I tanti volti della (in)sicurezza, confronto tra Gabrielli e Saraceno
Ieri a Torino al Festival dell'Accoglienza
di Nicola Rossiello

Al Campus Einaudi di Torino, il prefetto Franco Gabrielli e la sociologa Chiara Saraceno hanno discusso ieri, lunedì 21 settembre, di sicurezza percepita e reale, di migrazioni e di quella che il primo ha chiamato sicurezza relazionale. Il titolo dell'incontro "Governare la paura, costruire fiducia", era di quelli che promettono più di quanto poi mantengano. Non è andata così. Nell'Aula Magna del Campus, momento di apertura del Festival dell'Accoglienza, Franco Gabrielli, già capo della Polizia e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Draghi, e Chiara Saraceno hanno parlato di sicurezza, migrazioni e fragilità sociali, moderati dalla giornalista Antonella Frontani, e lo hanno fatto senza scorciatoie. Ho seguito la serata e riporto i passaggi che mi sono sembrati più significativi.
Si è partiti dalla parola. Sicurezza è un sostantivo polisemico, che si presta a interpretazioni molto diverse a seconda che si parli di sicurezza strategica, delle persone, informatica, del lavoro o dell'economia. Ridotta all'essenza, è la condizione che rende esercitabili tutti i diritti e tutte le libertà, un bene comune sul quale però le ricette cambiano. Nel dibattito pubblico pesa soprattutto la sicurezza percepita, e alle percezioni le istituzioni rispondono di solito con le statistiche, che raramente bastano.
Il problema non è la paura in sé
Sicurezza e paura vanno in coppia. E il problema comincia quando la paura viene alimentata e si offrono ricette salvifiche che non producono nulla. Il fattore politico conta, perché chi coltiva il timore ne ricava un dividendo di consenso e, presentandosi poi come il risolutore del problema che ha contribuito a ingigantire, crea una contraddizione e capovolge il rapporto tra il fenomeno e le istituzioni chiamate a governarlo.
Le posizioni si dispongono attorno a due poli. Da una parte c'è chi propone ricette di contenimento dei fenomeni, dall'altra chi ritiene che gli effetti abbiano rilevanza secondaria e che vadano risolte le cause. La formula proposta da Gabrielli è quella di una visione strabica, con un occhio sull'oggi e uno sulle cause lontane, perché senza il secondo la politica della sicurezza funziona da placebo. Il contenimento degli effetti ha per sua natura una funzione repressiva. Tutti vorremmo la medicina preventiva, ma spesso serve la chirurgia.
I limiti delle statistiche
Invitato a dire quale distanza separi il sentimento di paura dal rischio reale, Gabrielli ha cominciato dai limiti delle statistiche. Molti reati non vengono denunciati, quelli domestici in primo luogo, e molte persone ritengono che denunciare non serva, cosicché il dato ufficiale non restituisce la realtà. Premesso ciò, i reati più gravi restano su livelli bassi e l'Italia è tra i paesi più sicuri d'Europa, con un indice di criminalità di 0,57 contro l'1 della media europea. Esistono poi reati mirati, nei quali la grande maggioranza dei cittadini non si riconosce, e cresce una microcriminalità che, quando capita a te, di micro ha poco. I social hanno amplificato tutto. Le chat, ha detto, sono la più grande arma di distruzione di massa, e ha ricordato che una volta con sette passaggi si scopriva di essere tutti parenti, mentre oggi con sette chat si è tutti morti.
Attorno al concetto di sicurezza relazionale Gabrielli ha costruito il proprio intervento. Lo ha spiegato con l'esperienza di prefetto a Roma, dove teneva tavoli di osservazione nelle municipalità e andava a parlare con i cittadini. Il nodo, ha detto, è la restituzione. I cittadini sostengono che i problemi non siano risolti e pensano che nessuno se ne faccia carico, il che descrive una relazione verticale tra istituzioni e persone che si è logorata.

Situazioni complesse
L'immagine di Abderrahim Fakir, morto a Bologna il 19 luglio, durante un'immobilizzazione da parte di due agenti, è per Gabrielli l'epifania di una situazione complessa quando si affronta il tema della sicurezza e insieme del panpenalismo. Fakir aveva problemi psichici, ha ricordato, e la vista dei poliziotti ha peggiorato le cose; l'immobilizzazione, ha osservato, è una delle operazioni più difficili in assoluto. Il governo, a suo giudizio, avrebbe potuto adottare un provvedimento perché le forze di polizia sappiano riconoscere chi ha problemi mentali. Sulla vicenda sono in corso gli accertamenti della Procura e non spetta a un articolo anticiparne l'esito. Resta il punto di metodo.
Sul piano politico Gabrielli ha osservato che l'opinione pubblica non ha ancora colto come questo governo non abbia risolto il tema della sicurezza. Le persone accolgono le tesi che intercettano le proprie insicurezze, e a ogni obiezione si risponderà che almeno ci hanno provato. E alla sinistra ha rimproverato di aver sottovalutato questi fenomeni.
Migrazioni e narrazioni di comodo
Sul tema dell'immigrazione Gabrielli è partito da una constatazione, e cioè che in Italia non è mai stato affrontato davvero. Andrebbe governato per fasi distinte, dai flussi leciti ai canali umanitari, dal rimpatrio all'integrazione, e su quest'ultima manca persino una struttura centrale che se ne occupi. Ha ricordato che siamo stati un popolo di emigranti, e che pezzi di questo paese sono stati costruiti con le rimesse dei migranti. Sul piano normativo la Bossi-Fini (L. 189/2002) va riformata, e occorre investire sui minori non accompagnati.

La parola remigrazione, a suo giudizio, serve soprattutto a confondere le idee. Nella formulazione del partito di estrema destra tedesco, l'AfD, si indica la quota di stranieri che incide sull'identità della nazione; applicato all'Italia, il conto esposto durante l'incontro porta a circa 2,8 milioni di persone da rimpatriare, a fronte di circa 120 rimpatri a settimana. Con un'ironia rivolta al governo, ha ricordato che nel codice penale l'art. 661 c.p., sull'abuso della credulità popolare, è stato depenalizzato, quasi a volersi cautelare. Ha poi raccontato di un rappresentante africano incontrato in missione, che gli ha detto che anche loro hanno un'opinione pubblica. Quanto ai CPR, la loro gestione, come oggi avviene, resta discutibile.
"Quote" stranieri a scuola, propagandismo governativo
Chiara Saraceno si è detta d'accordo sulla necessità di fare qualcosa per la sicurezza, e ha subito spostato l'angolo di visuale. Molti stranieri vivono in condizioni di forte insicurezza, a tutti i livelli, e con le nostre regole mettiamo molte persone, per molto tempo, in una situazione che le costringe all'illegalità. Il discorso politico cambia la narrazione di ciò che accade. Sulla scuola, la questione degli stranieri nasce dal fatto che questi sono segregati in alcune aree urbane, e la composizione delle classi ne è la conseguenza. Ha ricordato che negli Stati Uniti, quando si tentò di redistribuire gli studenti tra scuole a maggioranza bianca e a maggioranza nera, ci fu una ribellione totale, e che l'integrazione resta un problema serio quando tutti parlano lingue diverse. Nella narrazione della presidente del Consiglio, ha osservato, a essere costruita come vittima è stata la figura del bambino italiano e non quella dello straniero. Politica e media producono le percezioni con le storie che scelgono di raccontare.
Gabrielli ha completato il quadro con un'osservazione diversa. Molte classi sono a prevalenza straniera perché gli italiani non ci vanno. Ha rilevato un uso abnorme della protezione internazionale per persone che erano in realtà migranti economici, e la confusione ormai abituale tra il tema dei richiedenti asilo e quello dell'immigrazione clandestina tout court. Le condizioni in cui teniamo gli stranieri, ha aggiunto, favoriscono la criminalità migrante. Le due letture non coincidono del tutto, ma convergono su un punto, e cioè che il modo in cui l'Italia accoglie, o non accoglie, produce una parte dell'insicurezza che poi denuncia.
Attenzione alla salute dei migranti
Nella parte finale Saraceno è tornata sulla sicurezza relazionale, chiedendo di allargarla a tutte le istituzioni e al terzo settore. La salute mentale dei migranti, ha notato, viene aggravata in Italia. Alcuni quartieri sono colonizzati dalla criminalità organizzata e mancano di servizi, quindi la sicurezza relazionale si costruisce creando le condizioni. Bisogna intercettare i processi mentre avvengono, perché se i luoghi vengono abbandonati è inutile lamentarsi dopo che la criminalità aumenta, e attivare le reti locali, dato che esiste una responsabilità delle amministrazioni, dalle politiche urbanistiche ai trasporti. Le istituzioni devono uscire e andare sul territorio.
Per chi rappresenta donne e uomini delle forze di polizia, la serata lascia una constatazione che riguarda il lavoro quotidiano. L'operatore in divisa arriva quasi sempre alla fine di una catena in cui altri anelli si sono spezzati prima, i servizi sociali e la salute mentale su tutti, e gli si chiede di rimediare con gli strumenti di cui dispone. Il caso Fakir, come lo ha richiamato Gabrielli, è l'esempio più recente. Governare la paura significa allora, prima di ogni altra cosa, non consegnare alla polizia problemi che non le appartengono e dotarla, dove le appartengono, della formazione per affrontarli.











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