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In ricordo di Andrea Liberatori, giornalista dall’aplomb inglese

di Michele Ruggiero |

Un mese fa, moriva a 97 anni nella sua casa di vacanza a Champoluc, in Valle D’Aosta, il giornalista Andrea Liberatori. Il ricordo è quello di un uomo d’altri tempi nella serietà, nello stile del linguaggio e della scrittura, nel pudore delle sue emozioni, nella discrezione con cui interpretava i rapporti interpersonali, colto ed elegante. Anni fa, ebbe a dirmi, forse non senza una punta di rimpianto per ciò cui aveva rinunciato nelle relazioni con l’esterno, che la sua riservatezza gli derivava soprattutto dall’educazione familiare: severa. Lo disse con un filo di voce, quasi a voler sottolineare quanto fosse costosa e preziosa per lui quella confidenza. In effetti, in 43 anni di conoscenza, non ne ricordo altre sul piano personale, se non quelle di carattere professionale e politico, le uniche cui concedeva libera circolazione, ma pur con la moderatezza e la sobrietà che riconosceva come marchio indelebile nell’essere un militante del Partito comunista italiano e giornalista de l’Unità. Al giornale comunista fondato da Antonio Gramsci, “al servizio della classe operaia e della lotta di classe”, vi era entrato nel 1948, studente di ingegneria al Politecnico più per volere paterno che per intimo desiderio. All’epoca, nella redazione di corso Valdocco erano di casa Cesare Pavese, Italo Calvino, Paolo Spriano e un signore di nome Raf Vallone, non più calciatore del Torino, non ancora grande attore, ma responsabile delle pagine culturali del giornale. Fu il futuro storico Raimondo Luraghi, ex partigiano ed iscritto all’Università in via Po, ad introdurlo e a consegnarli la “fascia”, senza troppi preamboli, di segretario di redazione. La tessera del Pci fece da garanzia e passaporto per la nuova avventura, mi disse nell’estate di tre anni fa, quando lo intervistai per il docufilm “L’Unità a Torino, 40 anni di storia (1945-1985). Raccontare Andrea Liberatori per chi ha imparato i primi rudimenti del giornalismo all’Unità di Torino, nel palazzo costruito in cooperativa in via Chiesa della Salute 47, è giocoforza la riscoperta anche di un pezzo di se stessi, con il piacere che riprende ad ogni pagina di un bellissimo – questo sì – album di famiglia. Un album che raccoglie i fotogrammi dell’ultima leva di giovani cresciuti all’ombra di quel grande giornale: i vari Mavaracchio, Gardoncini, Mercandino, Bertinetto, Fasanella e l’indimenticabile Dada Rosso, fuggita per sempre in un triste novembre del 2004, e tanti altri rimasti comunque un tempo sufficiente per conservare nell’intimo l’orgoglio d’essere stati là “apprendisti stregoni”, di aver visto la propria firma su l’Unità.

In primo piano Piero Mollo, dietro Dada Rosso e Nino Ferrero

E ancora: ricordi e aneddoti che messi in fila indiana ritraggono facce antiche e coraggiose, segnate da un’altra era storica dai tratti romantici ed epici: quelle del “maestro” Piero Mollo, di Nello Paci, di Nino Ferrero, di Michele Costa, giornalisti tutto di un pezzo, coesi per decenni fino al giorno del giudizio per il Pci, per la liturgia della Chiesa rossa. Fu un giorno triste come lo sono i giorni degli addii. Ma in quella circostanza, quando la coesione politica – data dispersa nella diaspora della sinistra comunista – fu sostituita dalla stima personale per non distruggere amicizie di vecchio conio, mi è sempre piaciuto pensare che Andrea Liberatori si fosse ripreso (simbolicamente) il grado di capo cronista del giornale, suo fino al 31 dicembre del 1979, per diventare il trait d’union di caratteri complicati, alcuni facilmente suscettibili e temperamenti variopinti che reclamavano il suo equilibrio. Era sufficiente una sua telefonata con quella sua voce modulata e signorile per ricostruire il presente con la trama del passato, senza che questa mostrasse l’ambiguità del passatismo.

Educato alla riservatezza, dotato di un aplomb inglese, tratteneva per sé le reazioni nervose e rifuggiva gli sfoghi. Personalmente non l’ho mai visto arrabbiato, ma confidò – confidenza a metà strada tra il professionale e il politico – di esserlo stato soltanto in un’occasione: quando reagì all’intemperanza di un enfant prodige della Federazione torinese noto per l’assenza – ancora oggi – di sincero tatto, chiedendogli di uscire dalla sua stanza. E se la riservatezza composta mostrava qualche crepa, invisibile comunque ad occhio nudo, chiamava in soccorso la disciplina di partito. Fu così che non batté ciglio (o quasi), quando nella seconda metà degli anni Cinquanta, novello sposo, la direzione de l’Unità gli chiese di trasferirsi alla redazione centrale di Milano, dove incontrò Aldo Tortorella direttore e Aniello Coppola capo redattore, “compagni giornalisti”, come si diceva all’epoca, verso i quali Liberatori ha manifestato per tutta la sua vita un senso di profonda gratitudine per quella lunga esperienza di lavoro. A Milano vi rimase cinque anni. Il prezzo della disciplina nel Pci a volte era a geometria variabile, soprattutto se si era bravi e garbati… Al rientro, nel 1962, ritrovò l’Unità più piccola e orfana della prestigiosa sede di corso Valdocco, e con un capo cronista che studiava per diventare sindaco di Torino, Diego Novelli. Impegno costante che portava l’allora trentenne Novelli ad assentarsi dalla redazione. Andrea Liberatori ne divenne così il vice e quando a palazzo Civico, dopo il 15 giugno del 1975, si insediò una maggioranza di sinistra che elesse primo cittadino un giornalista, la sua promozione fu soltanto un atto formale condiviso nelle aspettative e nella fiducia che l’Unità avrebbe continuato a raccontare un Paese avviato sul binario di un cambiamento reale. Oggi sappiamo che quella trasformazione ha avuto uno sviluppo sincopato e non felice. Ma sappiamo anche che l’Unità non ha rinunciato, fino a quando non è stata soffocata, a essere protagonista dell’informazione. E abbiamo avuto la fortuna di constatare che uomini come Andrea Liberatori, con il concorso di altri giornalisti senior, da Ezio Rondolini, a Piergiorgio Betti ad Antonio Monticelli, non hanno mai rinunciato ad insegnarci il mestiere che molti di noi continuano a considerare “il più bello del mondo”. Grazie Andrea.

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