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Giorno del Ricordo, da dove si parte?

Da dove si parte per tracciare una rotta di riflessione sul Giorno del Ricordo? Non è una domanda retorica, ma prioritaria per collocare la Storia nel posto che merita, estranea da strumentalizzazioni sempre vissute a pelo d’acqua e da forzature venefiche che dividono, anziché riportare le comunità ad apprendere dall’esperienza. Esperienza che ci deve ammonire sui pericoli sempre incombenti per la democrazia ogni qual volta si decontestualizza l’avvenimento e la stessa natura dei fatti. Il 10 febbraio si ricorda le foibe (omicidi di massa contro oppositori politici) e l’esodo delle popolazioni giuliane, istriane, dalmate (centinaia di migliaia di persone) dopo la fine della Seconda guerra mondiale e l’irrompere in quelle terre delle forze partigiane iugoslave comandate dal maresciallo Tito, le prime in Europa ad essersi sollevate contro l’oppressione delle armate naziste e, in quel contesto, contro l’Esercito italiano e le milizie fasciste d’occupazione. E in proposito, l’opera dei Tribunali e le condanne dei criminali di guerra, tra cui il generale italiano Mario Roatta, che dal 1942 operò in Slovenia e in Croazia e si distinse per la “solerzia” delle sue iniziative brutali contro le popolazioni locali inermi (rappresaglie, fucilazioni, violenze, incendi), sono una finestra spalancata per comprendere ad un tempo la dimensione e la complessità di quel periodo di odio che rincorreva altro odio in un corto circuito perverso nel segno della lotta, della sopravvivenza e della vendetta, dove tutto finiva per giustificarsi. Anni, non lo si dimentichi mai, in cui il linguaggio privilegiava la morte (bella o brutta che fosse), anziché la vita, e sui quali dovrebbe bastare il buon senso per sottrarci alla tentazione di una revisione dozzinale della storia, se non di una amena riscrittura a tavolino, con cui si divide il foglio esattamente a metà, come sulla lavagna scolastica: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Salvo rovesciarne il giudizio con un rapido cambio dell’angolo di osservazione e saltando a piè pari la ricostruzione storica e con essa le responsabilità degli uni e degli altri e il senso della conseguenza. Colpisce, dunque, e non potrebbe essere altrimenti, che proprio alla vigilia del giorno della Memoria, il Consiglio comunale di Genova abbia votato a maggioranza (centro destra) “l’anagrafe antifascista e anticomunista”, un’iniziativa tesa, nella sostanza, a mettere sullo stesso piano politico in Italia fascismo e comunismo. Se non fosse per la serietà che si deve all’istituzione, verrebbe da sorridere con amarezza dinanzi alla superficialità, spesso preludio alla semplificazione più nociva, con cui i consiglieri genovesi di centro destra non si sono accorti di votare contro gli stessi padri della Costituzione, cioè contro chi nell’unità – azionisti, comunisti, democristiani, liberali, socialisti, gli stessi monarchici – ha combattuto per abbattere il fascismo durante la Resistenza e per dare al popolo italiano una straordinaria carta dello Stato di diritto. Ora non è fondamentale ricordare e citare tutti i nomi dei comunisti presenti nell’Assemblea costituente. La presenza vale di per sé come cartina di tornasole dello spirito democratico e non totalitario che li animava. Ne sono prova i resoconti stenografici delle sedute per costruire l’architettura costituzionale, insieme alla raffinata formulazione dei testi per dare all’impianto un suo equilibrio armonico di giustizia e prospettiva sociale. Ma è soprattutto con l’articolo 3 con cui si riconosce a tutti i cittadini “pari dignità sociale […] eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, che si è operato una netta cesura contro i pregiudizi e le fobie che avevano contraddistinto il Regime fascista. Ecco dunque il rischio di piegarsi a facili virtuosismi politici, a esigenze elettorali di bassa lega il giorno prima e a capriole dialettiche il giorno dopo: così si piega soltanto la Storia a meri interessi di parte. Operazione a doppio taglio perché amputa un pezzo non secondario di tutti noi: negare dignità politica a quelle stesse persone da cui deriva la nostra libertà, ciò che noi oggi siamo, donne e uomini libere di decidere il proprio destino. Non si cada in questa trappola. Sarebbe offrire diritto di cittadinanza al vero nemico dell’umanità: l’ignoranza. A reclamarlo è proprio il Ricordo del 10 febbraio.

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