero |

Il vero orrore della guerra in Ucraina, oltre alla vergogna di un’umanità che continua a massacrare se stessa da due settimane, è l’incomprensibilità. Ora, in una visione manichea, le spiegazioni passano o dalla megalomania di Putin o dall’inesperienza mista ad arroganza di Zelenkski. Un combinato disposto che ha (avrebbe) favorito la divisione, l’esasperazione della retorica e della propaganda e non la ricerca di un interesse comune in nome della pace. Interesse comune concreto che esiste per entrambi i contendenti, oramai sotto affanno (con un gradiente comunque differente per il diverso peso e ruolo dei belligeranti) per il costo che impone un regime di guerra. Un pedaggio pesante sia per le forze armate russe, corrose anche dall’interno, secondo alcune fonti internazionali, dall’evidente convinzione di chiudere la partita in breve tempo, sia per le popolazione delle città ucraine assediate, con i civili alla fame e al freddo. Esattamente come è accaduto alle città siriane e a quelle di altri scenari di guerra che da anni, non da giorni, subiscono mitragliamenti, bombardamenti, attacchi chimici che mutilano e sfigurano persone innocenti. Il conflitto ucraino comincia a raccontare, tra verità che svelano bugie e bugie che aiutano a scoprire nuove verità, anche i suoi immancabili risvolti. Tra questi, le aperture del presidente Zelensky che ora sembra intenzionato a gettare sul tavolo della pace la neutralità dell’Ucraina, quando è proprio sulla neutralità che si è avvitato il contenzioso con Putin, peraltro grato di utilizzarlo per mostrare la russofobia dell’Occidente verso il suo popolo. Anzi. Qualche giorno prima che la parola passasse alle armi, in direzione della neutralità si era espresso l’ambasciatore ucraino a Londra. Dichiarazione però confutata dallo stesso diplomatico e da Kiev. Perché? Da settimane erano note e pubbliche le informazioni dell’intelligence statunitense sul “nervosismo” di Putin e sulle sue intenzioni di aggredire l’Ucraina. Qualcuno a Kiev riteneva che fossero “bufale” o riteneva che la prova muscolare fosse nell’interesse del mondo libero? Eppure, dall’invasione della Crimea alla guerra nascosta nel Donbass, il comportamento di Putin è sempre stato all’insegna di una sanguinosa “coerenza” per cui non vi erano ragioni di pensare il contrario. Si voleva una conferma ulteriore? Si chiedeva di dimostrare che se nel maggio 1939, Churchill a parte, gli europei non erano disposti a morire per Danzica, lo dovevano per Kiev? O si ipotizzava di saldare in un’unica soluzione i conti con la Russia e trascinare il mondo in una guerra atomica? Ancora. A quale scenario si sono rifatti i governanti della Polonia pronti a svecchiare il loro arsenale aereo con l’invio all’Ucraina di Mig-29 (proposta bocciata da Biden) per ricevere in cambio dagli Stati Uniti moderni aerei da combattimento? Impressionare Putin e i suoi generali o dimostrare un’aperta vocazione alla pace sotto il cappello della Nato…? Non si equivochi: le considerazioni non equivalgono a un rovesciamento delle responsabilità tra aggressore e aggredito, che sono nette e meno che mai in discussione, ma rispondono all’esigenza di riportare sui binari della complessità una situazione che imponeva ieri e impone oggi politiche di raffreddamento e contenimento della guerra e di negoziazione diplomatica. Al contrario, si odono voci che continuano a sostenere la legittimità, mentre si cercano oggi ad Antalya in Turchia (il che la dice lunga sul ruolo marginale della UE) di trasformare quei minimi spiragli autentici spazi di trattativa, dell’invio di armi e sistemi difensivi allo scopo di aumentare la resistenza degli ucraini, per dare maggiore peso contrattuale a Kiev. Ma su che cosa, non è chiaro. Tra l’altro, per ammissione dello stesso segretario della Nato, l’Ucraina è rifornita di armi dal 2014, cioè dall’invasione della Crimea, e le sue forze armate sono state addestrate all’uso degli armamenti ricevuti. Lo scopo nella migliore delle intenzioni, era ed è evidente: un’azione di deterrenza alla politica intimidatoria di Putin. Intenzione lodevole, soprattutto se il potenziamento della macchina bellica fosse stato accompagnato da una lungimirante politica di mediazione delle controversie. È andata così o il sostegno della Nato altro non era che una strisciante tappa di avvicinamento all’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica con tutti i focolai di crisi ancora accesi? Aprire una riflessione su queste domande, senza essere accusati di indossare la maglietta dell’uno o dell’altro, è più che mai doveroso se vogliamo preparare un futuro che non riservi code o rigurgiti peggiori di quelli che oggi siamo costretti a vivere direttamente e non.

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