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Crepe sociali e colpe (gravi) della globalizzazione iperliberista

19 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

di Ferruccio Marengo


Che la globalizzazione abbia offerto – e continui a offrire– la più straordinaria opportunità di crescita che il mondo abbia mai avuto è un’affermazione spesso ripetuta, segno ancora ben presente dell’ottimismo e delle speranze che, nella prima parte degli anni Novanta, hanno salutato l’affermazione globale del modello economico iperliberista di matrice statunitense: la diffusione in tutto il mondo delle leggi del libero mercato e del modello economico ‘americano’ avrebbero portato a una crescita mai vista della ricchezza ed eliminato le ampie sacche di povertà ancora presenti nel mondo.


Le scelte socio-economiche della Cina

A sostegno di questa tesi si cita quasi inevitabilmente la Cina, un subcontinente uscito, grazie alla globalizzazione -si dice - da un secolare stato di endemica povertà. Ma proprio sul caso cinese è bene fare una riflessione più approfondita. I governanti di Pechino hanno gestito in modo oculato le opportunità che la globalizzazione offriva loro: non hanno rinunciato a un forte intervento statale di regolazione dello sviluppo economico del loro paese; hanno favorito la crescita esponenziale delle esportazioni e aperto in modo contenuto e selettivo il loro enorme mercato interno alle importazioni; non hanno consentito l’ingresso a capitali speculativi, che puntano a rendimenti elevati immediati, generando boom economici di breve durata seguiti da forti recessioni. È grazie a queste scelte politiche ed economiche, molto lontane dalle dottrine iperliberiste di matrice statunitense, che la Cina ha imboccato un percorso di sviluppo sorprendentemente rapido, accumulando tassi di crescita tre volte superiori a quelli ottenuti nel trentennio postbellico dai paesi occidentali.

Per contro, i paesi che con più coerenza e disciplina hanno adottato le ricette della politica iperliberista patrocinata dal Fondo Monetario Internazionale, che imponevano, in omaggio alla globalizzazione, drastiche misure antinflattive, riduzione della spesa pubblica e totale apertura dei loro mercati finanziari, hanno pagato prezzi altissimi: è il caso dell’Argentina, che nel 2001, dopo il blocco totale dei prelievi bancari, arrivò al default del suo debito sovrano di oltre 130 miliardi di dollari, con conseguenze gravissime per il benessere della sua popolazione.


L'analisi dell'OIL nel 2004

D’altra parte, che il processo di globalizzazione non dovesse essere affidato esclusivamente alla regolazione dei mercati era emerso con sufficiente evidenza già nel 2004, quando una Commissione appositamente costituita dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (la Commissione sulle dimensioni sociali della globalizzazione) aveva scritto, nel suo rapporto finale:


L’attuale processo di globalizzazione sta producendo situazioni di squilibrio sia tra i diversi paesi sia all’interno di essi. È vero che si crea ricchezza, ma troppi paesi e troppe persone non ne traggono alcun vantaggio, oltre a non avere voce in capitolo nelle decisioni che plasmano questo processo. Agli occhi della maggior parte delle donne e degli uomini la globalizzazione non ha soddisfatto le loro semplici e legittime aspirazioni di poter contare su un lavoro decente e su un futuro migliore per i loro figli. […] Nel frattempo [si] accentua la consapevolezza di queste disparità. […] Questi squilibri globali sono moralmente inaccettabili e politicamente insostenibili.


Ciò nonostante, la globalizzazione ha continuato la sua corsa sui binari dell’iperliberismo. E questo ha condotto all’acutizzarsi delle disparità e delle tensioni tra i paesi e all’interno di essi, generando, sia nei paesi poveri che in quelli ricchi, uno stato grave e permanente di insostenibilità sociale e politica. Allo stesso tempo, gli Stati-nazione - nati nel corso dell’Ottocento allo scopo di governare e promuovere le rispettive economie, contrastare i monopoli, regolamentare la moneta e il credito, attenuare i conflitti sociali - sono oggi mutilati, deprivati della possibilità di decidere a causa del potere esercitato grandi protagonisti dell’economia globale.

Si riduce così l’‘area di libertà della politica e, con essa, la possibilità di contenere le ineguaglianze e i conflitti sociali. I cittadini, soprattutto quelli delle fasce sociali più deboli, si sentono sempre più soli, indifesi, privati della possibilità di dire la loro e influire sulle scelte politiche. E ciò li espone ai venditori di false illusioni e alla retorica del ‘nemico da battere’.


“Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”

Questo è il prezzo che stiamo pagando al mito del mercato globale, eretto dall’iperliberismo a nuovo Leviatano, idolo al quale tutti dobbiamo sottometterci. Viene francamente da domandarsi come tutto ciò sia potuto accadere e, nel tentativo di cercare una risposta, a questo mi tornano in mente le parole scritte da un grande economista - John Galbraith - quasi quarant’anni fa, quando di globalizzazione ancora non si parlava:


“La retorica del mercato del conservatorismo attuale è radicata saldamente e con grande efficacia nell’interesse economico; la fedeltà al mercato classico, il suo insegnamento e la sua diffusa presenza nella coscienza pubblica sono fortemente al servizio di tale interesse, e questa situazione ha una qualità teologica che si erge ben al di sopra di un qualsiasi bisogno di una prova empirica. L’economia classica durerà perché risolve il problema del potere nell’economia e nella politica. Che la moderna grande impresa sia uno strumento per l’esercizio del potere […] è fuori dubbio. Ma la tradizione classica serve ad avvolgere questo esercizio in una luce molto soffusa. È il mercato, si dice, a fissare salari, stipendi, interessi e prezzi per i fornitori e per il consumatore sovrano. All’accusa di cattivo uso del potere c’è la risposta semplice, di validità universale: la colpa è sempre del mercato. Il paradosso del potere nella tradizione classica [liberista] è che, benché tutti siano d’accordo che il potere esiste, esso non esiste in linea di principio”.


Oggi, lunedì 14 settembre, l'ultradestra svedese, a poche ore dall'inizio dello spoglio delle schede elettorali delle politiche, pare in regresso (avremo modo di commentare a risultati definitivi). Ma soltanto una settimana fa, il partito neonazista tedesco (AfD) ha ottenuto il 44 per cento dei voti alle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt. Secondo i sondaggisti, il partito è stato massicciamente votato dagli strati più poveri ed emarginati della popolazione. Ancora una volta, ci si chiede come ciò sia potuto avvenire. Per cercare una risposta occorre andare indietro all’ultimo decennio del secolo scorso, ai tempi della caduta della DDR e della riunificazione della Germania. In quell’occasione, per fare spazio a un’economia coerente con i principi dell’iperliberismo dominante in Occidente, il sistema industriale della Germania Est, che poteva vantare anche alcune produzioni di pregio, è stato azzerato, con la conseguente perdita (per vendita o chiusura) di migliaia di aziende e di centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Torna alla mente Tacito: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Nel caso tedesco il deserto (la solitudinem) è stato generato della perdita di lavoro, reddito, prestigio e sicurezza sociale; dalla crescita delle diseguaglianze; dalla percezione sempre più marcata che la celebrata riunificazione sia stata, in realtà, un’annessione. Nessuna classe dirigente può sopravvivere appellandosi unicamente alle dottrine del mercato iperliberista senza tenere conto della solitudine, dei disagi, della povertà e delle paure che queste dottrine provocano. Quando questo malauguratamente accade, c’è sempre qualcuno che sa trasformare con successo le paure in odio.

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