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Riforma pensioni: le sortite di Tridico scuotono anche il governo Draghi?

di Emanuele Davide Ruffino|

Le estemporanee uscite del presidente dell’INPS Pasquale Tridico, l’ultima su una vaga ipotesi di pensione a 64 con il contributivo, ci riportano puntualmente al problema delle pensioni, perennemente al centro dell’interesse del Paese reale, ma ancora disatteso dal Paese legale. In effetti, il governo Draghi lo ha semplicemente posposto, dando in pasto una quota 102 che, aumentando l’età pensionabile rende l’ipotesi accessibile a pochissimi (di fatto un blocco alle pensioni). Anziché affrontare la questione, dunque, si preferisce proporre numeri per guadagnare consenso, creando un ennesimo fattore d’incertezza nel sistema. I singoli individui, ma soprattutto le imprese devono poter ragionare sulle situazioni in fieri e programmarsi di conseguenza: oggi il sistema pensionistico è ben lontano dal fornire sicurezze. Il presidente INPS ipotizza un sistema pensionistico a due tempi: anticipare l’uscita a 64 anni, ottenendo solo la quota contributiva dell’assegno, per poi a 67 anni, secondo la riforma Monti-Fornero, percepire anche la parte retributiva. Ma, è altrettanto doveroso ricordare che una vera flessibilità si raggiunge se si permette di accedere alla pensione in base ai contributi versati e concedere il riconoscimento del benefit maggiore solo in base alla sostenibilità del sistema (quindi anche dopo di 67, se necessario). Del resto, le esigenze dei singoli sono diverse e imporre parametri rigidi, impedisce di soddisfare legittime aspettative. Lo scarso ricorso alla quota 100 e all’opzione donna ne è una conferma. Al momento, le forze politiche e sociali lavorano attorno ad una riforma da cui dovrebbe ripartire il confronto tra Governo e sindacati, in particolare su flessibilità in uscita, pensioni per i giovani, pensioni per le donne (e forse uno per le pensioni complementari). Se ne discuterà da lunedì prossimo, dopo la pausa festiva con la speranza di un’accelerazione operativa per dare alle imprese risposte certe su chi potrà accedere alla pensione e, di conseguenza, su come costruire piani di incentivazioni all’uscita dal lavoro sostenibili e compatibili con le esigenze aziendali. In questo bailamme, uno dei nodi strutturali e di costume (mentalità) per il nostro Paese rimane la ricerca dell’equilibrio basato sul patto generazionale in cui i giovani pagano la pensione agli anziani e su un sistema di tipo assicurativo equo, in cui “tanto versi, tanto prendi”. Su questo fondale, si inseriscono le eccezioni, cioè quelle categorie professionali (lavori usuranti e pericolosi) che possono vantare più di una ragione per andare anticipatamente in pensione. Ma si tratta di un problema che si risolve ricorrendo alla matematica e identificando corrette tavole di sopravvivenza: voler dare di più ad una categoria impone un sacrifico per le altre e porre il costo sulla fiscalità generale, di qui la necessità di una riforma del sistema fiscale. All’opposto, è inaccettabile per la sua iniquità la pretesa che qualcuno paghi o vada in pensione tardi per offrire ad altri la possibilità di percepire redditi da disoccupato cronico o andare in pensione senza aver maturato sufficienti contributi. La solidarietà non si ottiene con obblighi ed imposizioni, ma con saggezza e lungimiranza: impedire a qualcuno di andare in pensione in base ai contributi versati con il suo lavoro (e quindi senza gravare su altri, anzi continuando a pagare le imposte) finisce per apparire e diventare un sopruso.

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