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“L’accompagnamento della persona morente: una questione di relazione”

di Vice



"L’accompagnamento della persona morente: una questione di relazione": è il titolo dell'editoriale firmato da padre Carmine Arice, Padre generale della Piccola Casa del Cottolengo, con cui si apre primo numero di "Lògos, rivista di Scienze etiche e sociali". La lettura dell'intervento di Padre Arice, come è facile intuire, ci offre l’opportunità di ritornare sul tema delicato del fine vita da un altro angolo di osservazione, dopo gli articoli di Chiara Laura Riccardo, Tiziana Bonomo e in ultimo di Enrico Larghero[1]. Allo stesso tempo, raccogliamo con piacere la duplice opportunità di benvenuto alla nuova rivista, diretta dal direttore generale dell'Ospedale Cottolengo Gian Paolo Zanetta (socio fondatore de La Porta di Vetro).

Lògos, che nel primo numero ospita articoli di Gian Paolo Zanetta, di Don Elio Mo, di Ferdinando Cancelli e di Ferdinando Garetto, non potrà non arricchire il nostro panorama culturale e intellettuale che si fonda su una "fame" di riflessione e non di parole urlate. La stessa scelta del nome indica la precisa volontà di affrontare il confronto dialettico insieme con l'appassionato invito a coniugare la parola al servizio del pensiero, quanto il pensiero stesso al servizio della parola, quest'ultima da troppo tempo maltrattata e volgarizzata spesso per superficialità e per leggerezza, se non per l'ignoranza che si nutre dell'impazienza del rifiuto della fatica che il pensiero, vero, autentico per quanto semplice pretende dal dialogo con gli altri e con noi stessi.


“Aiutare una persona a morire significa aiutarla a vivere intensamente l’esperienza ultima della sua vita”: è il passaggio del Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari (Carta degli Operatori Sanitari, Città del Vaticano, 1995, n. 115) che Padre Arice dà l'impressione di utilizzare come bussola del suo intervento. La frase, è quasi un'ovvietà dirlo e scriverlo, di per sé costituisce l'asse portante del messaggio evangelico dell'aiuto che si deve al prossimo. In questo caso, il verbo aiutare ha però un che di dicotomico, quasi un controsenso lacerante: aiutare a morire per aiutare a vivere.

A questo punto, la domanda che riapre in maniera dolorosa i pensieri sul fine vita e attanaglia le nostre coscienze suona come un mantra: come ci si pone dalla parte di chi aiuta a morire per aiutare a vivere un'esperienza irripetibile, che non promette ritorni dialogici o emotivi, se non quelli ancorati alla fede? Forse, la risposta arriva dall'avverbio che precede la parola esperienza che ha valore duplice, per chi assiste e per chi è assistito, per chi aiuta a morire e chi è chiamato a vivere l'ultimo passo della vita: "intensamente". Soltanto da quell'avverbio, infatti, si può ipotizzare l'incontro virtuoso e non lo scontro tra laicità e religiosità su un tema così delicato, che, come osserva il Padre generale della Piccola Casa del Cottolengo, "riserva aspetti problematici, complessi, umanamente drammatici e qualche pericolo".

Ancora. Soltanto l'intensità spirituale, morale, etica, ma soprattutto materiale, può prefigurare la necessaria esperienza della dolorosa vicinanza all'addio dalla vita. Senza quell'avverbio, l'esperienza, fulcro dell'assunto del Consiglio Pontificio fatto proprio da Padre Arice, apparirebbe caduca, destinata a spegnersi in qualcosa di irrisolto, appunto, come tutto ciò che non ha ritorno. Del resto, scrive ancora lo stesso "quando si riflette di accompagnamento del morente, dobbiamo avere coscienza, che si sta parlando di persone in situazioni gravi, che vivono un’esperienza senza ritorno, umanamente drammatica, dolorosa, a volte lunga e difficile da decifrare nelle sue diverse prospettive".

E tra le prospettive, vi è un elemento da conservare sempre all'altezza delle nostre coscienze, già emerso dal recente articolo di Enrico Larghero: la necessità esorcizzare la morte e di riconciliarsi con essa per trasformarla "da tabù a sorella". Un'impresa titanica, non nascondiamocelo, in una società secolarizzata in misura esponenziale, divisiva e soprattutto aggressiva, in cui la morte, come confermano i recenti episodi di cronaca, ieri 4 luglio negli Stati Uniti, il 22 giugno a Oslo, è diventata personale merce di scambio ideologica. Scrive Padre Arice con la finalità di ricercare un pensiero condiviso che traghetti la nostra società su un approdo congiunto che "l’accompagnamento al morente, per la possibilità di stare accanto alla storia umana in uno dei momenti di sofferenza più acuti della sua esistenza, diventa un banco di prova per misurare la maturità di una compagine sociale".

Quella maturità che Papa Francesco ha indicato con una frase che chiude l'articolo e che dovrebbe rappresentare, per un altro verso la stella polare per chi dovrà sedersi al tavolo della pace tra Ucraina e Russia: “All’uomo che soffre, Dio non dona un ragionamento che spieghi tutto, ma offre la sua risposta nella forma di una presenza che accompagna, di una storia di bene che si unisce ad ogni storia di sofferenza per aprire in essa un varco di luce".





[1]Chiara Laura Riccardo, Suicidio assistito e fine vita: la centralità degli hospicein https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/04/model_-riccardo.pdf, Suicidio assistito: il dilemma etico e morale di una proposta di leggein https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/01/model_-riccardo.pdfe Suicidio assistito: ritardi legislativi inaccettabiliin https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/06/model_riccardo.pdf; Tiziana Bonomo, L'obiettivo di Sergio Ramazzotti sul suicidio assistitoin https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/02/model_-bonomo.pdf; Enrico Larghero, Suicidio assistito ed eutanasia: una riflessione bioeticain https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/06/model_larghero.pdf

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