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La non volontà di leggere le piazze per la conservazione del potere

17 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

di Marcello Croce


Questa tumultuosa fine di ottobre induce a pensare a fondo al vuoto della politica sociale, e ai suoi effetti in un’epoca oscura, caratterizzata dalla scomparsa della speranza. Detesto l’espressione melensa di “disagio giovanile”, ma non consentiamoci nemmeno reticenze e omissioni. Il mondo, e quindi l’Italia, e perciò le generazioni d’ogni sesso ed età respirano giornalmente il frasario osceno che promette genocidi, olocausti nucleari, distruzioni di sorgenti idriche ed energiche, blocco di provvigioni vitali per interi popoli. Ce n’è d’avanzo per introiettare un orrore che, come sempre, suscita violenza. E paura e violenza sono l’irrazionale che erompe in piena civiltà della tecnica, vale a dire un’età di esclusiva razionalità e calcolo.

Occorre ragionare sugli effetti antropologici, non semplicemente psicologici, che derivano dal senso di radicale instabilità. Per i più giovani dove sono le vie di fuga dalle immagini degli scempi di Gaza, che piombano nelle coscienze? Dov’è la sicurezza umana, in un mondo ove uno dei potenti della terra promette rumorosamente di scatenare l’inferno sopra un Paese mediorientale? Si spiega anche così la violenza di massa contro la quiescenza delle cose, contro l’andamento ordinario delle cose. Assurda, irrazionale, priva di qualsiasi giustificazione ideologica, pronta ad abbracciare qualsiasi giustificazione ideologica.

Non sto tergiversando, né sto dalla parte di quelli che polemizzano con le forze dell’ordine. La violenza gratuita giovanile deve essere non solo condannata a parole, ma anche severamente impedita con tutti i mezzi legali a disposizione delle forze di polizia.

Ci vorrebbe tuttavia il coraggio, da parte del governo, di un cambiamento dei paradigmi che da almeno quattro decenni (in breve, a partire dalla rivoluzione di “mani pulite”) hanno disfatto la forma di democrazia italiana tutelata che perdurava dalla fine della guerra mondiale.

Guardiamo perciò alla scuola, sola istituzione davvero rappresentativa dell’intera comunità nazionale. Essa davvero riflette l’instabilità di questo tempo: all’eredità isterilita del consumismo postsessantottino oggi si sovrappongono gli incubi quotidianamente spiranti dai canali mediatici, alla portata di tutti. Allora, nel Sessantotto, libertarismo e violenza si allearono insieme spianando la strada a un nuovo tipo umano destinato a ridicolizzare il vecchio trinomio “Dio/patria/famiglia” in nome della nuova antropologia dell’era industriale, appunto il consumismo. Ma di quel che ne è stato dopo, non possiamo certo dare la colpa ai telefonini.


Più privatizzazioni, meno welfare

Diciamolo col senno di poi. Dopo l’89 finì un ordine sovranazionale che escludeva il nostro Paese dai conflitti mondiali mentre essi continuavano nella seconda metà del XX secolo. Eravamo divenuti semplicemente un protettorato americano, come al tempo di Napoleone o in quello di Carlo V d’Asburgo (degli spagnoli, per intenderci). Ma l’ultimo decennio del XX secolo non fu segnato solo dall’emersione di Berlusconi. Fu ben più profondamente segnato dallo smantellamento dello Stato imprenditoriale e dello Stato sociale. A giustificare quella campagna di pulizia furono Maastricht e l’indebitamento dei nostri conti pubblici. E a realizzare questo epico macello di privatizzazioni e soppressioni, fra il 1992 e il 2001, furono gli avventurosi governi di compromesso progressista scaturiti da “mani pulite” (Amato, Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema e ancora Amato).

Si passò così alla terza fase della nostra democrazia, che potremmo  definire della comunicazione (dopo quella della ricostruzione e dopo quella del consumismo). E non è proprio un caso, che l’abbandono della politica sociale sia coinciso con l’avvento dei social, perché entrambe segnarono un processo storico di minimalizzazione dello Stato (cioè l’avvento del neo-liberismo). In termini hegeliani, era la società che emarginava lo Stato, ossia il nesso comunitario vero e proprio, riducendolo a ruoli maldestramente amministrativi e polizieschi.  

Il divorzio tra società e Stato rappresenta la fase attuale, dove la politica non esprime più nessuna dialettica (partecipazione, sussidiarietà, scuola, famiglie..); e dove la società accentua la tendenza a differenziarsi tra opulenza e miseria. Ognuno allora vive o subisce la propria esclusione. È l’esperienza di larga parte di tutto l’Occidente.

In una società che si isola nel privato spadroneggia l’interesse individuale o di ceto, dove comandano naturalmente i più forti, ed è il vero significato assunto dall’economia, fattasi nel frattempo a circolazione mondiale. Mai come oggi la politica nazionale è influenzata dalla politica estera, e questa a sua volta infeudata alle oligarchie economiche americane: chi è sennò il proprietario che ci concede in uso tutti i nostri apparati elettronici, pubblici e privati?


La stabilità non assicura prospettive se il sistema è in crisi

Un’analisi delle elezioni del 2022, compiuta dalla Luiss dell’Università di Firenze rivela che il partito risultato allora maggioritario, FdI, ricevette dalla classe operaia e dai disoccupati un numero di voti più alto di quelli dati al Pd (58% contro 41% degli appartenenti a questi ceti sociali, fra quanti andarono a votare).[1]

La considerazione non è trascurabile, anche se il 43% di astenuti dal voto induce naturalmente a limitare questa considerazione. Quel voto “a destra” significava rivolgersi al partito la cui opposizione al “sistema”, lungo il decennio seguìto alla crisi economica del 2008 era stata più esplicita e costante. Chiaro dunque il messaggio: il lavoro, la scuola, la denatalità andavano messi nel cuore della politica.

Questo tuttavia non è avvenuto, anche a causa delle alleanze che, nel governo che ne uscì, riproducono la forma delle maggioranze berlusconiane; e ne è prevalsa pertanto una politica di contenimento della spesa che caratterizza piuttosto un’idea di prudente stabilità, al cospetto del terremoto che sta sconquassando il mondo.

La stabilità di un sistema in crisi però non ha prospettive. Ma allora il pericolo non è tanto rappresentato dal nemico “interno”, contro il quale si accumulano ulteriori decreti di sicurezza, quanto dalle potenze economiche che dal 1945 trasformarono un Paese che perse la guerra in un proprio protettorato. Da noi quest’ultima verità è ancora un tabù, perché perdura la leggenda che dipinge un Paese che venne liberato dagli anglo-americani.

Fino a quando non cambierà questo refrain, sostenuto addirittura da chi fino a ieri vantava un inossidabile sovranismo, l’Italia seguiterà a fare la parte di pulcinella tra i colossi economici che la sovrastano. Non solo. Anche a fare le spese delle loro crisi economiche e del loro cinico gioco al profitto senza limiti.

Il mantenimento di una continuità, simbolica e reale, con l’immagine di un mondo “garantito” dall’America desta ormai un rifiuto profondo nella maggioranza degli italiani. La condotta odierna delle piazze giovanili, istigate o meno, ne è il segno eloquente. Non a caso le piazze in rivolta erano punteggiate dalle bandiere palestinesi.


Note

[1] L. De Sio, M. Cataldi, Chi ha votato chi? Gruppi sociali e voto, C.I.S.E. - Luiss, Università di Firenze, 10 giugno 2024.

 

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