Sicurezza. Norme importanti, ma lo Stato non dimentichi la divisa
Una riflessione che muove dall’articolo di Gianni Calesini
di Antonio Nicolosi*

Su La Porta di Vetro, con il titolo “Violenza nelle manifestazioni pubbliche: aspetti tecnico-giuridici del D.L. 190/2026”, l'ex questore di Pavia Gianni Calesini ha offerto con il suo approfondimento una lettura tecnico-giuridica delle nuove disposizioni introdotte dal Decreto-Legge 22 ottobre 2026, n. 190.[1] In particolare, l'autore si è soffermato sulle nuove fattispecie di reato, sulla violenza organizzata durante le manifestazioni pubbliche e sugli strumenti a disposizione della Polizia giudiziaria. Un contributo che dunque affronta questioni importanti e che merita una riflessione anche dal punto di vista di chi, quotidianamente, è chiamato a garantire concretamente l’ordine pubblico. Come organizzazione sindacale dei carabinieri, riteniamo necessario spostare l’attenzione anche su un aspetto che troppo spesso rimane sullo sfondo del dibattito, ovvero la condizione degli uomini e delle donne in uniforme che si trovano fisicamente a fronteggiare la violenza.
Le domande che si deve porre lo Stato
I Carabinieri non sono un elemento accessorio nella gestione dell’ordine pubblico. Sono professionisti che operano in situazioni di elevata tensione, spesso esposti ad aggressioni, lanci di oggetti, lesioni e rischi per la propria incolumità. Sono chiamati a intervenire con equilibrio, professionalità e senso del dovere, anche quando la violenza rende estremamente difficile distinguere il pericolo e assumere decisioni in pochi istanti. Il diritto di manifestare e di esprimere liberamente il proprio dissenso è un principio costituzionale che nessuno intende mettere in discussione. Ma altrettanto indiscutibile deve essere il principio secondo cui nessuna manifestazione può diventare un pretesto per aggredire le Forze dell’Ordine, distruggere beni pubblici o mettere a repentaglio l’incolumità delle persone. Non esiste alcuna giustificazione politica, sociale o ideologica per la violenza contro un Carabiniere. Più responsabilità operative devono significare anche più tutele. Il nuovo decreto rafforza gli strumenti di contrasto alla violenza, introducendo nuove fattispecie penali e ampliando le possibilità di intervento della Polizia giudiziaria. Ma c’è una domanda che lo Stato deve porsi: quali garanzie vengono concretamente riconosciute a chi è chiamato ad applicare queste disposizioni?
Non si lasci il personale nell'incertezza
Non possiamo continuare a chiedere agli operatori di intervenire con determinazione, assumendosi responsabilità enormi, per poi lasciarli soli quando devono affrontare le conseguenze giudiziarie, amministrative ed economiche dell’attività di servizio. La tutela di un Carabiniere non può esaurirsi nella condanna di chi lo aggredisce. Servono assistenza legale tempestiva ed effettiva, coperture economiche adeguate, formazione continua, dotazioni idonee e protocolli operativi chiari. Occorre soprattutto che l’Amministrazione garantisca sostegno concreto ai propri uomini e alle proprie donne quando questi operano nel rispetto della legge e delle disposizioni ricevute. Non si può pretendere fermezza lasciando il personale nell’incertezza. Un altro aspetto merita particolare attenzione: la responsabilità individuale degli operatori. Chi indossa una divisa deve rispettare la legge, i principi di necessità e proporzionalità e le regole sull’impiego della forza.
Nessuno chiede immunità o impunità
Ma tra la responsabilità personale per eventuali condotte illegittime e l’abbandono istituzionale di chi ha agito nell’adempimento del proprio dovere esiste una differenza sostanziale. Il militare che interviene per proteggere un collega, impedire un’aggressione o ripristinare condizioni di sicurezza deve poter contare su un’Amministrazione presente, capace di assicurare assistenza e di non lasciarlo solo davanti a ogni conseguenza del proprio intervento. La sicurezza pubblica non può essere costruita sulle spalle dei Carabinieri. Il contrasto alla violenza nelle manifestazioni è una responsabilità dello Stato e richiede strumenti normativi adeguati.Tuttavia, nessuna norma, per quanto incisiva, può sostituire un investimento concreto sulle persone che sono chiamate a garantirne l’applicazione. Per questo il sindacato chiede che al rafforzamento degli strumenti repressivi corrisponda un altrettanto concreto rafforzamento delle tutele per il personale.
Non vogliamo privilegi, né chiediamo zone franche rispetto alla legge. Chiediamo semplicemente che chi serve lo Stato possa farlo con la certezza di non essere dimenticato dallo stesso Stato nel momento del bisogno. Perché non può esistere uno Stato forte con chi delinque e debole con chi lo difende. La dignità, la sicurezza e la tutela dei Carabinieri non sono una concessione dell’Amministrazione, sono un dovere istituzionale.
*Segretario Generale UNARMA - Associazione sindacale Carabinieri
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