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Viaggio nell'Italia insolita e misteriosa

Aggiornamento: 23 set 2023

Da Ortona a Vasto, nuova vita per le spettacolari macchine da pesca


di Ivano Barbiero


Dodicesima tappa nell'Italia "insolita e misteriosa" per l'instancabile e curioso viaggiatore Ivano Barbiero. Dopo aver lasciato la Gallura [1] , attraversato il Tirreno e valicato gli Appennini, Barbiero ci porta sulle coste dell'Abruzzo, per scoprire un'incredibile rinascita: quelle delle macchine da pesca. Seguiamolo.


C’è ancora chi chiama i trabocchi “ragni giganteschi”, forse per associarli alla descrizione dettagliata, aspra e tenace, fatta da Gabriele d’Annunzio di queste spettacolari macchine da pesca. Infatti, nel 1889, il poeta, non ancora conclamato Vate, affittò una villa presso San Vito Chietino, rimanendo colpito in particolare dal trabucco Turchino, che descrisse in seguito, nel 1894, nel romanzo “Il trionfo della morte”. Ed è grazie principalmente a questa opera se i trabocchi sono diventati famosi in tutto il mondo e autentici simboli della regione.

Tipicamente abruzzesi, ma presenti anche in Molise e nel nord della Puglia, i trabocchi (detti anche travocchi o bilance) sono antiche macchine da pesca che si protendono sul mare; imponenti costruzioni realizzate in legno di pino d’Aleppo, per la maggior parte costituite da grandi piattaforme che vengono ancorate alle rocce con grossi pali e che sono munite di lunghi bracci, detti antenne.

Gli inquietanti ragni giganti trasformati in ristoranti

L’aspetto di grandi palafitte molte volte a picco sull’Adriatico, è estremamente suggestivo ed è per questo motivo che sono in grado di calamitare l’attenzione dei turisti che arrivano da ogni parte d’Italia e non solo per ammirarli; tanto più che oltre ad essere tutelati come patrimonio monumentale - nella Costa dei Trabocchi e nel Parco Nazionale del Gargano, in Puglia - negli ultimi anni molte di queste affascinanti strutture sono riadattate, ristrutturate e trasformate in ristoranti. Ulteriore curiosità: le rotaie della vecchia ferrovia ormai in disuso che costeggiava il mare, sono state riutilizzate, come pali conficcati nel mare, per rinforzare queste antiche costruzioni.

Proprio la diversa morfologia, della costa garganica e abruzzese, ha determinato la compresenza di due diversi tipi di trabocco: quello garganico che prevede l'ancoraggio a uno sperone di roccia di una piattaforma estesa longitudinalmente alla linea di costa, dalla quale si dipartono le antenne.

Il tipo originale abruzzese, tecnicamente detto bilancia, insiste spesso su litorali meno profondi e si caratterizza pertanto per la presenza di una piattaforma in posizione trasversale rispetto alla costa, alla quale è collegata da un ponticello costituito da pedane di legno. Da evidenziare anche che i due tipi sono diversi anche nella lunghezza e nel numero delle antenne: più estese sul Gargano (anche il doppio di quelle di Abruzzo e Molise); mentre a Termoli le bilance hanno al massimo due antenne, infine, sul Gargano e nel Nord Barese, a Barletta, Trani e Molfetta, sempre due o più.

Il termine "trabucco" o trabocco, deriva da quello della rete suddetta, ossia da trabocchetto, usato anche nell'uccellagione ed è quindi sinonimo di 'trappola', dovuto al tipo di pesca, perché il pesce cade in una trappola. Secondo alcuni storici queste costruzioni avrebbero addirittura influenze di stampo fenicio, anche se le prime attestazioni, sono più tarde e risalgono al XVIII secolo dopo Cristo.

Adattabile alla morfologia del territorio

Il trabocco sfrutta la conformazione morfologica del territorio e permette di pescare al largo senza bisogno di inoltrarsi in mare in barca. Questo è possibile grazie ad ampie reti che vengono calate in acqua con un sofisticato sistema di argani; in questo modo è possibile intercettare i flussi di pesci che si spostano lungo la costa. Non solo. Secondo antica tradizione di tutto l'Adriatico, per supplire alla mancanza di grandi vie di comunicazione via terra, venivano realizzati degli impalcati per la navigazione da cabotaggio per il trasporto dei prodotti agricoli come cereali, olio, vino, sale, mirto, legname da costruzione, verso i mercati della Dalmazia, del Regno di Napoli, dello Stato della Chiesa, dell'Austria e della Repubblica di Venezia. In pratica, era onere delle locali autorità feudali o della borghesia terriera costruire e mantenere queste strutture, chiamate anche caricatoi-scaricatoi, per facilitare lo smercio dei prodotti delle loro terre.

L'occasione venne data in maniera massiccia dal progetto di deforestazione e dissodamento di terreni, tra San Fino e Vallevò, a partire dalla metà del ‘700, in cui furono impiegati coloni, alcuni provenienti dalla Dalmazia, altri già presenti nell'area tra gli attuali comuni di San Vito Chietino e Fossacesia. Nel corso di queste operazioni furono fatte realizzare, dai proprietari dei terreni da diboscare e dissodare, impalcature in legno, come da tradizione, per consentire il carico del materiale legnoso, per uso industriale, sulle navi da cabotaggio veneziane. Tali strutture furono realizzate nei punti in cui la costa presentava scogli affioranti con acque profonde sufficientemente, almeno sei metri, per consentire la navigazione alle imbarcazioni.

Terminate queste operazioni, i coloni, una volta insediatisi in maniera definitiva con le loro famiglie sulle terre ricevute, parte in proprietà, a mezzo contratto di pastinato, stipulato al loro arrivo, e parte in colonia perpetua, pensarono di adattare e recuperare, a loro sostentamento, tali “imposti”, utilizzandoli nella pesca dei periodi morti della lavorazione dei campi.

I contratti per la coltivazione

Il pastinato era un contratto agrario medievale, diffuso principalmente nell’Italia Meridionale: aveva per oggetto la concessione di terre incolte, con l’obbligo per il concessionario (il pastinatore) di dissodarle, scavarvi i fossi per le acque e piantarvi alberi fruttiferi e viti. Per il periodo convenuto (per lo più 10 anni) il concessionario possedeva i frutti della coltivazione e non pagava alcun canone, restando però obbligato a non abbandonare le terre; scaduto il termine, poteva renderle o conservarne il possesso, dando in questo caso al concedente un compenso.

C’è ancora da sottolineare che i trabocchi si trovano a partire da Pescara fin ad alcune località della provincia di Barletta, Andria, Trani, a nord di Bari e anche in alcuni punti del basso Tirreno. Lungo la costa marchigiana, sia pur con il nome di pesche al quadro, sono presenti strutture identiche ai trabocchi per forma e funzione.

Verso la metà del 1970 si costruì un trabucco anche sulla costa ligure in località Vesima, provincia di Genova. L'impianto fu dismesso quasi subito e resistette come struttura per alcuni anni. Sono presenti anche sul molo di Sottomarina di Chioggia e dall’agosto 2015 due di essi sono adibiti a ristorante.

Strutture analoghe sono presenti nel litorale pisano, dove vengono identificati dai residenti con il termine "retone". Anche in Francia sono presenti strutture analoghe, conosciute con il termine "pêcherie".


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