Resistenza. Storie e battaglie delle donne madri della Costituzione/3
di Elisabetta Dellavalle

Con questo articolo si conclude il saggio dedicato alle donne che hanno partecipato ai lavori della Costituente e hanno svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della nostra Costituzione.
Rita Montagnani Togliatti (1895 – 1979): prestigiosa, preparata, coraggiosa
Di famiglia ebraica, sarta, si dedica fin da giovanissima all’attività politica, diventando dirigente provinciale e regionale del movimento giovanile socialista. Nel 1921 aderisce al Partito Comunista sin dalla sua fondazione e viene inviata a Mosca come delegata al III Congresso dell'Internazionale comunista.
Nel 1924 sposa Palmiro Togliatti e con lui vive in clandestinità prima in Unione Sovietica, poi in Francia e in Svizzera.
È con lui in Spagna e combatte durante la guerra civile spagnola. Rientra in Italia nel maggio 1944 e dopo la liberazione di Roma dirige la sezione femminile del PCI e fonda l’UDI, l’Unione Donne Italiane. Quando nel 1946 viene eletta alla Costituente, con 68.722 voti di preferenza, Rita Montagnana ha quasi cinquant’anni e arriva a Montecitorio forte del prestigio accumulato sin da giovanissima nella lotta politica e sindacale, nella clandestinità, nel lungo esilio in Urss al fianco di Togliatti e nell’attività nei movimenti femminili, tanto che la sua collega Bianca Bianchi dice di lei: “entra con disinvoltura in Montecitorio come se si aggirasse nel salotto buono di casa sua”.
Chiusa la fase della Costituente, s’impegna nella campagna elettorale del 1948 e, sebbene risulti eletta senatrice, non manca di lanciare l’allarme sulla sottorappresentazione delle donne, poche candidate e poche elette, un errore e un’indicazione sbagliata per l’elettorato e per il partito, come testimonia questa analisi: «Vi è stato anche da parte dei compagni dirigenti, salvo eccezioni, una enorme incomprensione verso il lavoro femminile. Si sono tagliate le ali, si sono demoralizzate, umiliate anche le compagne migliori, più qualificate, con un ottimo passato di partito» (Lettera di Rita Montagnana alla Segreteria del Pci di Roma, marzo 1951).
Dopo la separazione da Togliatti si dedica al figlio Aldo e abbandona progressivamente la vita politica.
Teresa (Estella) Noce Longo (1900-1980):Partigiana per tutta la vita
Nata a Torino da famiglia operaia, nel 1921 è tra le fondatrici del Partito Comunista Italiano.
Tutte le citazioni che qui riportiamo sono tratte dalla sua autobiografia ‘Teresa Nove Rivoluzionaria professionale’ edita per la prima volta nel 1974.
“Si fa risalire la nascita del fascismo al 1921-22, ma in realtà esso cominciò a manifestarsi in Italia già alla fine del 1918. Ricordo le prime dimostrazioni contro gli operai condotte da gruppi di ex ufficiali e da studenti figli di papà, non ancora organizzati in squadracce ma già decisi alla violenza contro i lavoratori. I primi assalti alla Camera del lavoro di Torino si ebbero tra la fine del 1918 e il principio del '19. In quell'anno si verificarono i primi scontri tra questi gruppi armati e i lavoratori inermi. Fin da allora si assisté a quella che sarà poi la consueta (anche cinquant'anni più tardi) protezione della polizia e della magistratura ai gruppi fascisti”.
Nell'ambiente politico torinese conosce Luigi Longo, studente di ingegneria e già in politica. Ma il fascismo dilaga anche a Torino:
“La morte più atroce venne riservata a Pietro Ferrero, segretario del sindacato metallurgici, ossia di quei lavoratori che avevano tanto lottato a Torino contro i padroni del vapore. Pietro Ferrero non era neanche comunista, ma anarchico, dicevamo noi, "all'acqua di rose". Preso dai fascisti, venne legato ancora vivo dietro a un camion che fu poi lanciato in piena corsa per le vie della città. L'indomani mattina, lungo tutto il corso Siccardi, si rinvennero le macchie del suo sangue e i brandelli della sua carne. Quanto rimaneva del suo corpo martoriato, i fascisti lo deposero ai piedi del monumento a Vittorio Emanuele. Trasportati i miseri resti all'ospedale, neanche i congiunti poterono riconoscerli. Soltanto la tessera del suo sindacato, rimasta negli abiti a brandelli, permise poi di identificarlo”
Teresa e Luigi si sposano nel 1926 e hanno tre figli: Luigi Libero, Pier Giuseppe – che muore di meningite poco dopo – e Giuseppe, detto Putisc, che nasce in clandestinità.
Espatriano prima a Mosca, poi a Parigi e in Svizzera: “Quando viaggiavo in treno di solito lavoravo a maglia e mi portavo gomitoli di lana multicolori, nel cui interno nascondevo i documenti di partito più riservati. Facevo maglie e pagliaccetti per i bambini rimasti a Parigi. Chi mai avrebbe potuto sospettare che quella brava mammina usasse i suoi gomitoli per nascondere documenti del Partito comunista e che nella valigetta a doppio fondo, avesse i cliché de “l’Unità” e di “Battaglie Sindacali”?
Nel 1936 con il marito è in Spagna con i volontari della guerra civile spagnola con il nome di battaglia di ‘Estella’, che ancora oggi la identifica. Con la redazione «proletaria» del giornale, allora chiamato «Il Grido del Popolo», costituita da Estella e Leo Valiani, si adopera per dare il proprio contributo alla Spagna repubblicana e sostenere i volontari organizzando dei comitati popolari di aiuto. Si avverte l’esigenza di stampare un giornale direttamente nei luoghi di combattimento, pertanto Gallo chiede a Estella di raggiungerlo al fronte per fare il giornale dei volontari italiani, lei acconsente, previa autorizzazione del figlio Putisc che gliela concede: «Va bene. Parti pure per la Spagna. Io mi cercherò un’altra mamma».
In Spagna Estella è ben accolta e la prima redazione del giornale garibaldino «Volontario della Libertà» si stabilisce a Valencia, mentre il fronte è a Madrid e la base delle Brigate ad Albacete. A Valencia, tra gli altri, ritrova Dolores Ibarruri, la nota «Pasionaria», anima del popolo in lotta per l’indipendenza della Repubblica, e infine anche Longo, allora commissario generale della XII Brigata e rappresentante del PCI presso il Partito spagnolo. Con l’arrivo di Estella, quest’ultimo ruolo viene assegnato a lei in quanto membro del Comitato Centrale. Presto si stabilisce di spostare la redazione del giornale a Madrid così da essere più vicino ai compagni combattenti.
Ma quando la situazione si aggrava, essendo la capitale circondata dai franchisti e i fascisti, dilaga lo scoraggiamento tra i garibaldini. Longo chiede a Estella di andare a parlare con loro al fronte ricordando loro le ragioni per cui si trovano lì e l’importanza della loro lotta non solo per la Spagna, ma anche per la stessa Italia.
Qualche giorno dopo ha luogo la battaglia di Guadalajara dove si trovano in maggioranza italiani da entrambi i fronti. Così ne scrive Estella: ”gli uomini si trovarono di fronte a soldati ‘vestiti quasi come noi, con le nostre facce e che parlavano come noi’. […] Da una parte all’altra scorreva sangue italiano, ma si ebbero anche episodi di “fraternizzazione”, con abbracci tra compagni che si ritrovarono e stupore dei cosiddetti “volontari” di Mussolini nel conoscere chi veramente avevano davanti. […] Erano davvero “come noi” […]. Le loro storie si assomigliavano tutte: disoccupazione, miseria per loro e le famiglie”.
Quando rientra a Marsiglia lavora per il Partito comunista francese e partecipa alla Resistenza nel gruppo dei Francs-tireurs-et-partisans:”Una nebbia umida ed appiccicaticcia scende sulla grande città. Passano rari gli autobus, carichi di gente. Non c’è più benzina per i francesi. Ma i pesanti autocarri tedeschi rombano, da padroni, sull’asfalto parigino. Poca gente per le strade. I rari passanti si affrettano a rientrare prima che suoni il coprifuoco. Davanti a certi palazzi fanno un largo giro, discendono dal marciapiede per passare. Ai lati dei portoni di questi palazzi, sentinelle rigide passeggiano, il fucile sulla spalla, il casco tedesco sul capo. […]
Alla fine dell’inverno 1943 viene arrestata e trasferita alla Petite Roquette, il carcere femminile parigino. E’ a Parigi con lo pseudonimo di Giovanna Fanucci, di origine còrsa, maritata Pinelli, ma separata dal marito, per prendere contatti con dei compagni tedeschi incaricati del lavoro più pericoloso, ossia quello svolto tra le truppe di occupazione.
“Fino a quel momento aveva continuato a sperare. Che cosa? Era difficile dirlo. Ma adesso il rimbombo cupo della porta che si richiudeva era come se sottolineasse la perdita di ogni speranza, la certezza che non avrebbe rivisto i figli chissà fino a quando! […] Durante il suo difficile e pericoloso lavoro si era sempre vietata di pensare troppo a loro, per non sentirne la mancanza in modo insopportabile, per non sentirsi troppo mordere il cuore dalla nostalgia. […] Togliendole la libertà, l’hanno resa libera almeno di soffrire. Può scavare la sua sofferenza con le unghie del dubbio, addolcirla con le speranze più insensate”.
Nel 1943 viene deportata a Ravensbruck, in Germania, e poi in Cecoslovacchia ai lavori forzati. Ravensbrück, il campo di proprietà di Himmler, è il luogo dove ci si occupa di eliminare le donne non conformi e inutili per il regime. I dati riportano che, delle 130mila donne lì rinchiuse tra il 1939 e il 1945, fino a 50mila (per alcuni 92mila) vi muoiono e, di queste, solo il 10% è ebreo. Ed è una morte precisamente calcolata nel mercato della guerra: “Himmler compra questo terreno per un boccone di pane. […] Poi Himmler capitalista vende questo terreno a Himmler il ministro del Reich. […] Il vitto costa esattamente, per ogni deportata, 0,28 [marchi, n.d.r.] al giorno. So che sono stati fatti degli studi speciali per stabilire la resistenza fisica delle deportate in rapporto al vitto che ricevono. Ebbene, con il vitto a 0,28 una donna non può resistere oltre i dieci mesi di lavoro; poi è il forno crematorio. Se invece si spendesse 0,50 potrebbero resistere due anni e anche più.Ma scienziati ed economisti hanno fatto i calcoli: per Himmler è più conveniente spendere solo 0,28 al giorno e rinnovare ogni dieci mesi le schiave”.
Tornata in Italia, è la prima degli eletti alla Costituente della sua circoscrizione e una delle più votate del Pci a livello nazionale e farà parte – per la sua indiscussa preparazione – della commissione dei 75, incaricata di stendere il testo della carta costituzionale.
Eletta in Parlamento per due legislature nel 1948 presenta la proposta di legge n. 860 per la "Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri", che costituisce la base della legislazione sul lavoro femminile fino alle leggi degli anni Settanta.
Nel 1950, insieme con Maria Federici, presenta la proposta di legge che prevede eguale salario per eguale lavoro per donne e uomini.
Nel 1974 pubblica ‘Teresa Noce Rivoluzionaria professionale’, la sua autobiografia, poi riedita nel 1977, testo fondamentale per ricostruire la storia del PCI italiano dalla sua fondazione.
Muore a Bologna, all'età di 79 anni, il 22 gennaio 1980.
Nel 2013 le sue spoglie sono state traslate nel Monumento Ossario ai caduti partigiani alla Certosa di Bologna.
Elettra Pollastrini (1908-1990): Antifascista, tenace, partigiana della pace.
Nasce in una famiglia antifascista che nel 1934 è costretta ad espatriare in Francia per motivi politici e da giovanissima aderisce al Partito Comunista e ne diffonde le idee nella fabbrica in cui lavora, la Renault.
Dal 1930 al 1938 lavora per l’École Universelle par Correspondance e poi è in Spagna durante la Guerra civile spagnola, al fianco delle Brigate Internazionali.
Nell’agosto 1934 è delegata del PCI al Congresso mondiale contro la guerra e il fascismo Con lo pseudonimo di Myriam scrive sul mensile ‘La voce delle donne’, poi diventato ‘Noi Donne’.
Tornata in Francia, nel 1939 viene incarcerata alla Roquette a Parigi, quindi, il 17 ottobre 1940, trasferita nel campo di concentramento di Rieucros (Mande-Lozère), lo stesso di Teresa Noce.
Nel 1941 è al confino a Rieti e con l’armistizio entra nella Resistenza romana: arrestata e incarcerata nel gennaio 1944 a Regina Coeli, viene condannata a tre anni di lavori forzati nel carcere femminile di massima sicurezza di Aichach in Alta Baviera.
Dopo venti mesi di sofferenze viene liberata dagli alleati il 28 aprile 1945.
Eletta nell'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana nel Gruppo Comunista, poi rieletta Deputata nella I e II Legislatura nelle file del PCI, viene ricordata come ‘modesta e determinata’ nel 1958 è in Sicilia per la Commissione femminile del PCI, poi si trasferisce in Ungheria per cinque anni e lavora come giornalista a Radio Budapest.
Tornata a Rieti continua nella riservatezza a servire la vita politica e ora la sua città la ricorda con una via e ha intitolato a lei la sua sezione dell’ANPI.
Maddalena Rossi Semproni (1906-1995): Tutta una vita per la pace e la giustizia.
Laureata in Chimica all’Università di Pavia e sposata con il chimico antifascista Antonio Semproni, ben presto si dedica all’impegno politico.
Insieme al marito si iscrive nel 1937 al PCI clandestino partecipando attivamente al “Soccorso Rosso” e reperendo fondi per la lotta clandestina.
Condannata al confino nel ’42, resta a Sant’Angelo in Vado fino al 25 Luglio 1943.
Rientrata a Milano subito dopo la caduta del Fascismo, entra a far parte della redazione clandestina de L’Unità.
Diventa Madre Costituente per il PCI ed è membro della Commissione per i trattati internazionali. In questo ambito interverrà in merito all’approvazione del Trattato di pace fra l’Italia e le potenze alleate firmato a Parigi il 10 febbraio 1947.
Deputata nelle prime tre legislature, lavora per il riconoscimento della parità femminile in famiglia e nel mondo del lavoro ribadendo l’obbligo dello Stato di tutelare la famiglia e l’eguaglianza morale e civile dei coniugi. Nell’ambito della discussione sul Titolo IV riguardante la magistratura, sostiene il diritto delle donne di accedere e di partecipare all’amministrazione della giustizia in campo sia civile che penale. Fra le varie iniziative per la costruzione di una società più equa e democratica ricordiamo la sua richiesta di snellire i procedimenti di adozione, modificando l’art. 297 del Codice Civile.
Presidente dell’Unione Donne Italiane dal 1947 al 1956, mette al primo posto del programma dell’associazione il tema della difesa della pace.
Nel 1964 viene è assessore ai Lavori Pubblici di Porto Venere (La Spezia), città della quale è sindaco dal 1970 al 1975.
Queste le ‘madri’ che hanno preso parte attiva nella Resistenza italiana, ma non si pensi che le costituenti delle quali in questo articolo non sono state approfondite le biografie – Maria Federici Agamben, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Fiorini Nicotra, Ottavia Penna Buscemi, Vittoria Titomanlio – non siano state altrettanto fondamentali nell’ambito dei lavori della Costituente o per la crescita culturale e sociale dell’Italia democratica, anzi.
Impegnate nella lotta contro le disuguaglianze e la povertà, per la scuola e la sanità pubblica e gratuita, per la sicurezza sul lavoro e il sostegno ai più deboli, ma non solo, sono state figure umane e politiche fondamentali per la nascita della nostra Repubblica.
Infatti il grande risultato raggiunto dalle 21 si deve alla capacità che queste donne ebbero di fare lavoro di squadra: “La pattuglia femminile della Costituente serrava i ranghi quando erano in discussione e da risolvere i problemi inerenti il lavoro, la famiglia, la scuola”: ricorda Filomena Delli Castelli.
Sono state in tutte loro sempre ben presenti le condizioni concrete delle donne nel loro Paese, così come quelle dei bambini, degli orfani, di quanti erano tornati dalla prigionia o dai campi di concentramento, e la necessità di evitare discussioni astratte e di principio, per mantenersi invece sempre aderenti alle reali necessità.
Donne eccezionali che hanno cambiato il volto della nostra società ma che, a parte pochi casi, sono oggi quasi del tutto dimenticate.
Ognuna di loro merita approfondimenti e ricerche, perché no tesi di laurea, perché nelle loro biografie ‘normali’ di madri e figlie, mogli e compagne, si nasconde tutta la forza e la saggezza della nostra società. Si spera che questo modesto contributo possa stimolare nuove curiosità, soprattutto nei confronti delle ‘madri costituenti’ meno famose e ricordate.
Così Livia Turco: “Pur avendo diverse formazioni culturali, pur essendo orgogliosamente democristiane, socialiste, comuniste, seppero costruire una formidabile alleanza tra di loro per incidere nella formulazione della Costituzione, iscrivendo in essa una nuova visione della donna, di rapporti tra donne e uomini, del rapporto genitori figli”.
Delle molte battaglie da loro combattute, qualcuna ha avuto l’effetto sperato già negli anni a loro vicini.
Il 16 luglio 1960 viene stipulato a Milano, tra Confindustria e sindacati, l’accordo interconfederale sulla parità salariale tra lavoratori e lavoratrici relativamente ai soli settori industriali. L’accordo, che si ispira a quello stipulato a febbraio per il settore tessile, abolisce le discriminazioni per sesso, eliminando dai contratti nazionali collettivi di lavoro le tabelle remunerative differenti per uomini e donne, stabilisce aumenti per le lavoratrici e la rivalutazione immediata della contingenza.
Ad esempio, nel 1951 viene nominata la prima donna al governo: Angela Cingolani, sottosegretaria all’Industria e al Commercio.
Nel 1963 si aprono alle donne le porte della magistratura e della carriera diplomatica mentre in agricoltura le donne otterranno la parità salariale nel 1964.
La prima ministra della Repubblica è Tina Anselmi nel 1976 e con un suo pensiero chiudiamo, così come abbiamo iniziato:
“Quando le donne si sono impegnate nelle battaglie,
le vittorie sono state vittorie per tutta la società.
La politica che vede le donne in prima linea è politica d'inclusione,
di rispetto delle diversità, di pace".
Fine/3
Note











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