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L’addio a Emanuele Macaluso, grande saggio della sinistra italiana

Il grande saggio della sinistra italiana è morto. Non poteva che essere definito così Emanuele Macaluso, classe 1924, prossimo ai 97 anni, nato a Caltanissetta, portato a Roma dalla politica fin da primi anni Cinquanta, nel decennio successivo ai piani alti del Partito comunista italiano. Macaluso, per la prima volta deputato nel 1963, poi senatore dal 1976, collaboratore di Enrico Berlinguer, è stato un personaggio che non ha mai nascosto di guardare con nostalgia e orgoglio al “suo” partito, cui si era iscritto nel 1941, quello che divenne con la svolta di Salerno nel 1944 il partito “nuovo” di Togliatti e che avrebbe fatto dei suoi ideali e della sua serietà la carta d’ingresso nella società italiana fino al suo scioglimento il 3 febbraio del 1991. Una lunga parabola che Macaluso ha raccontato in un famoso libro autobiografico “50 anni nel Pci”, una delle sue numerose incursioni nell’editoria. Mezzo secolo di vita nella politica, la sua grande passione. Ai giovani cronisti de l’Unità, nel periodo in cui ne era stato Direttore (metà anni Ottanta) – successivamente vi ritornò da Presidente dell’Editrice – amava raccomandare che ogni esperienza era “cronaca politica”: dalla cronaca nera alla giudiziaria, alla cosiddetta “bianca”, nulla poteva dirsi estraneo. E in questo, la sua origine siciliana aveva contato, come la Mafia che avuto di fronte nel 1944, mentre partecipava ad un comizio di Girolamo Li Causi, primo segretario del Pci siciliano. I colpi d’arma da fuoco sparati di prezzolati sicari del capo mafia Calogero Vizzini avevano ferito una decina di persone. Macaluso, all’epoca giovane dirigente della Camera del Lavoro di Caltanissetta, non si era mosso, mostrando una freddezza e un coraggio fuori dal comune. Dal giornalismo era stato contagiato nei primi anni del Secondo dopoguerra; un virus da cui non aveva mai voluto “guarire” che l’avrebbe portato a dare vita, dopo l’esperienza all’Unità, a collaborare con più testate nazionali e a fondare la rivista Le nuove ragioni del socialismo. E socialismo è stata la parola chiave del suo essere e agire politico, la sua bussola e il suo approdo nella società italiana. Riformista, leader insieme a Giorgio Napolitano e a Gerardo Chiaromonte (che subentrò a Macaluso alla direzione de l’Unità nel 1986) della “destra” del Pci etichettata come “migliorista”, era il plenipotenziario a Botteghe Oscure (la storica sede del Pci a Roma) del dialogo con il Psi, il politico che teneva aperto un comune spazio ideologico con i socialisti. Negli anni Novanta, nella bufera di “Mani pulite”, con il Psi alla gogna, in un’intervista radiofonica ricordò con grande fermezza e partecipazione emotiva che il Psi non era stato soltanto Craxi, ma “era il partito di Labriola, di Turati, di Nenni, di Lombardi”, di una storia secolare, che aveva raccolto e saputo tradurre migliorandone l’esistenza le aspirazioni di milioni di cittadini, le speranze di anonimi militanti che avevano creduto e credevano in un mondo di eguali e nella giustizia sociale. Macaluso credeva nello studio e nella cultura, non soltanto come forma di emancipazione sociale, ma come sostanza per non rimanere impigriti e intrappolati su quella linea di galleggiamento che impedisce (per ignoranza e quieto vivere) di analizzare in profondità i problemi e le tensioni sociali. Il suo rimpianto, lui figlio di un modesto dipendente delle Ferrovie, era quello di non aver studiato al liceo, di non essersi formato sui classici. L’aveva desiderato, chiesto, ma le condizioni economiche della sua famiglia l’avevano impedito. Era rimasto il suo vulnus, al pari di veder con lucida tristezza gli eredi del Pci distaccarsi dagli ideali socialisti in cui ha creduto fino all’ultimo respiro.

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