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Da Venezia un civile schiaffo alla codardia dei governi su Gaza

5 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

di Marcello Croce


I film premiati alla 83ª Mostra del Cinema sono stati un atto di coraggio intellettuale degli organizzatori che divarica ulteriormente, nel caso del docufilm Naza, il rapporto tra i sentimenti del Paese reale e disinteresse concreto della classe politica al potere sulla questione palestinese.

Intanto, nel piccolo centro di Savyon, meno di trenta chilometri da Tel Aviv, un gruppo di estremisti di destra, capitanati dall'agitatore Mordechai David, ha manifestato ieri, mercoledì 16 settembre, davanti alla casa dei genitori della co-regista di "NAZA", Rachel Szor, con espliciti inviti - come scrive il quotidiano israeliano Haaretz - alla violenza.


Un anno memorabile, il 2026, per la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – e, in tutti i sensi, per la Biennale, segnate entrambe dal sigillo di una profonda ragione storica, cosa ben lontana dal cicaleccio abituale che, complici i media, accompagna l’assegnazione dei premi. Sia il Leone d’Oro assegnato al film “revisionista” danese di May el-Toukhy Kvinde Ukendt (Woman Unknown), sia – e soprattutto – il premio speciale della giuria ricevuto dal film-documentario Naza dei giovani israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, hanno rimesso al centro della creazione spirituale dell’arte il peso della storia, con il suo flusso di dolore umano spesso altrimenti inenarrabile.

Entrambi i film appartengono a quell’area scomoda della cultura che sfida i luoghi comuni della comunicazione di massa (e delle sue calcolate omissioni) per snidare le sacche di silenzio e della vergogna celata. Per il film vincitore, si tratta della sorte toccata alle innumerevoli donne umiliate e punite per collaborazionismo alla fine della seconda guerra mondiale (un film che ricorda lo spirito revisionista dell’anche danese Under sandet (Land of Mine) di Martin Zandvliet (2015).

«Dedico questo premio alle migliaia di donne che hanno sofferto e vissuto l'esperienza che raccontiamo in questo film» ha commentato l’attrice Mathilde Arcel, dopo aver ricevuto la Coppa Volpi alla Miglior interpretazione femminile per Woman Unknown, rivolgendo la sua gratitudine alla regista per aver rifiutato i compromessi e per aver avuto il coraggio di raccontare questa storia


"Danni collaterali" che urlano alle nostre coscienze

Ancor più significativa la premiazione di un film davvero speciale come Naza. Yuval Abraham e Rachel Szor sono due dei quattro registi che avevano già lavorato a 'No Other Land', vincitore dell'Oscar 2025. Si ricorderà che il film dava la documentazione, dall’interno, dei soprusi e delle violenze perpetrate dai coloni israeliani nei confronti di una comunità palestinese in Cisgiordania.

A sua volta, Naza è stato ripreso dai tetti della città di Tel Aviv e si avvale delle testimonianze anonime di ventiquattro tra ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani, le cui ammissioni fanno luce sulle procedure adottate dall’esercito israeliano per l’eliminazione di massa dei civili palestinesi a Gaza. Naza, ora sappiamo, è l’acronimo militare che sta per “danno collaterale” (nezek agavi): valore contabile del numero di civili compreso nell’effettuare un attacco o omicidio mirati.

I due registi israeliani, attraverso quelle testimonianze, mettono a nudo il rigore procedurale della terrificante operazione in atto a Gaza, da tempo resa pubblica da una commissione delle Nazioni Unite (e da organi giuridici internazionali) con il titolo spaventoso di genocidio.

L’intento è dunque quello di rompere un silenzio a partire dalle parole che nascondono l’enormità dell’atto di sterminio in una procedura oggettiva, regolare e normale: danni collaterali. Silenzio che infine riguarda anche noi, involti nelle ambiguità dell’uso mediatico quotidiano, spersi nei sentieri incrociati dell’informazione.


Il sacrificio di 200 giornalisti palestinesi uccisi da Israele

Pochi giorni fa, durante la premiazione ufficiale del film – che aveva ottenuto la più lunga standing ovation nella storia del festival – il regista Yuval Abraham ha spiegato che gli ufficiali dei servizi segreti israeliani intervistati nel film descrivono attacchi «sistemici, politiche fondate sulla de-umanizzazione dei palestinesi. Voglio essere davvero chiaro: questa verità è stata documentata e conosciuta grazie ai giornalisti palestinesi. Più di duecento sono stati uccisi nelle loro case dagli israeliani, e le loro voci sono state messe a tacere. Crediamo che questi crimini possano essere perseguiti».

Non è un caso, che dopo il riconoscimento straordinario del film, il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar abbia  richiesto al Ministero dell'Interno di revocare la cittadinanza  d’Israele ai due autori del film. La maggior parte della popolazione, denuncia il quotidiano Haaretz, sostiene il protrarsi dello sterminio a partire da una forma di vittimismo che conferisce allo Stato d’Israele un'immunità morale.[1]

Ma c’è stato un passaggio del regista israeliano rivolto anche agli europei, e in particolare alla platea italiana e al governo italiano. Ha detto testualmente: «Crediamo che negare un crimine sia ciò che ne favorisce la persistenza. Ed è per questo che è davvero particolarmente importante per noi che gli israeliani guardino questo film. È il nostro Paese che commette questi crimini; che lo guardino gli europei, e soprattutto qui in Italia, perché il vostro governo e quello tedesco stanno bloccando le pressioni su Israele che potrebbero porre fine a tutto questo; che lo guardino gli americani, perché il loro Paese finanzia gran parte di questi omicidi».[2]

In conferenza stampa, poco dopo, il regista precisa il senso politico dell'accusa e le sue basi concrete: «Nel luglio 2025 l'Unione Europea ha stabilito che Israele sta violando la clausola sui diritti umani prevista dall'accordo commerciale che lo lega all'Unione. Esiste una forma di pressione economica che può essere esercitata su Israele attraverso la sospensione di quell'accordo, e credo che sarebbe una cosa positiva, perché credo che serva una pressione perché i diritti umani vengano rispettati. Vediamo che cosa sta succedendo in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Molti Paesi europei sono d'accordo, ma l'Italia, il governo ungherese e la Germania sono i principali Stati che stanno bloccando questa pressione. E penso sia sbagliato».

E conclude: «Chi crede in un futuro di vera uguaglianza, giustizia e pace per palestinesi e israeliani, chi vuole vedere la fine del massacro di civili a Gaza, non dovrebbe aver bisogno di quel tipo di pressione dall'esterno. Purtroppo, all'interno, gli israeliani che si battono per cambiare tutto questo sono una minoranza molto piccola. Ecco che cosa intendevo dicendo che l'Italia dovrebbe assumere una posizione più forte».[3]


«Questa è stata un’edizione speciale che ha incontrato il favore e un frequente vibrante entusiasmo verso un gran numero, forse inconsueto, di opere in tutte le sezioni»: lo ha affermato il presidente della Fondazione La Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, parlando a conclusione della cerimonia di chiusura della 83° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica.

Memorabile, indubbiamente, anche la conduzione di un personaggio certamente scomodo come Buttafuoco, che pure ha tessuto l’elogio del direttore della Mostra del cinema Alberto Barbera (altra figura decisamente scomoda). Il direttore Barbera aveva anticipato la scelta senza ambiguità: «Portare Naza in concorso è stato doveroso». 

Dunque di Gaza si deve continuare a parlare e si continuerà a farlo, nonostante o proprio a causa delle ombre che s’allungano proprio ora in Italia. Mi riferisco al viaggio parlamentare del cd “ddl contro l’antisemitismo” (disegno di legge n. 1004), un progetto controverso che a marzo ha già ottenuto l’approvazione del Senato.

Ho ricordato come in Israele si consideri l’intera questione. Il rischio è che anche questa volta il governo italiano si accodi, non solo nei silenzi ma addirittura nella censura giudiziaria nei confronti delle critiche alla politica di uno Stato, che da lungo tempo mostra una totale indifferenza alle ragioni del diritto internazionale e a quelle del rispetto della persona umana, giungendo alle forme più abbiette e gratuite di sterminio di massa.

A fronte di questo, il coraggio morale di Buttafuoco, di Barbera finiscono col rappresentare davanti a tutto il mondo, dal palcoscenico di Venezia, l’Italia vera.

 

Note

                                                                              

[3] Traggo queste citazioni da Vanity Fair, servizio di Stefania Saltalamacchia, 12 settembre 2026.

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