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Strage di Bologna, la verità politica nelle sentenze giudiziarie

Aggiornamento: 9 ago

Una riflessione sul significato delle parole del presidente Mattarella

di Marcello Croce


«È una consapevolezza che riguarda la nostra comunità, i giovani anzitutto. E rilancia l’impegno a salvaguardare il futuro da costruire nei valori di libertà, di giustizia, di democrazia. I valori che la strategia neofascista del terrore pretendeva distruggere…

Il popolo italiano li ha sconfitti nella gravosa ricerca della verità.

La Repubblica è grata ai magistrati e agli uomini delle istituzioni che, con il loro lavoro, si sono dimostrati più forti dei tentativi di depistaggio e ai familiari delle vittime per il loro appassionato impegno per la verità.

Fare giustizia è vittoria della democrazia».

Una meditata lettura di queste parole, rivolte domenica scorsa, il 2 agosto, dal Presidente Sergio Mattarella agli italiani, e forse non solamente a loro, commemorando le vittime dell’attentato avvenuto quasi mezzo secolo fa alla Stazione centrale di Bologna, si presta a suscitare diverse e persino controverse interpretazioni.

Una cosa è innegabile, prima di tutto. L’intervento di Mattarella - presidente del Csm - ha lo scopo dichiarato di sostenere il verdetto della magistratura e, più in generale, l’interpretazione ideologica della matrice politica di destra della strage. Ricordiamolo, si trattò di una strage che non colpì un nemico, reale o immaginario che fosse, ma investì una folla inerme di persone che si accingeva a partire per le vacanze al mare. Quest’ultima constatazione è importante, perché rivela la natura esclusivamente simbolica dell’attentato: si trattava, cioè, di un terribile messaggio rivolto a chi non era lì, in quel luogo. I responsabili della strage agivano in nome e per conto di qualcuno che attraverso l’effetto prodotto da quell’atto mirava ad altro. A che cosa?

Sappiamo che in Italia tra il 1980 e il 1990 il cambiamento di rotta in Italia ci fu, ma fu quello che sfociò nella campagna giudiziaria che portò il nome di “Mani pulite” e determinò la fine dei partiti storici di governo. Parallelamente si sfasciò completamente quello che restava del patrimonio economico di Stato.

Nel frattempo il percorso tortuoso delle indagini giudiziarie era incominciato a sgranarsi attraverso una serie di sentenze distribuite tra il 1985 e il 2025, quarant’anni. Non ne rifaccio la storia. Basti dire che le prime indagini e le prime conseguenti sentenze si rivolsero agli ambiti giovanili anarco-fascisti e, parallelamente, agli ambienti della massoneria e dei servizi segreti, entrambi definiti “deviati” (1995).

La riapertura del processo, nel 2016 (e cioè dopo la morte di tutti quelli che secondo le sentenze avrebbero diretto il “complotto”, compreso il capo della P2 Licio Gelli, accusato di esserne la “mente”) ha portato solo a un ampiamento di condanne (2025).

Secondo la sentenza definitiva quella strage aveva lo scopo di destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico. Fu questa l’ipotesi originaria sulla quale venne poi costruito l’intero teorema. Così per esempio la Corte di Bologna nel 9 gennaio 2020, dopo la sentenza di condanna di Cavallini: «La strage si colloca nella logica della strategia della tensione, volta a produrre destabilizzazione dell’ordine pubblico per ottenere una stabilizzazione politica autoritaria».


I dubbi che restano

Perciò torno all’intervento di Mattarella del 2 agosto di quest’anno, per sottolineare un  effetto di sacrosanto disagio. Non c’è dubbio che il Presidente – alla commemorazione del 2 agosto – abbia voluto dare  risonanza insolita alla sentenza giudiziaria, quasi con l’impazienza di rassicurare, di mettere fine ai molti dubbi sulla storia effettiva di quegli avvenimenti, che lungo questo mezzo secolo avevano offerto molte ragioni di venire diversamente interpretati.

Quei giudici, e ora il Presidente Mattarella, fin dall’inizio hanno definito questi dubbi come depistaggi. E non poche persone sono state condannate per questo. Una e una sola era la direzione presa dalle indagini fin dall’inizio, anche se ancora oggi tutti i condannati sopravvissuti continuano a sostenere la loro estraneità a quei fatti. Esemplare, a questo riguardo, la dichiarazione diffusa da Cossiga, che nel 1980 era capo del governo, tre giorni dopo l’attentato.[1]

Ma c’è ancora un particolare che mi colpisce.

Nel dare enfasi all’aspetto ideologico della sentenza, sembra tuttavia che il Presidente Mattarella abbia voluto ignorare l’intera motivazione consegnata alla storia e che fin dall’inizio ha ispirato la direzione delle indagini. Mi riferisco, come dicevo più sopra, alla tesi che la bomba mirasse a un effetto politico di stabilizzazione autoritaria dell’ordine politico esistente. Nelle parole del Capo dello Stato, nella strage di Bologna resterebbe solo imputata una pura irrazionalità, quasi demoniaca, quella di un gruppo di giovani uomini e donne decisi solo a fare il male per il male! Che male fecero, eccome, in quegli anni, ma lo confessarono.

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro
Valerio Fioravanti e Francesca Mambro

Eppure ricordiamo tutti: in quegli anni l’intera classe dirigente politica italiana era oggetto di durissimi attacchi. Il terrorismo aveva insanguinato l’intero decennio. Due anni prima era avvenuto l’assassinio di Aldo Moro (1978) e mesi prima di Bologna il disastro-giallo di Ustica (27 giugno 1980). L’Italia era un crocevia di intrighi internazionali che implicavano russi e americani, arabi e israeliani, mafia e narcotraffici. E la classe dirigente del Paese era sospetta di connivenza ora con l’uno, ora con l’altro.

Se la tesi che a quel tempo decise la direzione alle indagini fosse risultata vera, dovremmo anche domandarci quale fu l’effetto politico che realmente seguì alla bomba per dimostrarne la fondatezza di giudizio: chi allora avrebbe avuto interesse a una stabilizzazione politica autoritaria? I giovani anarco-fascisti? Il massone “deviato” Licio Gelli, condannato a dieci anni per calunnia e depistaggio?

Viene il dubbio, dunque, che persino nelle parole pronunciate con vigore il 2 agosto dal Presidente Mattarella echeggi una formula di esorcismo apotropaico, buona a fare tabula rasa di un decennio drammatico di storia italiana sullo sfondo di note tensioni mondiali.


Thomas Hobbes e la verità pubblica

Mi viene in mente, a questo riguardo, un passo famoso del capitolo XVIII del Leviathan, nel punto in cui senza mezzi termini Thomas Hobbes sostiene che la verità pubblica è ciò che il “principe” ritiene giusto che sia.

«Appartiene quindi a chi ha il Potere Sovrano [Summam Potestatem], di essere Giudice, o costituire tutti i Giudici delle opinioni e delle dottrine, come cosa necessaria alla Pace, per prevenire così discordia e guerra civile».

Significa che la verità, in questo mondo, è sottoposta alla politica, perché quest’ultima ha il compito estremo e radicale di prevenire la guerra civile, insita nella natura umana. La costituzione dello Stato moderno, nel XVII secolo, rispecchiava precisamente questa condizione estrema, uscendo dalle guerre di religione. Per questo motivo il rapporto tra politica e verità è assegnato alla magistratura, e diventa oggetto di sentenze giudiziarie.

Il ruolo assunto dal Presidente Mattarella, in relazione ai fatti di Bologna, rientra in pieno in questo aspetto problematico. Si ripropone quindi anche in democrazia, come nei regimi assolutisti, l’eterno confronto in cui la parola – che di per sé è espressione di verità etica – diventando sentenza giudiziaria si presenta invece nella forza imperativa dello Stato.


Note 

[1] Mi riferisco in particolare a Valerio Fioravanti (1958)e Francesca Mambro (1959), terroristi del Nar, rei confessi di diversi omicidi politici. È noto che Francesco Cossiga il 5 agosto annunciò pubblicamente che la strage era di matrice neofascista. Molti anni dopo si ricredette.

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