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La lunga notte del terrorismo in Italia, risvolti psicologi e livelli di resilienza

Prima parte: "Lo stragismo e la crisi della credibilità dello Stato"

 

di Maria Teresa Fenoglio


L'inizio del mese di agosto, con le sue dolorose ricorrenze, dalla strage alla Stazione di Bologna all'attentato al treno Italicus, ha riportato la memoria collettiva sulla lunga stagione del terrorismo vissuto, subito e contrastato dal nostro Paese.

La Porta di Vetro affronta il tema con un saggio di taglio psicologico diviso in più puntate scritto da Maria Teresa Fenoglio.



Gli attentati in Alto Adige

Prima degli anni ’70 il terrorismo in Italia[1] fece capo prevalentemente ad istanze indipendentiste. Dopo la Seconda guerra mondiale infatti, a seguito dei nuovi assetti stabiliti dai trattati internazionali, alcuni territori  furono o annessi  o invece separati dall’Italia. Grandi furono la pena e le concrete difficoltà di larghe fasce di popolazione. Trieste rimase a lungo territorio conteso e incerto, mentre le popolazioni di lingua e cultura italiane della Dalmazia e dell’Istria, passate alla Jugoslavia, ripararono in Italia in gran numero. Parallelamente quelle del sud Tirolo, in compensazione con la perdita delle terre Giuliane, furono dichiarate annesse all’Italia. Gli “alto-atesini”, come oggi vengono chiamati, di lingua e cultura tedesca, diventarono perciò forzatamente italiani. Nonostante le numerose garanzie volte al mantenimento di una autonomia locale e dell’uso linguistico, si sviluppò un movimento indipendentista che ricorse anche ad attentati terroristici, con numerose esplosioni che fecero, negli anni ’50 e ’60, 21 morti e diversi feriti.

Una delle 37 esplosioni compiute durante la Notte dei fuochi del 1961.
Una delle 37 esplosioni compiute durante la Notte dei fuochi del 1961.

Nel giugno 1961, nella “notte dei fuochi” Bolzano fu sconvolta da decine di esplosioni. Nel ’64 e 65 trovarono la morte numerosi carabinieri [2]. E nel 1967 è la volta della strage di Cima Vallona in cui assieme ad altri perde la vita il capitano Francesco Gentile.  (Flamini, 2003; Minniti, 2008, Milei, 2018).

L’indipendentismo attrasse anche altre regioni italiane, ad esempio la Sicilia e la Sardegna, in cui ebbe un connotato maggiormente “di sinistra”, senza però che si ricorresse ad azioni terroristiche dirette.

L’arco di tempo che va dalla strage di Piazza Fontana a Milano, il 12 dicembre 1969, a quella alla stazione di Bologna del 1980 e qualche successivo epigone[3], fu una stagione molto difficile per l’Italia. Il nostro paese attraversò momenti di enorme tensione sia per l’imprevedibilità e la gravità delle violenze sia perché il paese sentiva di rischiare la messa in crisi delle proprie conquiste democratiche.

A proposito di quegli anni si parlò di “strategia della tensione"[4] (De Lutiis, 1984) e di “anni di piombo"[5]. Le forze eversive in campo furono infatti di due tipi: la prima ebbe come mandanti e sostenitori delle formazioni di estrema destra le strutture stesse dello Stato, per quanto “devianti”, che operavano allo scopo di interrompere la crescita della sinistra parlamentare (PCI).  La seconda fu generata da gruppi della sinistra eversiva che, opponendosi ai progetti riformistici promossi da Partito Comunista e Democrazia Cristiana, pianificavano di condurre il popolo italiano alla rivolta.[6]

Questi avvenimenti hanno ancora molto da insegnarci, sia perché mettono in luce il contesto sociopolitico da cui proveniamo e che ancora getta un’ombra sul presente, sia per le ripercussioni psicologiche individuali e comunitarie rilevabili anche a distanza di tempo. Quelle vicende ci sono tuttavia di insegnamento anche per le modalità, oggi diremmo “resilienti”, che i singoli e la società civile italiana seppe mettere in campo.

I tre fattori che ho nominato, contesto sociopolitico, ripercussioni psicologiche e resilienza, rivestono una importanza fondamentale per lo psicologo, anche se del secondo fattore, quello delle vicende personali di vittime e sopravvissuti, si sa molto poco, e meno ancora del decorso psicologico delle loro vite. Caso per caso, tuttavia, è possibile cogliere, in base alle fonti disponibili, elementi che parlano allo psicologo di oggi, così come hanno parlato a me che dopo molti anni mi sono riavvicinata a quegli avvenimenti che da giovane ho vissuto in prima persona.


Con il termine “terrorismo stragista” si fa riferimento sia alla matrice delle azioni, quella “nera”, cioè di ispirazione fascista, sia alle caratteristiche specifiche delle azioni, rivolte contro la massa inerme dei cittadini. Essa ha colpito ripetutamente e nel mucchio, mirando a fare quante più vittime possibile, in modo non dissimile al terrorismo odierno di ispirazione islamista, se si esclude il fattore del suicidio.

Gli eventi a cui il termine si riferisce sono infatti quattro stragi, che hanno scandito a distanza regolare gli anni che vanno dal 1969, con L’attentato di Piazza Fontana a Milano, a quella più estesa e grave, la strage della Stazione ferroviaria di Bologna, nel 1980. Tra l’una e l’altra si collocano la strage in Piazza della Loggia a Brescia (1974) e quella del Treno Italicus, sempre nel 1974.

Queste azioni, compiute a ridosso dei grandi movimenti studenteschi e operai del ‘68-69 che reclamavano giustizia sociale e partecipazione democratica, sono state la reazione violenta alla spinta per il rinnovamento di tanta parte della società italiana e, come si è gradatamente appurato, sono stati perseguiti da forze reazionarie che intendevano spingere il paese verso soluzioni autoritarie. Recentemente il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha affermato in una dichiarazione diffusa dal Quirinale che "La strage della stazione fu parte di un disegno eversivo. Quella strategia di destabilizzazione, che mirava a scardinare le basi democratiche e frenare il progresso sociale dell’Italia, ha seminato per lunghi anni nel Paese lutti, tragedie, paure” (La Stampa, 2017).


Piazza Fontana e la strategia della tensione


Il foro sul pavimento creato dalla bomba
Il foro sul pavimento creato dalla bomba

L'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in piazza Fontana a Milano aprì la lunga stagione del terrorismo degli anni ’70 e ’80 in Italia, interrompendo bruscamente quel clima creativo ed entusiasta che caratterizzava le mobilitazioni studentesche ed operaie. Quello del “‘68”, fu un periodo breve segnato da forti speranze per il rinnovamento della vita istituzionale, soprattutto nelle università e nelle fabbriche, e di rottura con i costumi e le rigide imposizioni morali di una società ancora clericale, autoritaria e classista. Per comprendere l’impatto che sortì l’attentato occorre ricollegarsi alle speranze che quelle nuove esperienze avevano suscitato in chi le viveva e che si erano tradotte nell’autogestione di fabbriche e università e nella possibilità di superamento delle barriere sociali e di classe di strati di società tradizionalmente segregati e divisi.  Giovani della borghesia, operai, sottoproletariato urbano, si mescolavano e interagivano attorno a progetti creativi.

Tra i protagonisti di quella rivoluzione c’erano anche i “matti”, che uscivano, grazie a Basaglia, dalla reclusione dei manicomi; le donne, che organizzavano consultori autogestiti per l’informazione sulla riproduzione e sull’aborto; gli operai, che davano vita a forme di gestione dal basso, nelle fabbriche e nel sindacato. Da quell’era nacquero le più importanti riforme realizzate nell’Italia del dopoguerra, come le garanzie sul posto del lavoro (consigli di fabbrica, articolo 18), il nuovo diritto di Famiglia, il divorzio, la legalizzazione dell’aborto e non certo ultimo la riforma psichiatrica.

Piazza Fontana segna una interruzione drammatica di quel flusso di eventi, determinando come un brusco risveglio a una realtà di cui forze oscure e insormontabili rivendicavano il controllo (Signorini, 2015).

Il 12 dicembre 1969 una bomba esplose all'interno della sede della Banca Nazionale dell’ Agricoltura a Milano, in Piazza Fontana (Biondo, 2009; Filippini, Rossi, Tundo-video). Lo scoppio, causato dall’esplosivo posto dentro una valigetta nascosta sotto il tavolone centrale, fece diciassette morti e ottantotto feriti[7]. Questo attentato segna per l’Italia, come afferma a distanza di anni un testimone[8], la fine della credibilità dello Stato, le cui responsabilità dirette, ad opera di corpi separati che tuttavia rivestivano un ruolo centrale negli apparati statali, vennero man mano alla luce (Bettin, 1999; Boatti, 1993).

Alcuni anni dopo Piazza Fontana, il 28 maggio 1974, membri affiliati al Movimento Politico Ordine Nuovo, un gruppo terrorista neofascista, fecero esplodere un ordigno in piazza della Loggia a Brescia. L’esplosione provocò 8 morti e 102 feriti. A Brescia si stava svolgendo una manifestazione sindacale, in un territorio in cui la piccola media industria attuava da tempo forme di particolare sfruttamento del lavoro operaio. L’attentato cadde a ridosso di un periodo di riforme innovative, sostenute dalla sinistra, come il nuovo diritto di famiglia, e qualche settimana prima dell’attentato si era svolto il Referendum sul divorzio. Ma sono altrettanto interessanti i dati sociologici, come quello che degli 8 morti ben 5 erano insegnanti (Fasanella, Grippo, 2006; SPI-CGIL).[9]

Il 4 agosto 1974, pochissimi mesi dopo, una bomba esplose sul treno espresso Roma-Brennero (Italicus) a San Benedetto Val di Sambro. Morirono 12 persone, 48 restarono ferite. Aldo Moro avrebbe dovuto essere a bordo, ma fu trattenuto per la firma di alcuni documenti. Tra le vittime il conduttore ferroviario di 25 anni, Silver Sirotti, che rientrò in un vagone per spegnere l’incendio e salvare alcuni passeggeri e che venne poi insignito di medaglia d’oro[10].

L'ala ovest della Stazione centrale di Bologna vista dall'alto
L'ala ovest della Stazione centrale di Bologna vista dall'alto

Tra l’una e l’altro di questi attentati, tutti risalenti ad organizzazioni di estrema destra, con mandanti mai accertati, ve ne furono tuttavia altri undici, e il clima in Italia si fece tesissimo. Si cominciò a parlare per quel periodo di “strategia della tensione".[11]

Il 2 agosto 1980, alle ore 10:25, alla stazione centrale di Bologna esplose una bomba, collocata da terroristi, che determinò la morte di 85 persone ed il ferimento di oltre 200.

Si trattava di un giorno di inizio vacanza. La stazione era piena di viaggiatori che raggiungevano luoghi di villeggiatura o si ricongiungevano ai parenti. Furono perciò colpite intere famiglie, alcune delle quali vennero distrutte. Tra le vittime anche numerosi lavoratori. L’ala della ristorazione, che impiegava numerose ragazze, venne sbriciolata, e solo una di loro si salvò. Fu l’intero sistema cittadino a portare soccorso, compresi gli autisti di autobus e i taxisti.

Si trattò del più grave attentato stragista che l’Italia abbia subito. Le vittime, ma anche l’intera città, che ha posto a memoria di quella tragedia una lapide prospiciente l’attuale sala d’aspetto, hanno mantenuto con tenacia la memoria di quell’evento.


Note

[1] Non ho compreso in questa rassegna né gli attentai riconducibili alla reazione palestinese alla occupazione israeliana, né gli attentati di Mafia, generalmente non fatti rientrare nel fenomeno terrorista. Eppure questi ultimi ne avrebbero tutte le caratteristiche. Sulla Mafia esiste tuttavia una letteratura psicologica consistente, facente capo soprattutto alla Università di Palermo (Giordano, 2006), o quella di Lo Coco e Lo Verso, in Psychiatrionline, ottobre 2012, http://www.psychiatryonline.it/node/2411)

[2] Vittorio Tiralongo, venne ferito a morte da un colpo di fucile a Selva dei Molini nel 1964. Stessa sorte tocca nell’agosto 1965 a Luigi De Gennaro e Palmerio Ariu all’interno della caserma di Sesto Pusteria (Mieli, 2018)

[3] Dal 1969 al 1987 furono oltre quattrocento i morti e milleduecento i feriti in otto stragi e 14.590 atti di violenza contro persone o cose.

[4] Con questo termine si intende la strategia messa in atto dai servizi segreti americani, collegati a quelli italiani e a formazioni di destra (Loggia P2, estremismo di destra) i quali, per sventare l’avanzata comunista e la possibilità che l’Italia uscisse dalla propria sfera di influenza , mise in atto una serie di attentati terroristici che avrebbero dovuto indurre il paese a instaurare regimi dittatoriali o comunque a rinunciare alle proprie prerogative democratiche.

[5] Con il termine “anni di piombo” si fa riferimento agli anni, caratterizzati da scontri anche cruenti tra “opposti estremismi”, di cui si resero protagonisti in particolare formazioni extraparlamentari, la più nota delle quali furono le “Brigate Rosse”.

[6] Per un quadro degli esperti di storia del terrorismo eversivo in Italia, vedi il convegno tenutosi nel 2016 alla Università di  Padova a cura del Centro Di Ateneo per la Storia della Resistenza e dell’età Contemporanea, http://www.iismarchesi.it/sites/default/files/notizie/2016/la_rete_eversiva_di_estrema_destra.pdf

[7] Una seconda bomba fu ritrovata inesplosa in piazza della Scala, nella sede milanese della Banca commerciale italiana. Una terza bomba esplose a Roma, nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro. Tredici feriti. Altre due esplosero nella stessa giornata davanti all'Altare della Patria e all'ingresso del museo del Risorgimento. Quattro feriti. (L’Unità, cit.)

[8] Fortunato Zinni, già Presidente delle Associazione delle vittime.

[10] In un recente articolo su Il Fatto Quotidiano (Beccaria, 2014), viene ricostruito così quell’episodio:“ oltre alle dodici vittime che costituiscono il bilancio ufficiale della strage dell’Italicus, altre ce ne sarebbero state se il macchinista non avesse fatto scivolare il treno fuori dal lunghissimo tunnel, oltre 18 chilometri. E se Silver, finito nella conta dei morti, non avesse rinunciato a mettersi in salvo. Invece tornò indietro, in mezzo alle fiamme, afferrando un estintore e tentando di portar fuori chi ancora poteva essere vivo. Per risalire sul treno il ragazzo aveva dovuto addirittura divincolarsi dal placcaggio di un passeggero incolume, che ne aveva intuito le intenzioni e aveva provato a strapparlo a morte sicura. A quel punto, liberatosi, Silver si lanciò verso la quinta carrozza e nessuno lo rivide più vivo” (Beccaria, 2014).

[11] Con questo termine si intende la strategia messa in atto dai servizi segreti americani, collegati a quelli italiani e a formazioni di destra (Loggia P2, estremismo di destra) i quali, per sventare l’avanzata comunista e la possibilità che l’Italia uscisse dalla propria sfera di influenza , mise in atto una serie di attentati terroristici che avrebbero dovuto indurre il paese a instaurare regimi dittatoriali o comunque a rinunciare alle proprie prerogative democratiche. Vedi Giuseppe De Lutiis, 1984,1994)

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