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La Stanza del pensiero Critico. Un simbolo trasformato in minaccia

17 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 57 minuti fa

Il velo e la Repubblica, quando la paura tenta di riscrivere la Costituzione e mostra a viso scoperto di credere nell'ingiustizia


di Savino Pezzotta


Non è l’islam il bersaglio. È il corpo. Il corpo dell’altro, il corpo che non si lascia addomesticare, il corpo che entra nella scuola italiana con un velo che non chiede permesso. Le parole pronunciate, ieri, 20 settembre alla convention dei giovani del suo partito, da Giorgia Meloni – il volto scoperto come condizione di cittadinanza, il velo bandito, la soglia etnica nelle classi per evitare che “i bambini italiani diventino minoranza” – non parlano dell’Islam. Parlano della paura come strumento di governo. Parlano di un potere che ha bisogno di un nemico per non guardare la propria nudità. È sempre così: quando il potere non sa più raccontare il futuro, racconta un pericolo.

La scena è nota: un microfono, una dichiarazione, un applauso. Ma sotto la superficie c’è un’operazione più antica, quasi rituale. Si prende un simbolo – il velo – e lo si trasforma in minaccia. Si prende un volto coperto e lo si interpreta come un attacco alla civiltà. Si prende una classe con troppi bambini stranieri e la si racconta come un cedimento dell’identità nazionale. È la vecchia grammatica della paura, quella che non cerca la verità ma la compattezza del gruppo. Quella che non difende la persona ma il recinto. Quella che non costruisce diritti ma confini.


I nostri principi repubblicani sono altrove

La nostra Costituzione è dalla parte della libertà, non della uniformità. È dalla parte della dignità, non della sorveglianza. L’articolo 3 non dice “mostra il volto”: dice che tutti sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di religione, di origine, di condizione. L’articolo 19 non dice “proteggi la maggioranza”: dice che ognuno è libero di professare la propria fede, anche quando è minoritaria, anche quando è incomprensibile alla maggioranza. L’articolo 21 non dice “temi la diversità”: dice che la libertà di espressione è un pilastro della democrazia. La Costituzione non ha paura del velo. Ha paura della mano che lo strappa.

E allora la domanda è semplice: perché oggi, nel 2026, si torna a parlare del velo come se fossimo ancora nell’Europa del sospetto? Perché si ripropone la retorica d’altri tempi, quella che vedeva nell’Islam un corpo estraneo da contenere, da sorvegliare, da disciplinare? Perché si finge che la scuola italiana sia un campo di battaglia identitario, quando invece è il luogo più avanzato della mescolanza, della convivenza, della quotidiana normalità del pluralismo? La scuola non è un fortino: è un laboratorio. E chi la racconta come un fortino ha paura del laboratorio.


Il potere non deve entrare nel privato cittadini

La risposta è brutale: perché la paura è più facile della giustizia. Perché la semplificazione è più comoda della complessità. Perché dire “a scuola si va a viso scoperto” permette di evitare la domanda più difficile: che cosa significa davvero libertà? Libertà è scegliere. Libertà è decidere come mostrarsi. Libertà è non essere costretti né a coprirsi né a scoprirsi. Libertà è la coscienza, non il volto. E quando lo Stato decide come deve vestirsi una ragazza, non sta difendendo la libertà: sta occupando lo spazio più inviolabile della persona. La Costituzione è nata per impedire proprio questo: che il potere entri nella vita privata dei cittadini.

Lo sa da quando ha scritto nero su bianco che la Repubblica tutela le minoranze, non le teme. Lo sa da quando ha stabilito che la scuola è aperta a tutti, non solo a chi assomiglia alla maggioranza. Lo sa da quando ha deciso che la libertà non è un privilegio della maggioranza ma un diritto della persona. Non è il velo il problema. È l’uso politico del velo. È la trasformazione del velo in un feticcio identitario. È la riduzione della libertà a un codice estetico. È la sostituzione della cittadinanza con la conformità.


L'aggressività che avanza

E poi c’è la frase più violenta, quella che non parla di veli ma di bambini: “non esiste che gli italiani diventino minoranza”. Qui la Costituzione si spezza. Qui la Repubblica si ritrae. Perché la democrazia non ha paura delle minoranze: le protegge. Non teme la pluralità: la garantisce. Non difende la maggioranza: difende i diritti. La logica della maggioranza è politica, non costituzionale. È identitaria, non democratica. È difensiva, non liberante. La Repubblica non è nata per difendere un gruppo etnico: è nata per difendere la persona, ogni persona, anche quella che non assomiglia alla maggioranza.

E allora la riflessione  si chiude dove tutto era iniziato: sul corpo. Il corpo velato, il corpo straniero, il corpo minoritario, il corpo che entra nella scuola e che non chiede di essere accettato ma semplicemente di essere visto, guardato, toccato La Costituzione non chiede di vedere il volto dell’altro. Chiede di riconoscerlo. Chiede di rispettarlo. Chiede di non avere paura. E quando il potere ci invita ad averne, è lì che la Repubblica deve parlare. Non per difendere il velo. Ma per difendere la libertà. Non per difendere l’Islam. Ma per difendere i diritti. Non per difendere la maggioranza. Ma per difendere l’umano.

Perché la Repubblica non teme il velo. Teme l’ingiustizia. E l’ingiustizia, attraverso questo discorso, ha parlato a viso scoperto.

 

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