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La bomba sull'Italicus, 4 agosto 1974: una strage che non ha colpevoli

All'una e 23 minuti del 4 agosto 1974, una bomba esplose nella quinta carrozza del treno espresso 1486 Roma-Monaco di Baviera denominato "Italicus". Al momento dell'esplosione, il convoglio era a cinquanta metri dall'uscita della galleria appenninica in prossimità di San Benedetto Val di Sambro. Dalle indagini emerse che l'ordigno era composto da una miscela esplosiva e e da una miscela incendiaria, collocato in una valigetta occultata sotto un sedile, rivolto contro il senso di marcia, collegato a una sveglia di una marca tedesca. Su quel treno era salito anche Aldo Moro, ma fu fatto scendere all'ultimo momento, come rivelò trent'anni dopo la figlia Maria Fida, per firmare alcuni importanti documenti.

Nell'esplosione che complice l'incendio deformò le lamiere della quinta carrozza, morirono, alcune arse dalle fiamme, dodici persone. Marco Russo, il più giovane, aveva 14 anni, il più anziano, Antidio Medaglia, 70. Altre 105 rimasero ferite, di cui 44 gravi (menomazioni, ustioni di alto grado, traumi psicologici profondi). Tra le vittime il ferroviere Silver Sirotti, 24 anni, insignito di medaglia d'oro al valor civile alla memoria. Sirotti perse la vita nell'estremo tentativo di soccorrere i viaggiatori intrappolati nella carrozza munito di estintore.


Eppure si tratta dell'attentato terroristico più grave degli anni Settanta ascrivibile ad azioni ideate nel nostro Paese, che esclude quindi l'attacco all’aeroporto di Fiumicino del 17 dicembre 1973 nato all'interno del conflitto arabo-israeliano che provocò 34 morti e 15 feriti. Tuttavia la strage dell'Italicus è stata marginalizzata, se non rimossa nella memoria collettiva. Una rimozione spiegabile, almeno in parte, dall'assenza di un colpevole certo attraverso sentenze giudiziarie, e da spiegazioni storiche che hanno subito per decenni l'amputazione del segreto di Stato, depistaggi e l'uso indiscriminato del dubbio a ricostruzioni che puntavano il dito sul coinvolgimento di apparati d'intelligence e organizzazioni terroristiche di altri paesi, insieme con i nostri servizi segreti e l'onnipresente P2 di Licio Gelli di supporto ai gruppi di estrema destra che riferivano direttamente o indirettamente al Fronte nazionale rivoluzionari e al suo principale esponente e fondatore Mario Tuti.


Ma, se si scava più a fondo, si scopre, che la strage dell'Italicus è classificabile come l’ultimo clamoroso atto di quella atroce dinamica anticostituzionale – dalla strage di piazza Fontana a Milano, alla rivolta di Reggio Calabria dell'estate 1970 al grido "boia chi molla", cui segue il tentato golpe orchestrato dal principe nero Junio Valerio Borghese nella notte dell'8 dicembre 1970 ed altri attentati dinamitardi - che prefigura l'orchestrazione del colpo di stato noto come Golpe bianco architettato da Edgardo Sogno il 10 agosto del 1974, ad appena sei giorni dalla bomba sul Treno 1486 e, all'indomani dell'esito referendario sul divorzio, dagli allarmi notturni che avevano interessato numerose caserme italiane (una sorta di prova generale in attesa del 10 agosto?) con il presidio e il controllo di alcuni nodi ferroviari strategici.


Come è stato osservato, in effetti, la vicenda di San Benedetto Val di Sambro "ha scontato sin da subito un grave deficit di attenzione pubblica, riverberatosi poi in inconcludenze giudiziarie e marginalizzazioni storiografiche. E, al di là di peculiari debolezze “endogene” nella promozione memoriale, una delle ragioni fondamentali di tale derubricazione sta sicuramente nella «liminalità ontologica» – l’essere di confine in termini temporali e fenomenologici – della strage dell’Italicus, la cui orribile occorrenza si ritrova schiacciata nel passaggio epocale tra fase eversiva (strategia della tensione) e sovversiva (attacco al cuore dello Stato) della violenza terroristica collateralmente iscritta nel lungo Sessantotto italiano.[1]





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