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Il Centro non è un'utopia, ma ha bisogno di una "sana" coerenza

12 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

di Giancarlo Rapetti


Giorni fa, Giorgio Merlo ha scritto, sulla Porta di Vetro,[1] che il progetto centrista, per il quale c’è evidente spazio politico, per esistere deve essere autonomo, cioè pensare ad aggregarsi in modo indipendente dalle coalizioni, anziché cercare di inserirsi in esse per condizionarle. Una considerazione inappuntabile, esposta con eleganza attenta alle sfumature, ma coraggiosa al punto di indicare anche qualche nome. Due i requisiti che Giorgio Merlo propone: il Centro deve essere un luogo plurale e avere una leadership riconoscibile. Non ci sarebbe niente da aggiungere, se non, forse, evidenziare qualche problema connesso a questi requisiti. Il Centro, attualmente, plurale lo è, forse anche troppo. Non solo perché affollato di tanti soggetti, ciascuno con una propria forte o aspirante forte identità, ma anche per il ventaglio di posizioni su importanti questioni di merito.

Per esempio, mentre sembra compatto nel sostegno all’Ucraina, sulla complessa situazione del Medio Oriente le sensibilità, per così dire, sono distanti se non contrapposte. Quanto alla leadership unica e riconoscibile, l’esigenza si scontra non solo con le legittime ambizioni individuali, ma anche con le strutture di partito costruite e sulle scelte politiche concrete di volta in volta proposte. La pluralità è una ricchezza in un contenitore unico esistente, con meccanismi di funzionamento oliati. In caso contrario diventa un vincolo e un inciampo. Realisticamente, è difficile immaginare un Centro capace di andare oltre una lista unica alle elezioni, negoziata tra le varie formazioni politiche, e sostenuta pro-quota dai vari leader più o meno trascinanti.


Un "bacino" del 10 per cento di elettori

Sembra un obiettivo modesto, ma, oltre ad essere forse l’unico praticabile, non va sottovalutato. Dal 2013, quasi il dieci per cento degli elettori dimostra di scegliere una cosa del genere, come rifugio al riparo dagli opposti populismi estremisti, che poi, più che opposti, sembrano ormai convergenti sul peggio. La lista unica di Centro, per quanto sembri minimale, non è affatto un obiettivo scontato. Per realizzarsi, devono verificarsi alcune pre-condizioni. Deve cessare l’aspirazione, un po’ dell’uno, un po’ dell’altro, a dire “aggregatevi intorno a me”. Se tutti pensano di essere l’aggregatore, si avrà il conflitto e non l’aggregazione. Si prenda atto che ci sono più soggetti e, senza pregiudiziali ma, tenendo conto del loro spessore attuale, si faccia un accordo bilanciato e rispettoso.

Va esercitato un confronto e trovata una soluzione alle questioni dirimenti: la politica estera, quella fiscale e sui servizi pubblici universali, le scelte in materia di sicurezza e immigrazione. L’autonomia, come si esprime Giorgio Merlo, è un pre-requisito. L’obiettivo non è pesare per negoziare, prima delle elezioni, con le coalizioni più o meno ampie o i campi più o meno larghi. E questa posizione deve essere chiara e credibile. Non basta dichiararla, ci vogliono comportamenti coerenti con l’obiettivo. E qui veniamo ai punti critici.

Quanto alla leadership, di cui si diceva prima, è irrealistico che ne venga riconosciuta e accettata una unica e condivisa. Troppe sono le teste pensanti di qualità, tutte con il loro cerchio più o meno magico e più o meno ampio. Tuttavia potrebbe non essere un problema. Potrebbe anzi essere una rivendicazione. Il Centro non ha bisogno di un capo, perché ha molte risorse al servizio di un disegno politico condiviso. Se combattiamo le derive leaderistiche a livello istituzionale, perché dobbiamo accettarle a livello dei partiti? La Democrazia Cristiana, che ha governato con successo il paese per quarant’anni, ha avuto molti cavalli di razza, ma mai un capo incontrastato. Molte figure eminenti si scambiavano i ruoli, esercitavano alternativamente una certa prevalenza, ma il partito non si è mai identificato con una persona, neanche ai tempi di Alcide De Gasperi. Il leaderismo è entrato in scena con Bettino Craxi, poi si è espanso con Silvio Berlusconi e i suoi epigoni, ma non è che da allora le cose siano andate meglio.


Non cedere alla tentazione di cadere o a destra o a sinistra

Molto più serio è l’altro aspetto, quella della coerenza comportamentale. In Italia ci sono quasi ottomila Comuni. La maggior parte sono sotto i 5.000 abitanti e la competizione elettorale di norma è tra liste civiche ancorate ai problemi locali. Più di 500 Comuni, però, sono al di sopra dei 20.000 abitanti, e qui l’aspetto politico si fa sentire. Ma volendo essere ancora più restrittivi, e considerando solo i capoluoghi di Provincia e di Regione, abbiamo almeno un centinaio di situazioni in cui il confronto è chiaramente tra partiti. Poi ci sono le Regioni, per le quali la rilevanza politica è fuori discussione. Le elezioni, almeno in queste due ultime situazioni, presentano logiche analoghe a quelle per il Parlamento della Repubblica.

È credibile un Centro che si presenti come tale alle politiche, e in tutte le altre elezioni faccia scelte diverse? Diverse non poco. Gli uni a destra, gli altri a sinistra, a volte in modo formalizzato (con lista e simbolo), a volte in modo implicito (con candidati nascosti nelle liste altrui). Questo comportamento variabile si riscontra non solo tra le diverse formazioni, ma da parte di ciascuna di esse. Ai leader centristi i giornalisti, nel tentativo di semplificare per il pubblico, chiedono: “ma voi state con la destra o con la sinistra”? Gli elettori, invece, chiedono un’altra cosa: “ma voi, come fate a dichiararvi di centro se poi state un po’ a destra e un po’ a sinistra, a seconda delle circostanze e delle convenienze”?


...Ed evitare comportamenti stravaganti

L’effetto è devastante, si chiama perdita di credibilità. Tra l’altro, la motivazione per questo comportamento stravagante è che le leggi elettorali penalizzano chi sta fuori dalle principali coalizioni e quindi, per fare qualche eletto, bisogna accettare le regole del gioco. Come direbbero gli avvocati, “l’argomento prova troppo”: le leggi elettorali nazionali, vecchie o nuove, rispondono alla stessa logica di quelle regionali e locali. Anche per il Parlamento chi sta fuori dalle coalizioni prevalenti è svantaggiato. La soluzione è accettare l’irrilevanza per qualche seggio, o tentare di diventare rilevanti con la forza del proprio progetto politico cercando il consenso su di esso?

Una meteora politica del secolo scorso, il maresciallo cinese Lin Piao, diceva che la storia del mondo è la storia dei deboli che crescono e superano i forti. Non so se la similitudine sia proprio calzante, ma in Italia i maggiori successi politici degli ultimi anni, Berlusconi, Grillo, Meloni, sono tutti partiti dal nulla e sono cresciuti per la forza della loro coerenza, buona o cattiva che fosse. Soprattutto hanno creduto nel proprio progetto, senza se e senza ma.

Il Centro non può realisticamente aspirare allo stesso rapido e travolgente successo, perché, come ho cercato di motivare in un precedente articolo sulla Porta di Vetro,[2] lavora sull’area della razionalità, e quindi non ha a disposizione l’ampio spazio che soccorre gli opposti populismi convergenti. Ma può aspirare a crescere, a diventare una forza importante, tale da, se non scardinare, almeno mettere in crisi il finto schema bipolare. Ma se non ci credono i suoi leader, come possono crederci gli elettori?

Fuor di metafora: che si facciano prima, dopo o in contemporanea con le politiche, è chiedere troppo che almeno alle comunali di Milano, Torino, Bologna, Roma, Napoli, Palermo si presentino, con il proprio candidato sindaco, coalizioni centriste equivalenti a quella auspicata a livello nazionale?


Note


 

 

 

 

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