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Arabia Saudita, Renzi ci deve una risposta

di Stefano Marengo |

Matteo d’Arabia continua a non fornire spiegazioni in merito ai suoi rapporti con la dinastia saudita. O meglio: Renzi lo ha fatto con un’autointervista pubblicata sulla sua newsletter. Si è fatto le domande, si è dato le risposte e si è autoassolto. Ma con ciò il problema politico reale non è stato neppure sfiorato. A essere in questione, in questa vicenda, non sono le opinioni di Renzi sull’Arabia Saudita, che sono spesso discutibili se non sbagliate, in primis, come si può definire “un baluardo contro l’estremismo islamico” un paese la cui “ideologia di stato”, il wahhabismo, è una delle forme più radicali di integralismo religioso? In astratto, non sarebbe nemmeno un problema la sua attività di consulenza per il forum Future Investment Initiative, la “Davos del deserto” secondo un aulico appellativo, controllato direttamente dalla famiglia al Saud. Sono numerosi gli ex politici che, per i loro servizi, percepiscono laute ricompense da organizzazioni straniere e grandi società private. L’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder è stato dirigente della russa Gazprom. L’ex presidente della Commissione europea José Barroso è consulente di Goldman Sachs. Dell’ex premier britannico Tony Blair sono noti i rapporti con JP Morgan, oltre alla redditizia attività di conferenziere. Ma, appunto, in tutti questi casi si tratta di “ex”, di persone che hanno definitivamente terminato la loro carriera politica. Renzi non è un ex politico, ma un leader di partito, un parlamentare in carica e un membro della Commissione Difesa del Senato della Repubblica. In quanto tale, egli dovrebbe perseguire l’interesse esclusivo del nostro paese, come è stato ricordato da più parti. Ora, è chiaro che i suoi rapporti con l’Arabia Saudita non sono di carattere istituzionale. Nel Future Investment Initiative Renzi non rappresenta l’Italia, ma solo e unicamente se stesso, e da privato cittadino percepisce cospicue somme di denaro per il servizio svolto a vantaggio di una potenza straniera. Come ritiene di poter conciliare questa attività all’estero con il suo ruolo pubblico in patria? Ecco la prima domanda a cui continua pervicacemente a sottrarsi. Una risposta è tanto più necessaria se si considera il contesto politico generale. L’Arabia Saudita non è una democrazia, ma una monarchia assoluta in cui i membri della famiglia regnante occupano tutte le principali posizioni di potere. Il diritto si risolve nell’applicazione letterale della legge religiosa; non vi è alcun riconoscimento dei diritti politici, civili e sociali, anzi i rapporti delle principali organizzazioni internazionali hanno messo in luce la presenza di consistenti sacche di lavoro neoschiavile (ecco perché il costo del lavoro a Riyad è così basso). Quando poi si entra in tema di diritti civili, il terreno diventa minato: libertà di stampa e di espressione sono bandite, come dimostra la drammatica vicenda dell’assassinio e dello smembramento del giornalista Jamal Khashoggi. L’Arabia Saudita, infine, nella sua perpetua lotta con l’Iran per l’egemonia nel Medio Oriente, persegue da decenni una strategia volta a destabilizzare la regione, peraltro non disdegnando, a questo scopo, di fare ricorso a milizie jihadiste: la guerra “dimenticata” dello Yemen (un vero e proprio genocidio, secondo l’ONU) non è che l’ultimo esempio, in ordine di tempo, di una storia nota. Se evidentemente siamo ben lontani da un “nuovo Rinascimento”, per quanto ci riguarda non si tratta comunque di fare del facile moralismo. Occorre invece capire che, date queste premesse, la politica internazionale dell’Italia può facilmente entrare in conflitto con le strategie di potenza saudite. Come si comporterebbe Renzi in quel caso? Agirebbe da Senatore della Repubblica o da consulente di Future Investment Initiative? La professoressa Nadia Urbinati, in un articolo comparso su “Domani”, ha giustamente rilevato come in questa vicenda sia in gioco il principio di “accountability” per cui ogni politico è chiamato a rendere conto delle proprie decisioni, ad assumersi la responsabilità del proprio operato e a garantire la trasparenza della propria azione. Si tratta di alcuni dei prerequisiti indispensabili per il corretto funzionamento della democrazia. Renzi, che non perde occasione per definire se stesso liberaldemocratico, dovrebbe esserne al corrente. A maggior ragione, quindi, è indispensabile pretendere da lui una risposta – e atti conseguenti – rispetto al suo legame con l’Arabia Saudita.

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