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Lucio Libertini e i confini della sinistra

di Aldo Agosti


Il 1° giugno del 1922 nasceva a Catania Lucio Libertini, deputato, senatore, politico di rilievo quanto spigoloso ed eterodosso nella storia della sinistra italiana. Per ricordarne la figura, il ministero della Cultura ha insediato a Pistoia, presso la Fondazione Roberto Marini “Oltre il Secolo Breve” che l’ha promosso, il Comitato Nazionale per le celebrazioni del Centesimo anniversario della nascita. Libertini è scomparso a Roma il 7 agosto del 1993.

Il progetto, che si compone di una serie di iniziative (convegni, volumi, mostre, dvd), si aprirà alle 18 di domani, 1° giugno, con un seminario che condurrà a esaminare la personalità e i vissuti politici di Libertini. L'incontro sarà in diretta Facebook dalla pagina dell’Archivio Roberto Marini. Tra i relatori, il professor Aldo Agosti, che in questo articolo per la Porta di Vetro, pone l'accento su alcuni tratti di Libertini come interprete dei valori della sinistra nel Novecento.


Nello straordinario itinerario politico e culturale di Lucio Libertini, che nell’arco di mezzo secolo attraversa l’arco della sinistra italiana militando con grande impegno in una pluralità di formazioni politiche, si specchia anche il contrastato, non lineare percorso di quello che è insieme un concetto, un sistema di valori e un movimento sociale: quello appunto che, con un termine che ha le radici nella storia e nella cultura europea e si è poi allargato a buona parte del mondo, definiamo “la sinistra”.

Mai come oggi l’identità della sinistra appare incerta e controversa, al punto che qualcuno dubita della riconoscibilità. Il suo stesso elettorato non sembra sentirsi più rappresentato appieno dalle sue espressioni politiche tradizionali, né nella difesa dei propri interessi immediati, né nella salvaguardia di un radicato sistema di valori, come dimostra il fenomeno crescente dell’astensionismo. In un momento simile, interrogarsi su che cosa sia stata la sinistra nel corso del secolo che ci siamo lasciati alle spalle non è un esercizio puramente accademico, e la vicenda di Lucio Libertini può essere una chiave di lettura utile per darci una risposta.


Tradizioni e principi socialisti nel XX secolo


Chi e che cosa ne ha fatto parte della sinistra europea nel XX secolo? Di volta in volta nella delimitazione del concetto si sono fatti sentire – a seconda delle circostanze storiche, ma anche delle specifiche tradizioni e culture di ogni paese - criteri diversi: il riferimento al progresso sociale, l’individuazione del socialismo come orizzonte futuro, l’ancoraggio alla classe lavoratrice, l’antifascismo e la difesa delle libertà civili e politiche, l’attenzione per i più sfavoriti nella distribuzione della ricchezza sociale, la fiducia nell’intervento dello Stato (o della mano pubblica, o della comunità locale) a fini di riequilibrio sociale, l’estensione dei diritti sociali e di cittadinanza.


E se guardiamo agli ultimi decenni del secolo scorso e ai primi di questo, constatiamo che altre tematiche hanno fatto irruzione sulla scena, dando voce alle domande dei nuovi attori sociali che stanno prendendo il posto del proletariato classico come maggiori antagonisti del dominio incontrastato di un capitalismo non più “regolato” e di fatto difficilmente regolabile.


Date e svolte nel suo agire politico


Ci sono sicuramente molte date che rappresentano ciascuna una cesura in questo tortuoso processo: per citarne due che hanno un significato particolare per Libertini, il 1956 e il 1968. Ma ancora più decisivo per la sfida che pone alla sinistra è non un anno ma un intero decennio, il penultimo del XX secolo, quello che comincia nel segno dell’assalto del reaganismo e del thatcherismo ai compromessi socialdemocratici del secondo dopoguerra e con la deregulation, che avvia i tentativi di smantellamento del Welfare State, la celebrazione del primato della logica d'impresa e la vera e propria "teologia" del libero mercato, e che si conclude con l’implosione dei sistemi del “socialismo reale”.

Da un lato vengono messi radicalmente in discussione i modelli sociali e culturali fondati sull'allargamento della sfera dei diritti, della partecipazione e della democrazia sociale di cui le sinistre erano state storicamente portatrici, dall’altro il crollo del muro di Berlino e il collasso dell’Unione sovietica non travolgono “solo le ‘deformazioni’ del socialismo, ma il basilare tratto distintivo: l’assenza del capitalismo”. Il colpo subito dall’idea stessa di socialismo con il venir meno di quello cosiddetto “realizzato” va così a sommarsi alle profonde trasformazioni dell’economia e della società che già hanno iniziato ad intaccare il consenso delle socialdemocrazie, e si fa sentire anche su di loro.


L'abbandono della "lotta di classe"


La vita di Lucio Libertini si è conclusa mentre questo epocale mutamento di scenario cominciava a prendere forma. Certo, nasceva allora una nuova sinistra, per molti aspetti viva e vitale: ma la graduale perdita di centralità della frattura di classe che aveva modellato gli schieramenti politici in tutta Europa faceva sì che essa non avesse più alle spalle il solido blocco sociale di quella tradizionale, né fosse ancora capace di crearne uno diverso, e soprattutto che non fosse più contraddistinta da un progetto generale, ma piuttosto (come il movimento ecologista o quello delle donne) da obiettivi specifici. Tutto questo ha certamente concorso a rendere più indeterminato il concetto di sinistra, il che a sua volta ha contribuito a dilatarlo e a renderlo indiscutibilmente – ma anche ambiguamente – più inclusivo di quanto sia mai stato in passato.


In questa luce il viaggio di Libertini attraverso la sinistra italiana può essere letto in una luce originale e appare particolarmente stimolante. Egli ha saputo incarnare, nelle fasi diverse della sua militanza politica, anime diverse di questa sinistra plurale che ha attraversato il ‘900 e che, almeno in Europa, ha raggiunto molti degli obiettivi che si era prefissa: dalla democrazia al suffragio universale, all’estensione della protezione dei soggetti socialmente più deboli. Queste anime sono state spesso anche aspro in conflitto tra loro, ma nella prospettiva storica più lunga ci appaiono idealmente comporre quella sinistra plurale che è oggi forse l’unica forma di sinistra concepibile.


Il comunista riformatore


Come militante di Iniziativa socialista nel PSI e poi, dopo che la scissione di Palazzo Barberini, ha avuto un approdo in contrasto con le sue speranze, come animatore dell’USI[1], Libertini rappresenta l’anima “eretica” e libertaria che non accettava l’ipoteca dello stalinismo. Nel Partito socialista, che nel ’56 vede deciso ad affrancarsi da questa, cerca gli spazi per la ricerca di una nuova strategia di lotta all’altezza della profonda trasformazione cui è soggetta la società italiana. Tenta di riproporre questa alternativa nel PSIUP, che spera capace di interpretare i fermenti delle lotte operaie e studentesche della fine degli anni ’60: quando ne vede la sconfitta approda al PCI, dove per quasi venti anni si identifica con un’anima di “comunismo riformatore”, attento alla soluzione dei problemi concreti ma senza mai perdere di vista l’orizzonte di una riflessione teorica più ampia sulle trasformazioni del capitalismo. Infine, ritenuta questa strada non più percorribile dopo la svolta della Bolognina del 1989, impegna le sue ultime, apparentemente inesauribili energie nella scommessa della rifondazione di un soggetto che insieme al proposito di rifondare l’identità comunista ambisce a dare spazio anche ad altre tradizioni e nuovi stimoli.


A cent’anni dalla sua nascita e a quasi trenta dalla sua morte il contributo che attraverso un percorso travagliato ma intimamente coerente Lucio Libertini ha dato alla crescita democratica e civile del Paese, alla battaglia per la dignità e i diritti delle classi lavoratrici, alle lotte per la trasformazione della società, al rinnovamento della cultura politica della sinistra, resta un patrimonio politico e morale di altissimo valore.



[1]L'Unione Socialista Indipendente (USI) nacque a Milano il 28 e il 29 marzo 1953 per iniziativa di Aldo Cucchi e Valdo Magnani, due importanti e noti esponenti del Pci, usciti dal partito il 27 gennaio 1951 e poi espulsi il 1º febbraio successivo, per le loro posizioni critiche sui rapporti di Botteghe Oscure con l'URSS.

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