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Tassazione e Rappresentanza sono ancora i pilastri della democrazia moderna.

A dispetto di ciò che pensa G. Meloni


di Giancarlo Rapetti*


“Non dirò mai che le tasse sono bellissime”; “se … le tasse sono un pizzo di stato”; “non si deve disturbare (con le tasse) chi produce ricchezza”. Queste affermazioni di Giorgia Meloni sono state abbondantemente commentate, a volte con rigore, a volte con allarme, a volte con ironia. Eppure val la pena di ritornare a freddo sull’argomento, perché significano più ancora di quel che sembra, specialmente se si leggono insieme ad altre, in altra materia, fatte dalla stessa Meloni, dal capogruppo di Fratelli d’Italia Tommaso Foti, dal portavoce ufficioso di Palazzo Chigi Mario Sechi, e che si possono sintetizzare così: "gli elettori votano, scelgono un leader e un programma, e per cinque anni non c’è più niente da discutere".

Con le tasse, pagate in relazione alla capacità contributiva di ciascuno, si correggono gli eccessi di disuguaglianza e si pagano i servizi pubblici; con il Parlamento eletto dal popolo e detentore del potere legislativo, si esprime in concreto, ogni giorno (e non ogni cinque anni), la sovranità popolare definita dall’articolo uno della Costituzione repubblicana.

I due gruppi di affermazioni, prima ricordate, del partito oggi al potere dichiarano apertamente l’intenzione di abbattere entrambi i pilastri della democrazia. Per quanto riguarda la rappresentanza, siamo alla fase operativa con il disegno di legge sul premierato, indipendentemente da tutti i ritocchi o ritocchini che si facciano.

Per quanto riguarda la tassazione, siamo solo agli annunci, perché ridurre la tassazione, o addirittura cancellarla per le categorie di riferimento, è difficile, se prima non si taglia drasticamente la spesa pubblica, obiettivo raggiungibile solo smantellando i servizi universali.

La pressione fiscale in Italia è confrontabile con quella dei paesi più civili, dei quali non sarebbe male continuare a far parte; la spesa pubblica è certamente perfettibile, e non poco, ma pensare di ridurre la pressione fiscale solo con la spending review è illusorio. La pressione fiscale non deve aumentare, deve essere corretta nella sua distribuzione per soggetto e per cespite, ma è ora di dire onestamente che non può essere ridotta se non distruggendo il welfare state. E per la maggior parte dei cittadini sarebbe un pessimo affare.

In conclusione, Meloni dà le carte, senza curarsi di nascondere i suoi obiettivi, forte dei numeri che, grazie alla legge elettorale, le attribuiscono il potere assoluto con il consenso di un quarto dei votanti e di un settimo degli aventi diritto al voto.

Essendo chiara la situazione, chissà se qualcuno riuscirà non a “unire” le opposizioni (missione impossibile e/o dannosa), ma a “costruire” una opposizione credibile su due temi forti, che sono le due facce della stessa medaglia: la difesa della Costituzione e della democrazia rappresentativa, e la difesa e il rilancio dei servizi universali a cominciare dalla sanità.

Avendo ben presente che peggio di Meloni c’è solo chi, per immediato tornaconto elettorale, vuole una spesa pubblica illimitata, a debito, una sciagura presente e futura.


*Componente della Assemblea Nazionale di Azione








 

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