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Governo, equità e matematica non sono proprio il suo forte

1 giorno fa
Tempo di lettura: 3 min

di Rocco Artifoni


Nel disegno di legge di bilancio per il 2027 ci sono due nuovi provvedimenti palesemente iniqui. Anzitutto l’innalzamento del tetto da 85mila a 100mila euro di ricavi per l’applicazione della flat tax per le partite IVA. In origine il tetto era stato posto a 30mila euro, poi elevato a 65mila e successivamente portato all’attuale livello di 85mila. Per il 2027 il Governo prevede di estendere l’imposta piatta fino a 100mila euro.

Si tratta di un intervento che crea ulteriore disparità di trattamento tra lavoratori dipendenti (e pensionati) e lavoratori autonomi. Per comprendere questa ingiustizia fiscale basta mettere a confronto le imposte pagate da un dipendente (con l’applicazione delle aliquote progressive) e quelle versate da un lavoratore con partita IVA a parità di reddito lordo.

Il dipendente nel 2027 pagherebbe il 23% per lo scaglione di reddito fino a 28mila, il 33% fino a 55mila e il 43% fino a 100mila. Per un totale di 34.700 euro di imposta. A questa cifra bisognerebbe sommare le addizionali IRPEF, che potrebbero essere stimate in circa 2.000 euro per la regione e 800 euro per il comune. La somma complessiva dell’IRPEF di un dipendente o pensionato con reddito di 100mila euro sarebbe di 37.500 euro.

Nel regime forfettario per un lavoratore autonomo o un professionista con ricavi pari a 100mila euro, anzitutto si calcola un coefficiente di redditività (di solito pari al 67% o al 78%) per determinare il reddito imponibile. Poi si applica l’imposta piatta del 15% (addirittura del 5% per i primi 5 anni). Quindi, si tratta di un’imposta tra 3mila e 4mila euro per i primi 5 anni e tra 10mila e 12mila per gli anni successivi. Non solo: chi è nel regime forfettario è esente dalle addizionali IRPEF comunali e regionali (in totale dispregio del federalismo fiscale).

Insomma, a parità di reddito (100mila euro) il lavoratore autonomo versa al fisco meno di un terzo del lavoratore dipendente. Si tratta di una palese ingiustizia, che viola il principio costituzionale di equità orizzontale, perché a parità di capacità contributiva tutti dovrebbero finanziare le spese pubbliche in eguale misura.

L’altro provvedimento governativo che suscita molte perplessità è l’innalzamento del tetto dello scaglione della seconda aliquota IRPEF (33%) da 50mila a 55mila. Questa misura viene propagandata come aiuto al ceto medio. In realtà, si tratta di uno sconto fiscale fino ad un massimo di 500 euro, che aumenta con l’aumentare del reddito. Chi ha un reddito di 51mila avrà uno sconto di 100 euro, chi ha un reddito di 54mila risparmierà 400 euro. E tutti quelli che hanno redditi pari o superiori a 55mila euro otterranno lo sconto pieno di 500 euro.

Già pare discutibile che lo sconto fiscale sia più alto con l’aumentare del reddito, ma ancora più iniquo è il fatto che ad usufruire dello sconto maggiore siano tutti i contribuenti più ricchi. Dalle dichiarazioni del 2025 risulta che sono 2milioni e 677mila i contribuenti sopra i 55mila euro di reddito. Si tratta del 6,25% dei contribuenti più agiati tra i quasi 43 milioni che hanno presentato una dichiarazione dei redditi. Come è possibile che un regalo di 500 euro al 6% dei più ricchi venga presentato come una misura a favore del ceto medio?

È il caso di ricordare che il totale dei redditi dichiarati nel 2025 è stato di 1.076 miliardi di euro. Ne consegue che il reddito medio dei contribuenti italiani è di 25.118 euro, cioè inferiore alla metà della soglia su cui interviene la legge di bilancio per il 2027. Siamo in presenza di un Governo che dimostra di non sapere quali siano i redditi effettivi del ceto medio e che sicuramente andrebbe bocciato in matematica.

 

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