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Ludovica Burtone, musica controcorrente nell'America di Trump

a cura del Baccelliere


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C’è ancora la ancora la possibilità che la musica interpreti un punto di vista nel discorso pubblico. Probabilmente non riuscirà a dirci dove andare. Però se nella musica è contenuto un segno dei tempi, quella che circola intorno a noi, indipendentemente dal fatto che abbia riscontri più o meno ampi, è un termometro che ci dice molto della temperatura e in ultimo dello stato di salute della società.

È quello che accade con il disco che ad aprile Ludovica Burtone ha pubblicato per l’etichetta indipendente Endectomorph Music, Migration tales. Il lavoro è un omaggio al percorso degli immigrati e in particolare delle donne. Esplora il coraggio, racconta l’identità, il senso di appartenenza, la perdita di chi lascia il proprio paese. E lo fa da un punto di vista femminile. Burtone parte dalla propria esperienza, di musicista che si è trasferita negli States per seguire il proprio sogno di artista. Il discorso però si amplia e lo sguardo si focalizza su di una realtà complessa, fatta di difficoltà di accettazione, speranza e nostalgia.

Ludovica Burtone è una violinista. Ha compiuto studi classici in Italia e in Spagna e si è perfezionata al Berklee College of Music di Boston, tempio della formazione jazzistica. Vive e lavora negli Stati Uniti da anni. Ha voluto dedicare questo lavoro alle donne emigrate a New York, condizione che conosce bene. La accompagnano Milena Casado al flicorno, Julieta Eugenio al sax tenore, Marta Sánchez al pianoforte, Tyrone Allen II al contrabbasso e Jongkuk Kim alla batteria. Una band con una prevalenza femminile, cosa non rara di questi tempi.

I musicisti provengono da aree diverse del mondo - oltre all’Italia, la Spagna, l’Argentina, la Corea del Sud e gli Stati Uniti. Questo fa sì che le rispettive esperienze siano riassunte in un melting pot sonoro, dal profondo significato ideale: la valorizzazione di ciò che nel confronto ha cambiato l’approccio di ciascuno, un terreno comune da cui nasce una musica nuova.

Il disco affronta un tema delicato ovunque, in America come in Italia, spesso segnato da pregiudizi e disinformazione. Musicalmente si tratta di un’opera armonicamente raffinata, ricca di spunti che vanno dal free alla musica euro colta. Ludovica Burtone ha una padronanza notevole dello strumento. Si avverte un forte interplay fra i musicisti che si sviluppa in un dialogo continuo[1].

Talento emergente[2], Ludovica Burtone è stata intervistata nel numero di agosto di Down Beat, una delle più longeve e autorevoli riviste d’oltre oceano. In questa occasione ha raccontato un episodio di cui è stata protagonista all’aeroporto di New York di ritorno dall’Italia. Fra le domande di rito, le è stato chiesto che cosa facesse negli States. Avendo risposto che era una musicista, le è stato chiesto se fosse famosa e soprattutto di dimostrarlo attraverso i propri follower di Instagram. La conclusione di Ludovica è che il numero di follower si traduce in una maggiore probabilità di ottenere il visto: il successo, nell’America trumpiana e non solo, favorisce l’accoglienza. Ne sorride Ludovica Burtone, e noi, pur con una certa preoccupazione, con lei.


Note

[1] https://youtu.be/ljBPVikKZdo?si=FTKD7nzACvhdhLTx ascoltare il brano di avvio Sono parole per avere una esempio.

[2] Ha collaborato con importanti protagonisti della scena jazz statunitense come, fra gli altri, Ron Carter e Gary Bartz, ha suonato alla Carnegie Hall ed ha inciso con Jon Batiste.

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