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Identità europea e Ceuta: momento di responsabilità, non di autoassoluzione

di Antonio Nicolosi*


Benché sia vero che l’anno prossimo molte nazioni andranno al voto, quindi la chiusura di Schengen potrebbe apparire un atto di sciacallaggio politico, questo non può diventare un alibi per minimizzare la crisi. L’allarme è reale e non può essere liquidato come “attacco ibrido” per non affrontare le responsabilità europee.

La crisi di Ceuta non è “soltanto politica”. È innanzitutto il fallimento di 20 anni di politiche migratorie europee, fatte di annunci, fondi e muri normativi, senza una strategia comune credibile. Scaricare tutta la colpa su organizzazioni criminali e su presunte “benedizioni” di governi terzi serve solo a non ammettere che l’UE non ha confini esterni governati e non ha una politica di rimpatrio funzionante.

Su questo sito, con l'articolo di Stefano Rossi, si sono messe in evidenza tre sfide. Sfide reali, da un'altra prospettiva, l’Europa non vuole vedere. In ordine.


La sfida del realismo umanitario

Parlare di “dignità” senza dare alternative concrete significa condannare migliaia di persone a restare in limbo. L’accoglienza senza regole e senza capacità di integrazione si trasforma in ghettizzazione. La vera dignità è dire la verità: l’Europa non può accogliere tutti e deve gestire i flussi alla fonte con accordi chiari, anche duri, con i Paesi di origine e transito.


La sfida della sovranità e della sicurezza

Una città come Ceuta, 85mila abitanti, non può reggere un afflusso improvviso perché l’Europa ha deciso di delegare la gestione delle frontiere agli Stati di prima linea, senza risorse e senza esercito di frontiera europeo reale. Pretendere “ordine pubblico” senza mezzi è ipocrisia. La sicurezza dei cittadini europei viene prima di tutto. Non è populismo: è il compito primario di uno Stato.


La sfida politica: basta con l’unità di facciata

Dire “quando l’Europa è sotto pressione gli europei restano uniti” è un principio nobile, ma vuoto se poi ogni Stato scarica il problema sul vicino. La solidarietà non può essere solo a parole e con fondi. Deve essere redistribuzione reale, centri comuni fuori dall’UE, e responsabilità condivise. Altrimenti è divisione mascherata da unità.

Cosa dovrebbe fare l’Italia? Il governo italiano non deve scegliere tra “alimentare polemiche” o “fare da spalla a Sanchez”. Deve difendere l’interesse nazionale ed europeo con proposte concrete: bloccare le partenze con missioni europee e accordi vincolanti con il Marocco e gli altri Paesi. Differenziare: accoglienza per chi ha diritto all’asilo, rimpatri immediati per chi non ce l’ha. Niente lezioni e niente rincorse: né inseguire gli estremismi, né nascondersi dietro slogan europeisti. Serve una linea di buon senso. Chiamare “demagoghi” chi chiede controlli e chiamare “unità” il silenzio di fronte al caos, è il modo più rapido per svuotare di senso l’idea stessa di Europa.

La gente non vuole “avventure al buio”. Vuole regole chiare, confini presidiati e politiche che funzionino. A Ceuta non si difende un’idea astratta di Europa. Si decide se l’Europa vuole ancora essere un luogo con regole, confini e futuro. E questa è la stagione delle scelte difficili, non delle pacche sulle spalle.


*Segretario Generale UNARMA, Associazione sindacale carabinieri

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