L'Editoriale della domenica. Più domande che risposte per l'UE
- Stefano Rossi
- 21 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
All'indomani delle decisioni del Consiglio europeo
di Stefano Rossi

Nelle prime ore di venerdì 19 dicembre, dopo un’intensa giornata di trattative, i leader nazionali hanno trovato un accordo sui numerosi e complicati punti all’ordine del giorno fissati dal Presidente António Costa. Occorreva prendere decisioni sull’Ucraina, sull’accordo commerciale con il Mercosur, sul nuovo quadro finanziario pluriennale europeo (2028-2034). E non era affatto scontato che si raggiungessero conclusioni comuni, tant’è che Costa aveva già “minacciato” una riunione fiume finché non si fosse raggiunto un accordo.
Bisogna ricordare che è il Consiglio europeo, composto dai capi di Stato e di governo nazionali, ad assumere ancora le decisioni più importanti per l’UE, a definire le linee politiche strategiche che poi le istituzioni europee sono chiamate a realizzare tramite il potere legislativo del Parlamento e del Consiglio UE, e tramite il potere esecutivo della Commissione. Un po’ come una “presidenza della Repubblica” collegiale, che oltre a nominare il capo del governo, decide la direzione politica generale dell’Unione. D’altra parte, non si può concepire un’Unione europea che, con gli attuali (limitati) poteri, agisca senza il consenso dei governi nazionali.
Come ormai di prassi, le conclusioni adottate a Bruxelles si sono divise in due documenti. Le conclusioni sull’Ucraina sono state assunte da 25 Stati membri su 27, confermando ormai il superamento del diritto di veto dell’Ungheria e questa volta anche della Repubblica Slovacca, Paesi membri che preferiscono abbandonare l’Ucraina in mani russe, nell’illusione che questo farà tornare la pace nel nostro vicinato.
I leader nazionali continuano a sostenere che la pace dovrà essere giusta e duratura, opponendosi alla richiesta russa di una pace punitiva per l’Ucraina che sia funzionale ad assicurare nel medio periodo il controllo (politico o militare) dell’Ucraina da parte del Cremlino. Ma il problema è come sostenere la resistenza ucraina contro l’invasore, in una fase in cui gli aiuti americani sono azzerati ormai da mesi, e verosimilmente non riprenderanno sotto l’attuale presidenza. L’onere è interamente sulle spalle degli europei che avevano due metodi per affrontarlo: confiscare gli asset russi e utilizzarli per il sostegno a Kiev; oppure continuare a finanziare l’Ucraina con proprie risorse.
Nel gioco delle parti, la tentazione di usare i fondi russi allettava molti, ma trovava l’opposizione dei Paesi più prudenti che temevano la reazione russa, o di trovarsi a gestire la responsabilità della restituzione se la misura dovesse essere giudicata non legittima da una corte internazionale indipendente. La tensione del Cremlino era evidente di fronte a questa prospettiva che avrebbe significato un duro colpo per la strategia russa.
Dall’altra parte, la Germania, tradizionalmente ostile al debito comune, ha dovuto accettare l’unica alternativa realistica, cioè l’emissione di un “Eurobond” da parte della Commissione, nell’ambito di una cooperazione rafforzata che dovrà partire nei prossimi mesi, da cui Ungheria, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca si sono già tirate indietro.
Un giudizio serio sulla soluzione non può che mettere in luce alcuni elementi negativi:
- scegliere il debito comune al posto degli asset russi (titoli di Stato, azioni e obbligazioni per 210 miliardi) significa addossare sulle spalle dei contribuenti europei (e non di quelli russi) il costo del sostegno alla resistenza ucraina;
- l'UE continua a dimostrarsi incapace di utilizzare la forza senza il supporto degli USA;
- bisogna ammettere che l'investimento del Cremlino per influenzare alcuni Stati membri sta dando un ritorno importante.
Ma si può anche guardare il bicchiere mezzo pieno:
- gli asset russi sono ancora lì congelati, e se a fine anno ci troveremo nella stessa situazione, si potrà valutare di usarli;
- la possibilità per l'UE di usare gli asset non è stata esclusa (anzi, con il congelamento a tempo indeterminato è diventata una possibilità concreta e utilizzabile in termini strutturali) e questo fa sì che l'UE mantenga uno strumento di deterrenza, che il suo utilizzo avrebbe invece “bruciato”;
- più in generale, questo passaggio segna un ulteriore passo in avanti verso il superamento del diritto di veto, segno che nell’emergenza i leader nazionali sono in grado di andare avanti anche senza il consenso di tutti.
Non si può tralasciare poi il rinvio dell’accordo con il Mercosur. Una brutta notizia per i cittadini europei e per il ruolo globale dell’UE, che si trovano ancora ostaggio di un piccolo gruppo di cittadini (gli agricoltori) che, forti dei loro trattori e del loro peso elettorale, difendono i propri interessi corporativi a scapito dell’interesse generale. Ma in democrazia ogni cittadino è uguale, e non dovrebbero essercene di “più uguali degli altri”: questo sia gli Stati membri che l’UE dovranno accettarlo a un certo punto. La battaglia sul bilancio e i preannunciati tagli alla Politica agricola comune ci riserveranno non poche sorprese nei prossimi mesi.













































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