La giustizia del "fai da te" e la scomparsa del "mi dispiace"
di Maria Teresa Fenoglio

Baldissero d'Alba, provincia di Cuneo, profondo notte: un uomo viene sorpreso dai rumori nel cortile della propria cascina. Si affaccia al balcone, intravede nel buio alcune sagome, prende la pistola e spara nel buio. Una decina di colpi. Due raggiungono uno degli intrusi, un albanese di trentasei anni, che muore poco dopo. Sarà la magistratura a ricostruire che cosa sia realmente accaduto a Baldissero d’Alba: se gli uomini stessero ancora tentando di entrare, se fossero già in fuga, se esistesse un pericolo attuale per chi ha sparato. La legittima difesa è una precisa categoria giuridica, non un sentimento e neppure un sondaggio d’opinione.
Lo sparatore, 35 anni, avrebbe detto: «Ho sbagliato, non dovevo sparare. E ora la mia vita è distrutta». Parole scaturite dalla percezione improvvisa di un confine irreparabilmente oltrepassato: un uomo è morto e anche la vita di chi ha premuto il grilletto non sarà più quella di prima.
Forse più interessante è ciò che è avvenuto intorno a lui: sono moltissimi quelli che sembrano non avvertire alcun bisogno di fermarsi. «Ha fatto bene», «se l’è cercata», «uno di meno», «merita una medaglia». Una comprensibile esasperazione se hai subito furti si trasforma rapidamente in una sentenza e che ricorda molto da vicino la vicenda dell'orefice di Grinzane Cavour: chi entra nella proprietà altrui, perde non soltanto la libertà, ma il diritto stesso alla vita. In questa circostanza, chi ha premuto l'arma sembra mostrare maggiore consapevolezza dei suoi difensori. Lui dice di aver sbagliato; loro sostengono - ma siamo alle prime battute dell'inchiesta e le dichiarazioni possono essere fraintese - che non ha nulla di cui pentirsi.
Ed è questa, forse, la parte più inquietante di questo capitolo di cronaca nera, al di là dei legali, delle reazioni a caldo: la scomparsa del “ci dispiace”. Si può condannare senza esitazioni il furto, comprendere il terrore di chi si sveglia nel cuore della notte, chiedere maggiore sicurezza e una presenza più efficace delle istituzioni, ma non dimenticare di dire: mi dispiace che un uomo sia morto. Mi dispiace anche se quell’uomo stava commettendo un reato. Mi dispiace per la sua famiglia e per chi, in pochi secondi, ne ha provocato la morte e dovrà convivere con quel gesto.
Dire “mi dispiace” sottintende una competenza emotiva basilare: riconoscere che la realtà contiene più di una sofferenza e che la colpa non cancella l’umanità di chi l’ha commessa. È una delle acquisizioni fondamentali della maturità: tenere insieme verità che sembrano inconciliabili, mantenendo le distinzioni. Il furto è un’offesa grave, ma non autorizza automaticamente a uccidere. La paura può spiegare un gesto, senza necessariamente giustificarlo.
La reazione collettiva mostra invece una diffusa tendenza adolescenziale, l’età in cui è ancora difficile tenere insieme tutti gli elementi di un fatto o di un problema. Adolescenziale è l’impulso che pretende di trasformarsi immediatamente in azione; che considera ogni limite un’umiliazione; che divide il mondo tra innocenti e colpevoli, amici e nemici, persone degne di protezione e vite sacrificabili. È adolescenziale anche la convinzione che la forza dimostri chi siamo, mentre trattenersi sarebbe segno di debolezza.
Eppure l’autocontrollo è una delle più alte capacità umane. Non coincide con la repressione delle emozioni, ma nel saperle riconoscere senza esserne trascinati. La paura resta paura, la rabbia resta rabbia, ma fra ciò che sentiamo e ciò che facciamo deve esistere uno spazio di transizione. È in quello spazio che abitano il pensiero, la responsabilità e la libertà. Se ogni impulso dovesse tradursi immediatamente in un atto, non saremmo persone libere, ma prigionieri delle nostre reazioni.
Un tempo il dominio di sé era considerato una base dell’educazione. Ai bambini si insegnava che non tutto ciò che si desidera può essere ottenuto, che una frustrazione può essere sopportata, che la forza non consiste nel colpire ma, spesso, nel riuscire a non farlo. Quell’educazione poteva certamente diventare rigida e repressiva; non è dunque il caso di rimpiangere autoritarismi e obbedienze cieche. Ma, insieme alle costrizioni, abbiamo forse gettato via anche qualcosa di essenziale: il valore del limite, dell’attesa, della rinuncia all’onnipotenza.
Oggi l’impulso riceve continuamente conferme. I social premiano la risposta più rapida, categorica e aggressiva. La politica trasforma la complessità in uno slogan. La televisione costruisce processi prima che siano concluse le indagini. E gli adulti, anziché offrire parole capaci di contenere la paura e la rabbia, le moltiplicano. Si dice che siamo nani sulle spalle dei giganti, perché possiamo vedere più lontano grazie al pensiero e all’esperienza di chi ci ha preceduto. Ma corriamo il rischio di diventare nani sulle spalle di altri nani: adulti fragili che consegnano ai più giovani non la capacità di governare gli impulsi, ma la loro esaltazione. Riconoscerlo non significa chiedere al cittadino spaventato un comportamento eroico, ma domandare alla società di non trasformare una tragedia in un modello educativo. Chi spara nel panico e poi comprende la gravità di ciò che ha fatto è una persona travolta da un evento estremo. Chi, al sicuro davanti a uno schermo, applaude una morte e proclama che la vittima “se l’è meritata” compie invece una scelta morale.
Una società di adulti protegge le case, persegue chi delinque e soccorre chi ha paura. Ma sa anche fermarsi davanti a un corpo senza vita e pronunciare parole di pietà, le più semplici, quelle che oggi sembrano diventate difficilissime: mi dispiace. Qualunque cosa sia accaduta prima, mi dispiace che un uomo abbia perso la vita e che un altro ne sia responsabile.












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