top of page
logo.jpg

PIANETA SICUREZZA. Un popolo unico, anche indossando la divisa

8 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

di Nicola Rossiello


Ieri, 22 ottobre, un poliziotto francese ha pubblicato sul suo blog, ospitato da Mediapart, un testo breve indirizzato ai colleghi. Si intitola Nous ne sommes pas leur garde prétorienne, ed è un rifiuto netto del ruolo di Guardia Pretoriana del potere. Scrive mentre in Francia si protesta da settimane, e la tesi sta in due righe: il popolo è uno solo, comprende chi indossa l'uniforme e gli altri, con le sue ferite, la sua rabbia e le sue speranze, e chi porta la divisa lo serve.

Lo leggo come uno spunto, perché nasce da un ordinamento diverso dal nostro, e lo uso per verificare se quella frase possa reggere in Italia, davanti al diritto e ai fatti. Lo dico da chi è stato ispettore di polizia e da attuale segretario sindacale del SILP CGIL Piemonte, dunque da una parte in causa, e dichiaro subito questa posizione.

Il pregio del testo sta nel rifiutare la scorciatoia dei due campi. Chi ha fatto servizio d'ordine pubblico conosce la tentazione di vedere nella folla un blocco unico con un solo volto, perché semplifica ciò che si deve fare, e l'autore chiede ai colleghi di resistervi, guardando in faccia la violenza: bisogna proteggere chi manifesta pacificamente, arrestare chi aggredisce, soccorrere i feriti. Ricorda anche che i colpi li prende chi esegue, mentre chi decide resta al riparo.

Un rimando storico sulla Guardia Pretoriana per raccordarci al collega francese: nel 193 D.C. le coorti pretorie uccisero Pertinace, imperatore romano per pochi mesi, generale di umili origini, che aveva tentato di disciplinarle, e misero all'asta l'Impero. Una guardia pretoriana è qualcosa di più della semplice violenza: è una forza la cui lealtà va a una persona o a se stessa, anziché a regole superiori a tutti. Il rischio ha due volti: il primo è la polizia strumento di chi governa, l'altro è la polizia che si pensa casta a parte, titolare di un interesse proprio contro la società, e la formula dei due popoli descrive esattamente quest'ultimo.


Da dove viene il poliziotto italiano

Fino al 1981 le guardie di pubblica sicurezza erano un corpo militare, con il sindacato escluso e la parola vincolata alla gerarchia. Il 9 gennaio 1950 a Modena la polizia sparò sugli operai davanti alle Fonderie Riunite e ne uccise sei; il 7 luglio 1960 a Reggio Emilia morirono cinque manifestanti, e nel 1968 ad Avola, in Sicilia, due braccianti caddero durante una protesta per il contratto. In quelle piazze chi sparava e chi cadeva veniva spesso dallo stesso popolo, e una disciplina militare insegnava a guardarsi come nemici. La separazione, dunque, è stata un prodotto, e i prodotti si smontano.

A smontarla è stata la legge 1° aprile 1981, n. 121, che ha smilitarizzato la Polizia di Stato, ha riconosciuto ai suoi appartenenti il diritto di associarsi in sindacato e ha ridefinito la responsabilità dell'autorità di pubblica sicurezza. L'articolo 16 parla di forze di polizia, al plurale, cioè di un servizio che la collettività si è data, lontano dall'idea di un ordine da imporre, e il sindacato di polizia è uno strumento di cittadinanza che permette a un agente di sentirsi parte della società che serve, e di dire in pubblico che una polizia stremata è una polizia che sbaglia.

Del resto, gli anni che precedettero la Riforma erano stati segnati da vere e proprie rivolte, dentro le caserme e fuori: autoconsegne e sabotaggi, disordini e proteste si susseguirono con una frequenza che smentiva ormai la finzione di un corpo muto. Particolari che sono stati purtroppo dimenticati da chi si occupa di sindacato oggi, soprattutto da chi fa della difesa della controparte il proprio impegno prioritario e corporativo.


Il rispetto della Costituzione

L'articolo 54 impone fedeltà alla Repubblica e osservanza della Costituzione e delle leggi, quindi a un'entità che sta sopra ogni governo e ogni questore, mentre l'articolo 97 pretende imparzialità. L'articolo 98, terzo comma, consente alla legge di limitare l'iscrizione ai partiti per gli agenti di polizia, ma la riserva è rimasta inattuata: il divieto transitorio dell'articolo 114 della legge 121 del 1981 è scaduto nel 1990 e la disciplina generale prevista è rimasta sulla carta. L'iscrizione ai partiti è dunque possibile, mentre l'attività politica resta fuori dal servizio e dall'uniforme. È la risposta italiana al diritto di partecipare alla vita democratica che il testo francese lascia generico così che il poliziotto vi partecipa da cittadino, a condizione di lasciare fuori la divisa. Gli articoli 17 e 21 indicano invece che cosa la polizia protegge, lascia il giudizio sulle ragioni di un corteo ai cittadini e garantisce che il corteo possa svolgersi. L'articolo 1, poi, ricorda che la sovranità appartiene al popolo, e dunque il monopolio della forza è un prestito, concesso a condizioni, di cui chi lo esercita resta custode.


La piazza vista da dentro

In una piazza decide un dirigente ed eseguono i reparti, e quando le cose vanno male chi sta in alto dice che l'agente ha ecceduto, mentre chi sta in basso dice che eseguiva un ordine. L'articolo 51 del codice penale risponde a entrambi: l'ordine illegittimo lascia esposto chi lo esegue, tranne quando la legge gli vieta ogni sindacato sulla sua legittimità. L'obbedienza, quindi, offre sempre un alibi parziale, e il dovere di discrezione, come scrive il collega francese, richiede occhi aperti. Un pubblico ufficiale che ha notizia di un reato perseguibile d'ufficio ha l'obbligo di denunciarlo, anche se l'autore è un collega, e l'idea che i panni sporchi si lavino in casa è sbagliata proprio per chi vuole difendere l'Istituzione, perché restando in casa finiscono per imbrattare tutto il resto.


Genova, e che cosa ne è rimasto

Il 20 luglio 2001 durante il G8 morì in piazza Alimonda a Genova Carlo Giuliani e nella scuola Diaz-Pertini un contingente di agenti lasciò feriti gravi e verbali che si rivelarono falsi. Nel 2012 la Cassazione confermò le condanne, anche per funzionari di alto grado, e il 7 aprile 2015, nel caso Cestaro, la Corte europea accertò la violazione dell'articolo 3 della Convenzione, rilevando che il nostro codice ignorava il reato di tortura, introdotto solo con la legge 110 del 2017. La grande maggioranza dei colleghi era estranea ai fatti, eppure ne ha pagato il prezzo per anni, ogni volta che ha messo piede in una piazza, perché una polizia che allontana chi viola la legge evita che il discredito si distribuisca su tutti. Sugli strumenti che permettono di ricostruire chi ha fatto che cosa in un intervento, dalle videocamere ai codici identificativi restano domande legittime di una società che vuole sapere come si esercita, in suo nome, la forza.


La rabbia e la sua destinazione

Il conflitto sociale prodotto da scelte politiche ed economiche, quando scende in strada, diventa un problema di ordine pubblico, e a gestirlo diventano quelli che presidiano gli spazi, cioè i lavoratori di polizia esposti a rischi enormi e infortuni numerosi e anche gravi, mentre gli autori delle scelte restano lontani. Il decreto-legge 48 del 2025, convertito dalla legge 80, ha trasformato in reato il blocco stradale compiuto con il proprio corpo. Lascio da parte il merito della scelta politica e osservo l'effetto: ogni nuova fattispecie colloca il poliziotto più spesso, e più direttamente, contro una protesta. La norma si scrive altrove e l'esecuzione tocca a lui, ma chi la scrive risponde anche della sua applicabilità, delle risorse per applicarla e delle conseguenze sul rapporto con i cittadini. Il poliziotto stanco è un fattore di rischio, per sé e per gli altri, ed è per questo che la rivendicazione sindacale rafforza la lealtà all'istituzione, difende la qualità del servizio.


Il lavoro che finisce lontano dalla piazza

La parte più grande del lavoro di polizia si svolge altrove, in una denuncia raccolta con attenzione o in un intervento notturno dove una donna ha paura del compagno. Con la legge 69 del 2019, il Codice rosso, la notizia di certi reati va riferita subito al pubblico ministero e la persona offesa sentita entro tre giorni, ma la qualità dell'ascolto decide quasi tutto e richiede ciò che una norma da sola ottiene a fatica.

Esistono quartieri e momenti in cui la divisa viene accolta con diffidenza, e chi lo nega racconta un'Italia immaginaria. La risposta più sbagliata è chiudersi e accettare che i due popoli esistano davvero, mentre quella utile, lenta, passa dalla presenza, perché un agente che conosce il quartiere – non lo controlla soltanto - e ci torna, riduce la distanza meglio di qualunque operazione.


A chiusura del ragionamento

Il poliziotto francese si definisce smarrito, e riconosco in quello smarrimento la condizione di ogni agente che si accorge di stare in mezzo, tra chi decide e chi protesta. Condivido la sua visione fino in fondo: chi porta la divisa appartiene al popolo che serve, e la sua lealtà va alla Repubblica, che dura più dei governi e delle stagioni. Lui scrive da Parigi e io da Torino, lui si appoggia alla Dichiarazione del 1789 e io alla nostra Costituzione, e i due testi indicano lo stesso approdo, una forza pubblica istituita a beneficio di tutti. Il suo «Ascoltatemi, colleghi» vale quindi anche per i colleghi italiani, e da noi la risposta ha una forma precisa, quella di un ordinamento civile e di un sindacato che parla in pubblico.

Oggi lo slogan della polizia è «Esserci sempre», e il motto resta «Sub lege libertas»: la libertà sta sotto la legge, come dicevano gli antichi romani, e in quell'ordine di parole c'è già il compito: custodire ciò che appartiene ad altri. Una Guardia Pretoriana ha bisogno di un imperatore. A chi serve la Repubblica bastano i cittadini, e li ha già davanti, in servizio come a fine turno.

Commenti


L'associazione
pdv_cover_edited.jpg

Approfondisci la nostra storia

Post recenti
bottom of page